Che sarà della spesa sociale?

«Certi dati che escono dall’INPS dovrebbero essere oggetto di attenta e prudente analisi e non certo l’ispiratrice anticipazione di politiche sociali più o meno insostenibili e dagli impatti deleteri»: viene commentato con durezza, da parte della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), l’ennesimo, recente intervento giornalistico, voce non isolata, che sul fronte del sociale fa temere – in vista della prossima Legge di Stabilità – l’arrivo di un vero “autunno caldo”

Ombra di uomo in carrozzina su sfondo arancione«Le veline e taluni dati che escono dall’INPS dovrebbero essere oggetto di attenta e prudente analisi e non certo l’ispiratrice anticipazione di politiche sociali più o meno insostenibili e dagli impatti deleteri»: non lascia spazio a mezzi termini il commento di Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), dopo l’ennesimo intervento giornalistico che, come si legge in una nota prodotta qualche settimana fa dalla stessa FISH, «propala il nuovo verbo dell’INPS, gradito ad alcune parti istituzionali: la cosiddetta spesa assistenziale andrebbe solo in parte ai più cittadini poveri, mentre il grosso finirebbe nelle tasche dei cittadini improvvisamente considerati più abbienti, come ha affermato – e non è voce isolata – Enrico Marro sul “Corriere della Sera” del 7 agosto [“Il welfare al contrario, così lo Stato aiuta più i ricchi che i poveri”, N.d.R.], con successivo commento di Maurizio Ferrera [“Misurare la ricchezza, con l’ISEE”, N.d.R.]».
«I dati usati – viene infatti precisato dalla FISH – sono di origine INPS e forniscono appunto la distribuzione della spesa assistenziale dell’Istituto. La proiezione proposta, però, non avviene per reddito degli attuali beneficiari, ma bensì per ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) e cioè con l’indicatore che comprende sia la componente reddituale che la componente patrimoniale dell’intero nucleo familiare. Il focus – per ora – è sulle pensioni e gli assegni sociali (riconosciuti alle persone ultrasessantacinquenni) e sulle integrazioni al minimo delle pensioni. Per ambedue le provvidenze – tipicamente di contrasto all’indigenza – si assume a riferimento, fino ad oggi, il reddito personale o quello coniugale se il beneficiario è sposato. La tesi dell’INPS – e nella fattispecie del “Corriere della Sera” – è quindi la seguente: si assuma a riferimento l’ISEE. Così facendo risparmiamo qualche miliardo (le pensioni sociali si aggirano sui 5 miliardi annui)».

«Il semplicismo della soluzione proposta – dichiara Falabella – lascia assai perplessi per gli inquietanti coni d’ombra. A quale ISEE si fa riferimento? Non trattandosi di una prestazione sociosanitaria, l’ISEE di riferimento è quello ordinario e cioè dell’intero nucleo familiare. Ma quand’anche l’ISEE fosse limitato al singolo e al coniuge, lo strumento considera anche il patrimonio e cioè i risparmi di una vita, patrimonio che spesso viene usato per compensare le necessità di figli e nipoti sempre più inoccupati o per altre emergenze che non trovano una risposta nei servizi pubblici».
Secondo la FISH, quindi, i dati presentati «offrono una fotografia, per altro da un angolo prospettico del tutto parziale, senza tuttavia considerare l’impatto di questa decisione in prospettiva e sul rischio di impoverimento delle famiglie».
«Ad esempio – prosegue Falabella – per l’integrazione al minimo ci si riferisce a pensioni di importo inferiore ai 502,38 euro al mese. Secondo questa logica selettiva chi ricevesse una pensione di 450 euro al mese, ma avesse dei risparmi da parte, perderebbe il diritto all’integrazione al minimo o alla pensione sociale. Se questa è equità e attenzione all’impoverimento, non possiamo che esprimere riprovazione».

«Secondo queste elaborazioni – viene ulteriormente sottolineato dalla Federazione – ogni proiezione sulla cosiddetta spesa sociale è incentrata sull’INPS. Al contrario, la spesa sociale e socio-sanitaria in servizi e prestazioni ha un trend in drammatica discesa negli ultimi anni». «E dunque – secondo Falabella – il messaggio è questo: se non ce la fate da soli, date fondo ai risparmi di famiglia, vendete la casa, lasciate che i vostri figli e i vostri nipoti, magari disoccupati si arrangino… E tra l’altro gli eventuali “risparmi” di questa ipotetica operazione non andrebbero certo ai più poveri, ma verrebbero semplicemente tolti ai cosiddetti benestanti».

Ma non è tutto. Secondo la FISH, fra le righe – e questa volta in modo apparentemente residuale – torna anche l’ipotesi di «condizionare l’erogazione dell’indennità di accompagnamento al reddito, o meglio all’ISEE».
«L’indennità di accompagnamento – conclude a tal proposito Falabella – è l’unico (e parzialissimo) livello essenziale di assistenza, utile a compensare parzialmente servizi non resi alle persone con disabilità grave. L’introduzione di questo limite ci vedrebbe, come già più volte in passato, in una posizione di netta e ferma contrarietà. Si avvicina dunque la nuova Legge di Stabilità e si prospetta un “autunno caldo”».
Già in un precedente intervento di luglio, vale la pena tra l’altro ricordare, la FISH aveva parlato di «rischi da “autunno caldo”», di fronte alle dichiarazioni di Yoram Gutgeld, consulente del Governo per la Spending Review, che aveva ribadito l’intenzione di intervenire sulle prestazioni assistenziali e su quelle riservate alle persone con disabilità. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it.

Stampa questo articolo