- Superando.it - http://www.superando.it -

Amore e annullamento

Antonio Canova, "Amore e Psiche" (dettaglio dei volti)

Antonio Canova, “Amore e Psiche” (dettaglio dei volti)

Recentemente mi sono trovata a leggere una notizia terribile: un uomo, Fabrizio, aveva intenzione di uccidere la moglie, Tatiana, e di suicidarsi, ma entrambi sono stati salvati perché lei è riuscita a chiedere aiuto tramite un computer.
Potrebbe essere uno dei tanti tristi casi di cronaca nera di tentato femminicidio, ma qui la situazione è un pochino diversa perché la donna è interessata dalla sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Si aggiungano le stesse dichiarazioni dell’uomo: «A Tatiana non ho mai fatto del male e mai ne avrei fatto. Sono stato lasciato solo con lei e mi sembrava di non farcela» e quelle di una conoscente della coppia: «La ama più di se stesso. Quante volte mi ha detto “io mi rovinerei la vita per lei”. Troppo tempo e troppo solo, l’hanno abbandonato e questa non è una cosa giusta. Lui era preoccupato perché sentiva di non farcela, di non riuscire a dare a Tatiana abbastanza sostegno […]. E poi c’erano le chiacchiere di paese, “maledette chiacchiere”. Chi lo vedeva fuori di casa diceva subito che doveva stare con sua moglie. Ma come fa un ragazzo a rimanere 24 ore al giorno in casa? C’è da impazzire. Io lo conosco bene, lui è molto buono e non è la solita frase fatta. Non ha mai chiesto aiuto per Tatiana ma si capiva che era in difficoltà».

Su queste stesse pagine, Simona Lancioni ha scritto le proprie riflessioni a riguardo, da me ampiamente condivise, incentrando il discorso sia sull’urgenza del riconoscimento della figura del caregiver in Italia [“assistente di cura”, N.d.R.], sia sul concetto di “possesso”. Vorrei però permettermi di replicare a una frase che ha scritto: «Allora com’è potuto succedere che Fabrizio si convincesse di essere solo, e che anche Tatiana volesse morire con lui?».
Personalmente non credo che Fabrizio potesse essere stato convinto anche solo per un attimo che la moglie volesse morire con lui, anzi, probabilmente non ha neanche avuto il dubbio che potesse essere in disaccordo con l’estrema scelta. Perché? Simona lo ha scritto: “possesso”. Inconsciamente, Fabrizio presumeva di possedere Tatiana, che fosse a) un oggetto, b) un oggetto suo, e quindi se lui fosse morto, lei sarebbe morta con lui. Non perché sapeva che lei forse avrebbe voluto morire, non perché si è chiesto cosa sarebbe stato giusto per lei, ma perché lui aveva deciso così. Aveva deciso per lei e su di lei, non considerandola un individuo pensante e dotato di sentimenti e di emozioni. Non considerandola un essere umano.

Ma Fabrizio ama Tatiana: lo dice lui, lo dicono i conoscenti, sebbene le loro parole suonino, per antonomasia, come quelle dei vicini di casa che in questi casi affermano quasi sempre che “il killer era una brava persona”. Qua è diverso. Perché chi vive in una situazione di disabilità, soprattutto di una disabilità grave come quella provocata dalla SLA, sa bene cosa significhi occuparsi di una persona – che sia proprio lei quella di cui ci si occupa, o che sia lei ad occuparsi di un’altra. Lasciando perdere chi lo fa dietro compenso in denaro, ma generalmente la figura del caregiver, in quanto se ne occupa gratuitamente, è mossa da affetto, da amore.
La questione è capire fino a che punto quell’amore può dirsi tale. O capire qual è il vero oggetto di quell’amore.

Occuparsi di una persona con disabilità, specie se questa persona richiede un’assistenza continua, è un compito che a tutti gli effetti sottrae del tempo a chi se ne occupa, limitandone quindi l’autonomia, legandola inevitabilmente a questa persona: «io mi occupo di lei, io mi prendo cura di lei, io impiego il mio tempo per lei». C’è, però, un confine labile da non oltrepassare assolutamente, ossia quello dell’annullamento per l’altra persona.
Occuparsene fino al punto da non esistere più per se stessi, fino al punto da fondersi inconsciamente con l’altra persona, perché «lei senza di me non riuscirebbe a fare niente», fino al punto da decidere per lei e su di lei proprio in quanto la si considera una sorta di appendice di se stessi. Dimenticando che l’altra persona è, appunto, altra.
L’annullamento è fine a se stesso? Si smuovono mari e monti per una persona, ci si annulla per lei, perché, nel profondo, si spera di ottenere una qualche “ricompensa”, ci si aspetta qualcosa. È un meccanismo che si incontra e si è incontrato sempre e da sempre, soltanto declinato in forme diverse: è il motore stesso del corteggiamento, ad esempio: «io ti scrivo poesie, ti regalo fiori, mi comporto in modo gentile perché spero che tu ricambi il mio amore».

Ma cosa c’entra questo con l’occuparsi di persone con disabilità? C’entra perché ritengo che, riversando il proprio amore verso quella persona, non bisogna dimenticarsi di se stessi. Altrimenti ci si annulla. Altrimenti si usa la disabilità come “alibi”. Altrimenti scattano le frasi del tipo: «io mi rovinerei la vita per lei». Non credo che Tatiana volesse realmente che il marito si rovinasse la vita per lei, o almeno io, da persona con disabilità, non lo vorrei mai. Non vorrei mai che qualcuno sacrificasse tutta la propria vita, tutto il proprio tempo, tutta la propria felicità per me. Mi si sarebbe riversato un carico di amore eccessivo, al punto da dubitare di poterlo chiamare “amore”, proprio perché si configura come un sentimento apparentemente puro e senza alcun fine che mi viene da pensare che in fondo qualche fine ce l’abbia.
L’amore vero è fatto di compromessi e limiti che vengono stabiliti. Anche nel caso delle persone con disabilità, per quanto la questione qui sia più delicata. L’amore è un percorso da fare insieme, è vivere con l’altro, non per l’altro. La filosofa, psicologa e scrittrice Michela Marzano ripete sempre che il presupposto fondamentale per amare qualcun altro è «amare se stessi». Se Fabrizio avesse amato se stesso, non avrebbe inconsciamente proiettato sulla moglie tutto quell’amore che probabilmente, prima o poi, avrebbe voluto ricevere indietro.
Quell’amore che, quindi, era mosso da un “egoismo disperato” e che era troppo – lui non se ne rendeva conto, i conoscenti non se ne rendevano conto, ma era troppo. Era troppo e alla fine è esploso, con Fabrizio che accusa di essere stato lasciato da solo, di non farcela con Tatiana.
Non nego certo che un aiuto da parte delle Istituzioni sarebbe stata cosa buona e giusta, ragion per cui riconosco anch’io l’urgenza del riconoscimento della figura del caregiver in Italia, ma ci si soffermi innanzitutto su se stessi, ci si chieda se si sia pronti per un compito del genere, prima ancora di appellarsi ad un sostegno esterno. E per “compito” non intendo l’occuparsi di una persona con disabilità, intendo l’amare una persona con disabilità riuscendo ad amare se stessi.

Non sono nessuno per giudicare, ma credo che forse se Fabrizio avesse smesso, per un attimo, di pensare a ciò che lui riteneva fosse meglio per Tatiana e se anzi l’avesse ascoltata di più, avrebbe capito che Tatiana sarebbe stata felice se qualche volta lui si fosse scollato da lei. Se qualche volta lui fosse andato a fare una gita fuori porta da solo o con gli amici – e, oddio, ma lei dove sarebbe rimasta? Si sarebbe trovata benissimo una soluzione, come d’altronde la si è trovata adesso dopo questo tragico epilogo. Se qualche volta lui fosse andato a vedere una mostra d’arte o al pub a bere una birra. Se qualche volta lui avesse amato se stesso. Perché Tatiana lo avrebbe visto felice, e per questo lo avrebbe amato di più di quanto non lo amasse già. Perché Fabrizio sarebbe stato felice, e avrebbe visto Tatiana davvero felice, e per questo la avrebbe amata più di quanto non dicesse di amarla già. E così la felicità di lui diventava quella di lei e la felicità di lei quella di lui. Questa è la vera fusione. Questo è, per me, l’Amore.

La presente riflessione di Silvia Lisena è già apparsa nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), con il titolo “Ti amo, ma poi (ti) chiedo il conto” e viene qui ripresa, con alcuni riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.