Piccoli “imprevisti” all’insegna della discriminazione

«Percepisco nettamente – scrive Daniela Schettini, persona con disabilità visiva, che racconta alcune storie di ordinaria discriminazione da lei vissute – la volontà di ostacolare la fruizione del mondo esterno, delle “cose normali”, da parte delle persone con disabilità, perché sono un “costo” e un “fastidio”. Non si pensa invece a quello che si metterebbe in circolo, ai contraccolpi positivi, se quelle stesse persone potessero accedere con facilità alla cultura, muoversi, studiare e lavorare»

Particolare di volto di donna con espressione severaVivo un periodo di grandi contraddizioni che da quando mi sono ammalata ormai più di due anni fa, con una situazione di progressiva disabilità visiva, risultano per me indigeste e faticose da accettare. Vorrei quindi raccontare alcuni piccoli “imprevisti” accadutimi recentemente e poi trarre qualche conclusione.

Decido di andare ai Fori [Romani, N.d.R.] per assistere allo spettacolo/installazione curato da Piero Angela [“Viaggi nell’Antica Roma”, N.d.R.], che prevede sia uno spettacolo di luci che un racconto audio. All’ingresso del Foro di Cesare mi informano che per la serata non c’è posto. Allora chiedo come fare per prenotare per un’altra sera e scopro che – se proprio voglio usufruire dei biglietti gratuiti per invalidi – non posso effettuare la prenotazione su internet come tutti gli altri, ma mi devo recare in un punto di informazioni turistiche.
Già questo mi avvilisce molto, perche dovrò portare con me la documentazione di invalidità e credo che il vero motivo di tale procedura sia la sfiducia nell’invalido, che viene gravato anche delle file al botteghino, quando invece si sarebbe potuto organizzare un semplice controllo all’entrata, lasciando la possibilità di prenotare su internet.
Ma il peggio è che, con la mia amica volonterosa, mi sono subito recata al punto informazioni del Colosseo – e stiamo parlando del “centro del mondo”… – ma anche lì mi imbatto in una situazione talmente “disastrata” (personale in servizio da più di otto ore e quindi stanco e demotivato; stampante fuori uso) che non riesco ad ottenere i biglietti.
Rinuncio. Per dovere di cronaca, in altre città e musei mi avevano chiesto la certificazione, ma non mi era stato impedito di prenotare una visita guidata o un entrata per telefono o per e-mail (ad esempio al Museo Egizio di Torino).

Tocca ora a un esempio forse banale, ma frequente. Frequento un corso di orientamento e mobilità che, in accordo con l’istruttrice, si concentra sul percorso che faccio per andare e tornare dal lavoro.
Purtroppo, per tornare dal posto di lavoro devo recarmi alla Stazione Termini e prendere il bus che mi avvicina a casa, percorrendo un tratto di strada interessato dai primi lavori per il Giubileo [il fatto raccontato si riferisce al periodo precedente l’apertura del Giubileo Straordinario dell’8 dicembre, N.d.R.]. Ma la mia istruttrice – che studia e trova sempre una soluzione – mi fa provare un percorso che prevede il marciapiede di Via Marsala e poi il percorso tattile all’interno della stazione. Quest’ultimo, infatti, finisce all’uscita della stazione, ma riprende sul marciapiede di fronte all’uscita e prosegue fino all’ingresso della metropolitana. Il tutto mi sembra incoraggiante, e così alcuni giorni dopo chiedo a un’amica di farlo con me, io davanti e lei a distanza di sicurezza.
Ebbene, quando arriviamo alla parte di percorso tattile sul marciapiede, devo constatare che il percorso stesso sparisce all’improvviso sotto una serie di bandoni e altri ostacoli. Credo che nessuno si sia posto il problema, ma nemmeno si sia accorto di quella fastidiosa striscia di plastica per terra, forse bastava spostare tutto il materiale di una ventina di centimetri…

Altro episodio, sempre in àmbito di autonomia e mobilità. La mia istruttrice mi dice che quando frequento un posto nuovo devo memorizzarne la mappa; non sono infatti troppo brava e tendo ancora a frequentare posti noti che ricordo a memoria; mi sforzo però di usare i suoi consigli per migliorare. E così decido, con un impeto di coraggio, di frequentare una palestra vicina a casa, per fare un po’ di ginnastica leggera.
La proprietaria mi accoglie normalmente, mi propone una lezione di prova e mi chiede come penso di muovermi in palestra. Le rispondo che memorizzerò tutto e che comunque ho il mio bastone bianco e che mio marito farà ginnastica con me.  Le chiedo se devo portare il certificato del medico di famiglia (quello per l’attività sportiva) e lei mi dice di sì, ma che non è urgente. Faccio la mia lezione di prova e ci torno due giorni dopo.
Questa volta mi accoglie con un discorso un po’ diverso. Si è informata infatti dalla sua commercialista, la quale le ha detto che per la palestra la mia presenza è una grande responsabilità. Vuole quindi: a) che scriva una liberatoria che li sollevi da responsabilità se mi succede qualcosa a causa del fatto che mi muovo nella palestra; b) che porti una dichiarazione da cui risulti che sarò sempre accompagnata e con il documento di chi mi accompagna (alla faccia della mobilità autonoma! E avevo scelto quella palestra vicina a casa proprio per questo…); c) il suddetto certificato del medico di famiglia, non più con comodo, quanto prima; d) infine, siccome mio marito non può accedere allo spogliatoio femminile, dovrò farlo con lei, anche se avrò solo bisogno di andare al gabinetto (ovviamente ho dichiarato di rinunciare alla possibilità di fare la doccia, con lei…).
Forse se avessi rinunciato a confermare la mia iscrizione avrei fatto cosa gradita, ma alla fine ho fatto quello che mi hanno chiesto. Non so se fosse loro diritto chiedermelo, ma ha prevalso il quieto vivere e un po’ di rassegnazione, e tuttavia devo ammettere che frequentare questa palestra non mi fa stare bene.

Le mie conclusioni, al momento, non sono certo pervase di ottimismo. Banalmente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma secondo me c’è di mezzo – e la percepisco nettamente – la volontà di ostacolare la fruizione del mondo esterno, delle “cose normali”, da parte delle persone con disabilità, perché sono un “costo” e un “fastidio”.
Se fosse facile accedere alla cultura, muoversi, studiare, lavorare – e ho omesso volutamente quest’ultimo capitolo – quali costi dovrebbe sopportare la collettività? Non si pensa invece a quello che si metterebbe in circolo, ai contraccolpi positivi.
Presa come persona singola, nella vita di tutti i giorni, non ho davvero le forze per contrastare tutto questo; le teorie mi fanno sperare, ma poi mi deludono. Lo stesso uso degli ausili tecnologici a volte mi fa guardare dagli altri con sospetto, e percepisco incredulità e dubbi se mi ostino a vedere una mostra ecc ecc. E tuttavia, un lumicino di speranza nel rinsavimento altrui rimane.

Ringraziamo Stefania Leone per la collaborazione.

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