E intanto il cittadino annaspa…

«Succede che a Torino – scrive Antonio Giuseppe Malafarina – se non usi il tuo parcheggio riservato almeno dieci volte al mese per ragioni terapeutiche te lo levano, inficiando così il diritto a divertirsi, a formarsi culturalmente e ad essere assistiti tempestivamente in caso d’emergenza». E sempre parlando di parcheggi, proprio in questi giorni nulla sembra chiaro né omogeneo, rispetto alla sostituzione del contrassegno arancione con quello azzurro europeo

Uomo disperato, con le mani sulla facciaMa perché ingarbugliare la vita di chi ce l’ha già complicata per antonomasia? Forse per contribuire a mantenere l’antonomasia… Vediamo che succede in questi giorni col contrassegno di parcheggio per disabili, che dal 15 settembre è diventato “europeo”, ma in particolare guardiamo a Torino, dove se non usi il tuo parcheggio riservato almeno dieci volte al mese per ragioni terapeutiche te lo levano. Se lo usi per altre ragioni che contribuiscono al tuo benessere chissenefrega, lo perdi lo stesso!

La protagonista è Marina Cometto, mamma impegnata a fare la madre di una ragazza con una grave disabilità e a battersi per il rispetto dei diritti della figlia, cioè, a cascata, per quanto spetta a tante persone con disabilità. Non so quanto sapendola così presa, alcuni giorni fa il Comune di Torino ha pensato di attivarla ulteriormente, facendole arrivare a casa un messo che le ha chiesto se la figlia, non autosufficiente e non deambulante, si spostasse almeno dieci volte al mese con carattere continuativo per esigenze terapeutiche. Superata la sensazione di sorpresa, Marina ha timidamente annuito e qui le è stato presentato un modulo che certificasse la veridicità dell’affermato a cura del medico curante, che lo dovrà poi spedire ad apposito ufficio. Ma il medico è morto – sorte severa e bislacca – e non si sa quando arriverà il sostituto.
I tratti pirandelliani dell’accaduto affondano le loro ragioni in una Delibera Comunale del 4 giugno 2003, che sinora sembrerebbe mai stata applicata nei confronti di nessuno e che, in tanti anni di rinnovo di permessi, alla signora Cometto non era mai stata fatta presente. Oltretutto, racconta quest’ultima: «Qualche anno fa hanno chiesto di scegliere tra i buoni taxi e il parcheggio ad personam». Come dire che potendo – o dovendo – scegliere fra un sostegno economico per l’uso di taxi e il parcheggio riservato, la scelta è stata netta e inevitabile. Il parcheggio sotto casa non è un lusso. Compensa problemi a partecipare alla vita sociale dove se hai la macchina distante fai fatica a inserirti perché parti già stanco. E se stai male, com’è capitato alla figlia di Marina, e devi correre in ospedale prima che arrivi l’ambulanza, che fai, vai a prendere l’auto in capo al mondo dove l’hai messa perché a domicilio era tutto occupato?

Cometto ha scritto a Sindaco e Assessore: «Questa regola è anticostituzionale, incivile e vessatoria, e, ciliegina sulla torta, hanno deciso essere anche retroattiva. Faccio però presente alla Giunta torinese che fare regole così restrittive e penalizzanti per chi già deve quotidianamente affrontare difficoltà infinite non solo non fa onore a chi da decenni si dice dalla parte dei cittadini più fragili, ma presenta anche punti perseguibili ai sensi della Legge 67/06 [Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni”, N.d.R.]) sulla discriminazione delle persone con disabilità, visto che esonera i non vedenti dal presentare il suddetto certificato, e addirittura fa distinzione tra non vedenti e ciechi parziali».
Io lo chiamerei un magnifico scempio: con una disposizione comunale sì è inficiato il diritto a divertirsi, a formarsi culturalmente, ad essere assistiti tempestivamente in caso d’emergenza e ad essere considerati come gli altri, cioè valutando le persone cieche più titolari di diritti di chi è allettato e si muove faticosissimamente. Tanto di capello a tanta inappropriatezza legislativa.
Se a Torino non ci ripensano, oltre a fioccare esposti per il mancato rispetto del diritto alla mobilità e discriminazioni varie, vedo buone possibilità di realizzare un record per aver varato una legge straordinariamente illogica. Ma non finisce qui.

Come si diceva all’inizio, il 15 settembre, per legge tutti i cosiddetti “contrassegni invalidi”, cioè quelli rilasciati da ogni Comune per il parcheggio negli stalli riservati alle persone con disabilità, avrebbero dovuto diventare nulli. In parole povere, chi non avesse aggiornato il proprio contrassegno, adeguandolo alla normativa europea, non dovrebbe più poterlo usare.
Questo è quello che sembra stabilire il DPR (Decreto del Presidente della repubblica) 151/12 all’articolo 3, che specifica come la sostituzione del vecchio contrassegno con quello conforme alle norme europee debba avvenire entro tre anni dalla data dell’entrata in vigore della legge, periodo scaduto il 15 settembre, per l’appunto.
Naturalmente niente è per nulla chiaro né omogeneo. A Milano, ad esempio, il sito sui permessi di circolazione recita che «il contrassegno di colore arancione, rilasciato in precedenza, continua a essere valido fino alla sostituzione che avverrà entro settembre 2015», ma nessuno ha ancora ricevuto nulla.
Invero il vecchio contrassegno invalidi potrebbe essere considerato ancora in vigore in Italia, fra l’altro potendo considerarsi, in linea del tutto teorica, la non sostituzione un’inadempienza del Comune. La Legge, infatti, lascia intuire che siano i Comuni a doversi adeguare e non i cittadini. D’altro canto, sempre al citato articolo 3, si dichiara che i vecchi contrassegni continuano ad essere validi entro il periodo dei tre anni previsto per l’aggiornamento, come dire che scaduto il periodo transitorio saranno, appunto, nulli.

Ecco, questa è la nostra legislazione. Vacante o ingarbugliata. Raramente lineare. Talvolta dannosa. Meritoria di guinness per assurdità. E nel frattempo il cittadino annaspa.

Sulla questione dei contrassegni europei, non possiamo fare altro che riportare quanto abbiamo già scritto su queste stesse pagine, in una nostra nota del 31 agosto: «Quella norma [il DPR 151/12], entrata in vigore il 15 settembre 2012, aveva concesso a tutti i Comuni un tempo massimo di tre anni, per sostituire il contrassegno rilasciato secondo il vecchio modello, vale a dire il ben noto tagliando “arancione”. Dopo la data del 15 settembre prossimo, dunque, i Comuni dovranno emettere i contrassegni utilizzando esclusivamente il nuovo modello (in molti lo stanno già facendo da tempo, altri sono più lenti). Per quanto poi riguarda i titolari del “vecchio” contrassegno, essi non sono tenuti a fare alcunché. Il contrassegno stesso, infatti, rimarrà valido in Italia sino alla sua scadenza naturale (solitamente va rinnovato ogni cinque anni). Il cittadino, per altro, potrà chiedere anche prima della scadenza – il Comune è tenuto a rilasciarlo – la sostituzione con il nuovo contrassegno “europeo”, se avrà la necessità di viaggiare in auto all’estero, giacché quello precedente, com’è noto, non era valido né prima né ora.
Della responsabilità dei Comuni, infine, si è già detto, ma è anche opportuno aggiungere che probabilmente la sostituzione a tappeto dei vecchi contrassegni – pur impegnativa da un punto di vista organizzativo – potrebbe essere l’occasione per un controllo sui documenti in circolazione (ad esempio sull’esistenza in vita del titolare)». (S.B.)

Il presente testo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Oggi scade il contrassegno invalidi, racconti di bizzarrie stradali”). Viene qui ripreso, con alcuni minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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