Più di un sottile filo rosso

«Leggendo le parole di un medico con disabilità dello Yemen – scrive Antonio Giuseppe Malafarina -, provenienti da uno Stato della Penisola Arabica che è un quotidiano teatro di guerra, noto un senso di relegazione, di prigionia assai simile a quello che riguarda tante persone con disabilità. Penso a quelle che vivono in un istituto, fra le solite invalicabili pareti di casa o recluse da disposizioni, regolamenti e leggi che vanno contro la libertà della persona»

Persona con disabilità nello Yemen, spinta da un giovane soldato

Un giovane yemenita in carrozzina, spinto da un altrettanto giovane soldato, in una zona del Paese della Penisola Arabica, ove da tempo si vive in uno stato di guerra

Yemen, Stato della Penisola Arabica da cui giunge un urlo lacerante e nobile. Duro e straordinariamente umano. Ricco di un potente slancio poetico che, narrando didascalicamente l’orrore della guerra, annuncia un desiderio di pace che appare sublimato, raffinato dalla viva fiamma della fucina della disabilità.
Il grido viene da un messaggio – che pubblichiamo di seguito – giunto da un medico dello Stato asiatico – e che sia con disabilità è un concetto relativo -, nel declinare l’invito a fare da relatore al VI Congresso dell’Associazione Mediterraneo Senza Handicap [se ne legga la presentazione nel nostro giornale, N.d.R.].
Il testo apre a considerazioni d’ampio raggio che accenno in una piccola, personalissima, introduzione tesa a suscitare altre elucubrazioni, cercando di non guastare l’altissimo senso di ribellione, vitalità, realismo e speranza del testo stesso.

La questione yemenita è lontana da noi più di un continente. In fondo questo è lo stesso della Siria e in entrambi i Paesi si combatte per ragioni che mescolano politica, fede, provenienza geografica e altre a volte pretestuose ragioni, come il sostegno a un sovrano non condiviso. Eppure fra Siria e Yemen c’è più di un continente, un abisso, uno spazio mediatico enorme, che rende i profughi yemeniti, o quelli che vorrebbero esserlo e non possono, invisibili.
C’è una forma di giustizia, di selezione naturale quasi darwiniana, a proporre notizie di ciò che accade più vicino a noi, ma lasciare ciò che è lontano al mero approfondimento di pochi eroici ricercatori della verità crea un circolo vizioso che ci chiude in noi stessi. Come quando a parlare di disabilità sono, siamo, sempre gli stessi, per dire cose del proprio contesto.
Siria, Yemen e disabilità: argomenti che possono diventare vittime del silenzio, come della spirale del capriccio di narrarsi.

A parte questi mesti voli pindarici, necessari per introdurre l’ambiente da cui scrive il medico, è un altro il parallelo che mi accalora, tra la sua faccenda e le nostre faccende occidentali di tutti i giorni. Ma pure tra le faccende della disabilità di ogni dove.
Mi spiego meglio. Leggendo le parole dell’autore del messaggio, noto un senso di relegazione, di prigionia, che è assai simile a quello che riguarda tante persone con disabilità. Penso a quelle che vivono in un istituto, fra le solite invalicabili pareti di casa o recluse da disposizioni, regolamenti e leggi che vanno contro la libertà della persona.
Tra la disperazione del medico, letteralmente bombardato dai caccia e da chissà quali divieti governativi, e la sciagura di tante persone con disabilità in tutto il mondo, “bombardate” dall’indifferenza, dall’odio e dalla discriminazione, c’è più di un sottile filo rosso. Più che il semplice impedimento a uscire dai propri confini. C’è uno stato di fatto di privazione di libertà. C’è mancanza di rispetto di diritti e maggiormente di dignità. Ci sono spesse barriere – per invisibili che siano – ad impedire ideali di vita quanto vite ideali.

A questo punto non mi pare il caso di perseverare nel tenere chi legge lontano dal testo annunciato. E dunque chiudo qui, passando la mano a chi ha un messaggio ben più alto del mio da comunicare: «Cara…, stimatissimi partecipanti al VI Congresso di Mediterraneo senza handicap, con molto desiderio avrei voluto essere con voi oggi, ma purtroppo nel mio Paese, lo Yemen, sono ormai sei mesi che tutti, senza distinzione tra bambini, donne, anziani e disabili, stiamo vivendo la crudeltà e l’inferno della guerra. Il popolo yemenita vive in condizioni disastrose: non abbiamo acqua, né elettricità, né possibilità di comunicare. Alcune famiglie già sono morte di fame e di sete.
Perché questa tragedia? Noi tutti vivevamo in pace ad Aden, la nostra città, mentre la fazione ribelle del Nord, gli Hothies, ci ha attaccato senza motivo. Hanno bombardato indistintamente le case dei civili e con ogni tipo di bombe. Avrei molte fotografie da condividere con voi, per mostrarvi la nostra tragedia, ma non posso caricarle perché la nostra rete è insufficiente. Proverò ancora. La guerra è concentrata nelle vicinanze di Taz e Mukiras a circa 120 km a dove sono io.
A tutti voi convenuti per dibattere e condividere sul tema della disabilità voglio lasciare il mio messaggio di pace. Io amo gli esseri umani mentre ora provo l’amarezza della guerra, per questo auspico che cessino le guerre ovunque e che possiamo vivere in pace. Che Dio vi benedica e vi tenga sotto la sua protezione e custodia. Grazie.
Dr. Abdullah Mohammed Alduhimi, Aden (Yemen)».

Il presente testo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Lettera dallo Yemen, quotidiano teatro di guerra”). Viene qui ripreso, con alcuni minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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