Le case famiglie del Lazio sperano… nel Samaritano

«Ad oggi il Comune di Roma e la Regione Lazio stanziano per le case famiglia meno della metà di quanto servirebbe. E con i soldi stanziati non è possibile garantirne la sopravvivenza»: lo scrive Luigi Vittorio Berliri, presidente di Casa al Plurale, coordinamento delle case famiglia per persone con disabilità e minori di Roma e del Lazio, in questo suo ennesimo appello rivolto al Commissario Prefettizio del Comune di Roma e al Presidente della Regione Lazio

Particolare di persona in carrozzinaGentile Prefetto Tronca, gentile Presidente Zingaretti, Papa Francesco ha aperto il Giubileo Straordinario ricordando la figura del Samaritano, una storia bellissima, perché descrive quello che tutti i cittadini, ovvero le persone che vivono in una comunità, dovrebbero fare.
La compassione (da cum-patere: provare assieme le medesime ferite, sentimenti, gioie) non si delega: è compito di tutta la comunità il “farsi carico”. Non si può non vedere. Non si può non fasciare le ferite, non versare vino e olio. Caricare sul giumento. Ma non basta! È alla fine la parte più importante, quando il giorno dopo il Samaritano si preoccupa di pagare l’oste. Gli dice: «Prenditi cura di lui» (in greco Επιμελεομαι ovvero “epimeleomai”) e non solo tira fuori due denari, ma aggiunge: «Se spenderai di più, ti rifonderò». Solo con la compassione – senza la locanda e l’oste – l’uomo al centro dell’azione del Samaritano è destinato a morire di stenti sul ciglio della strada.

Chi scrive di mestiere fa proprio “l’oste”. A Roma esistono tante case famiglia per persone con disabilità e per ragazzi e per bambini e per donne in difficoltà: per persone che non hanno una famiglia che possa prendersi cura di loro. La città, che è la loro comunità, invece di mandarli in anonimi istituti, ha scelto, per fortuna, di accoglierli in casa famiglia.
Sono case calde, belle e accoglienti, dove lavorano persone che haivoglia a “farsi prossimo” e a versare fiumi di vino e olio; anzi, mi permetto di sottolineare, rendono la vita ferita dei ragazzi, dei disabili, delle donne accolte, una vita bella, una vita possibile, nella quale le ferite si trasformano in “feritoie” e attraverso le quali passa la Vita vera e si scorgono pezzi di umanità.
Proprio “in qualità di oste” mi rivolgo al prefetto Francesco Paolo Tronca [commissario prefettizio per la gestione provvisoria del Comune di Roma, N.d.R.], che ringraziamo per la piena attenzione dimostrata nel corso di un incontro del dicembre scorso, e al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, in forza della sua sensibilità e intelligenza.

Le case famiglia, ognuna autonoma e diversa, si sono riunite in un’associazione di secondo livello, denominata Casa al Plurale, di cui chi scrive è il presidente. Sono oltre 50 le case famiglia rappresentate, nelle quali vivono 300 persone con disabilità, 80 minori e molte mamme in difficoltà. Ci lavorano 400 operatori.
Perché vi scrivo dunque? Scrivo perché la mia comunità – la Capitale d’Italia – non vuole ricordare l’ultima parte, quella più “laica” e concreta, quella meno romantica della parabola del Samaritano. Si è dimenticata che prendersi cura significa trovare i “due denari”, per fare in modo che la Vita delle persone ai margini possa essere degna di essere vissuta.
Bisogna, con coraggio, fare delle scelte. Se i denari sono pochi, andranno destinati per prima cosa ai più fragili, ai più deboli.
Caro Commissario, Caro Presidente, ad oggi il Comune di Roma e la Regione Lazio stanziano per le case famiglia meno della metà di quanto servirebbe. E con i soldi stanziati non è possibile pagare il lavoro dei tanti “osti”: educatori professionali, assistenti, non è possibile garantire la sopravvivenza delle case famiglia.
In questo momento, solo con i finanziamenti previsti da Comune e Regione, la paga di un educatore professionale sarebbe pari a 1.54 euro per ogni ora di lavoro! Non è possibile, dunque, “epimeleomai”, “prendersi cura”.

Roma Capitale si riprenda il suo ruolo: sarà Capitale solo se in grado di prendersi cura dei più fragili, proprio come la Lupa Capitolina si prese cura di Romolo e Remo, che non erano figli suoi. È questa la sfida che lanciamo per il futuro di Roma e di tutti i suoi cittadini, nei prossimi cento giorni.
Mi piacerebbe invitarvi in casa famiglia: vorrei presentarvi Emilia, che non vede e ha un grave ritardo, ma che è felice. Felice di vivere. Vorrei mostrarvi come la Vita diventi bella e degna di essere vissuta, purché si venga messi in condizione di viverla a pieno. Ognuno per come può. Ma questo è possibile solo con i famosi denari dati alla locanda, di cui si fa carico il Samaritano!

Presidente di Casa al Plurale.

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