Cosa resta dell’indignazione?

«La sola indignazione – scrive Rosa Mauro – per il comportamento di persone indegne nei confronti degli “invisibili”, persone con disabilità e anziane, non serve a nulla. Se non c’è tutela, se non c’è lucida accettazione della dignità della persona con disabilità, anche cognitiva e mentale, solo indignarsi non serve»

Persona con disabilità psichic senzatettoVorrei fare da eco a un articolo di Gianfranco Vitale, pubblicato poco tempo fa e che a mio parere non ha avuto la risonanza che meritava [“Non più subire, ma contrastare le difficoltà”, N.d.R.].
Vitale si poneva un problema davvero importante, anche per me non abbastanza affrontato dal punto di vista comunicativo e sociale: cosa resta dell’indignazione per il comportamento di persone indegne nei confronti degli “invisibili”, disabili e anziani? Egli manifestava la preoccupazione per un fenomeno che sto osservando anche io, la rassegnazione a ciò che non va bene, nell’illusione, probabilmente, di non appartenere alla categoria, e che non vi appartengano i nostri familiari.
Aggiungerei innanzitutto – sicura che a Gianfranco non dispiacerà – altri rischi che non sono quelli legati agli ospizi e alle RSA [Residenze Sanitarie Assistenziali, N.d.R.] somiglianti a “istituti di tortura” di medioevale memoria. Per esempio, quello del vagabondaggio, e delle forze di sicurezza, nel caso di persone con disabilità cognitiva o mentale, che non abbiano una famiglia o che abbiano perso i contatti con essa.
Per un periodo ha tenuto banco la vicenda di quel giovane autistico che si era smarrito a Roma: ma quanti non hanno nemmeno l’onore di un trafiletto, dormendo per terra nelle nostre stazioni, vittime di una solitudine non voluta, generata dalla loro malattia?
Per mesi e mesi, se non per anni, l’omicidio di un bambino, di una ragazza, tengono banco nelle varie trasmissioni, perché i media decidono che ci riguardano, che non dobbiamo dimenticare. Processi, anche sommari, a coloro che sono ritenuti colpevoli, tuttologi che azzardano ricostruzioni e profili psicologici. E l’omicidio silenzioso e costante di coloro che spariscono semplicemente dal nostro immaginario perché hanno una malattia mentale?
Ogni anno, una popolazione tra i 20 e i 40 anni si ammala delle cosiddette “psicosi maggiori”: schizofrenia, sindrome bipolare e via discorrendo. Molti di loro, nel tempo, sono destinati a perdersi nelle nostre città, senza che nessuno dica o faccia nulla. Per loro non c’è posto, eppure l’incidenza di queste malattie è più alta di quella della sclerosi multipla, ad esempio.
E i più fortunati, quelli che in qualche modo sono ancora in famiglia, con genitori che invecchiano sempre di più, con fratelli che lavorano e che hanno una loro famiglia? Molti finiscono appunto nelle RSA, comprese quelle di cui, di tanto in tanto, per grazia ricevuta, parlano i giornali e i TG.

E la gente cosa dice, noi cosa diciamo di questi lager a cielo aperto, di questa lenta agonia istituzionale? Si indigna, forse per un giorno o due, poi il TG smette di parlarne e tutto scivola nel dimenticatoio, perché «non può succedere a me, a mia sorella, a mio figlio»… Quando succede, scivolerò nel mondo dei senza diritti, delle famiglie disperate, di coloro che conoscono la disumanità di questi posti, o dei TSO [Trattamenti Sanitari Obbligatori, N.d.R.] che a volte portano alla morte. Ma era un pazzo, in fondo, cosa ce ne importa?
E questo perché l’indignazione, da sola, non serve a nulla: se non c’è tutela, se non c’è lucida accettazione della dignità del disabile, anche cognitivo e mentale, indignarsi non serve.
Capito, giornalisti? Io sono una vostra indegna collega, una “giornalista di strada”, ospitata un po’ qui un po’ là. Però lo so anch’io che i vostri pezzi indignati non portano a nulla se poi non si va anche dopo per le strade, se poi non si va anche dopo dal politico a dirgli «cosa farete», «cosa fate per questi casi?».
Perché non ci sono inchieste vere e serie sulle ispezioni nelle RSA, sulla percentuale di persone con disabilità psichica nelle strade, scritte per fare in modo che la gente si riconosca, si specchi in questi esseri umani che hanno avuto in sorte una malattia che ancora oggi soffre di uno stigma di emarginazione e di mancanza di empatia?

Nei giorni scorsi è stato mostrato un detenuto marocchino che aveva avuto il coraggio di registrare quanto avveniva in un carcere. Lui lo ha potuto fare perché ha una voce, un’identità non spezzata. Ma chi, anche nelle carceri, tutela i diritti delle persone con disabilità psichica e chi, dai “lager delle RSA”, può portare avanti una battaglia che vada al di là di un’indignazione di facciata perché si è stati scoperti?
E oltretutto non ci si impegna nemmeno più di tanto, nell’indignazione. Non ricordo infatti una sola storia di coloro che per mesi sono stati abusati, ma, cosa ancora più strana per una nazione pettegola che per mesi gira intorno perfino alla colazione della presunta o del presunto assassino di turno, nemmeno una storia dei loro abusatori. Entrambe le categorie non esistono realmente: i disabili e gli anziani di queste cliniche non sono madri, padri, figli o parenti di alcuno, e nemmeno i loro abusatori. Sono solo persone in camici colorati o bianchi, che non tornano a casa per pranzo.
Così, in realtà si crea una pericolosa assonanza tra chi subisce in silenzio e chi abusa, perché entrambi vengono considerati scontati, e dimenticabili.
E noi, tutti noi, finiamo con il dimenticarli, perché sono lo specchio di quello che ci teniamo accuratamente nascosto.
La scomoda parte dei “vinti” è sempre dietro l’angolo: tutti invecchiamo, tutti possiamo ammalarci, ed avere figli malati. Lo so bene io, lo sa bene Gianfranco Vitale, non lo si chiede, di appartenere a coloro che sono specchi fastidiosi per una società di facciata.

Tra poco sarà Natale e un servizietto sui “barboni”, sui malati, sui dimenticati lo tireranno fuori da qualche parte. Sempre che non si concentrino ancora e ancora su un presepe dimenticato in una scuola, su uno spettacolo non fatto. È più facile che pensare a quell’anziano, a quel disabile che, liberati da una struttura, sono finiti in un’altra, magari uguale. In nome dei nostri tanto sbandierati valori.
E Buon Natale a tutti gli uomini di buona volontà. Se ce ne sono ancora!

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