Toscana: i punti inaccettabili di quella Delibera

«Vita indipendente significa garantire in concreto ad ogni disabile il godimento e l’esercizio delle libertà inviolabili che la Costituzione riconosce e garantisce a tutti i cittadini»: è partendo da questo fondamentale principio che le stesse organizzazioni della Toscana promotrici nell’autunno dello scorso anno di varie iniziative di protesta, contestano alcuni passaggi dell’“Atto di indirizzo per la predisposizione dei progetti di Vita Indipendente”, recentemente prodotto dalla Regione Toscana

Sciopero della fame di persone con disabilità, Firenze, 27 ottobre 2015

Un’immagine dello sciopero della fame attuato a Firenze nell’autunno scorso dalle persone con disabilità grave

«Pur recependo alcune richieste fondamentali, quella Delibera della Giunta Regionale Toscana contiene molti punti inaccettabili, reintroducendo la precarizzazione estrema della vita dei disabili, in aperto contrasto con quanto stabilito dal Piano Sanitario e Sociale Integrato Regionale 2012-2015».
Viene bocciata così, da quelle stesse organizzazioni resesi protagoniste nei mesi scorsi di dure manifestazioni di protesta per il diritto reale alla vita indipendente delle persone con disabilità (AVI-Associazione Vita Indipendente, ATP-Associazione Toscana Paraplegici, Habilia, Associazione Vita Indipendente Bassa Val di Cecina, Associazione Paraplegici Aretini, Centro Studi e Documentazione sull’Handicap di Pistoia e Associazione Paraplegici Siena), la Delibera della Giunta Regionale Toscana n. 1329 del 29 dicembre scorso, tramite la quale – come avevamo già ampiamente riferito – è stato approvato nella Regione il nuovo Atto di indirizzo per la predisposizione dei progetti di Vita Indipendente.

Rimandando i Lettori al testo integrale della nota diffusa da quelle stesse organizzazioni, ne ricordiamo qui i passaggi principali, a partire dalla richiesta di «un sostanziale aumento del budget complessivo annuale», per continuare con la necessità di «reintegrare il contributo vita indipendente alle persone ultrasessantacinquenni che sono state escluse negli ultimi mesi».
«Al capitolo “Contributo mensile” – si legge poi nella nota – le cifre restano identiche rispetto a tre anni fa. Ciò non tiene conto delle reali necessità di assistenza personale di alcuni disabili, che sono molto superiori a ciò che si può pagare con 1.800 euro mensili. Va assolutamente prevista la possibilità di erogare una somma superiore ai disabili con maggiori necessità di assistenza personale».
Ampio spazio viene quindi dedicato ai problemi legati alla rendicontazione delle spese sotenute da parte delle persone coinvolte nei progetti, fino ad arrivare a un altro punto ritenuto centrale, ovvero che «al contrario di quanto contenuto [nella Delibera] ribadiamo che il contributo alla vita indipendente attiene alla concreta e sostanziale attuazione dei diritti costituzionali e delle libertà inviolabili e non può essere in alcun modo definito come “misure di sostegno al reddito”. Perciò, si chiede sia ribadito esplicitamente che “non si richiede l’ISEE [Indicatore della Situazione Economica Equivalente, N.d.R.]”».

La chiusura del comunicato punta direttamente alla stessa “filosofia” del provvedimento adottato e merita certamente di essere citato in tutta la sua interezza: «Il capitolo “Tipologia di interventi” – si legge infatti – ripropone una visione molto rozza e parziale dell’autodeterminazione e delle azioni per le quali può essere necessario ricorrere all’aiuto di assistenti personali. Ribadiamo che “vita indipendente” significa garantire in concreto ad ogni disabile il godimento ed esercizio delle libertà inviolabili che la Costituzione riconosce e garantisce a tutti i cittadini. Quindi, sia perché questa inviolabilità è tanto maggiore quanto più si entra nei dettagli e sia per elementari esigenze di privacy, la formulazione di domanda e progetto non può e non deve scendere nei dettagli della vita delle persone, ma solo dare conto a grandi linee delle necessità di assistenza personale».

E da ultimo, ma non certo ultimo, il commento sul passaggio riguardante la documentazione richiesta per accedere ai progetti, rispetto al quale si citano sia la Legge 104/92, che ha introdotto «l’assistente sociale nella commissione per la valutazione dell’handicap» e ancor più esplicitamente la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, « laddove accoglie in due punti il “modello sociale della disabilità”». Norme, si sottolinea, che «hanno superato il modello sanitario della disabilità»; quest’ultima, quindi, non può più essere considerata come un fatto sanitario, ma è divenuta un fatto sociale, cosicché «quanto stabilito nella delibera sui documenti sanitari significa riproporre la sanitarizzazione della disabilità e far tornare indietro la Toscana di decenni».

In conclusione, a dare ulteriore sostanza alla richiesta iniziale di un maggiore budget complessivo, si guarda anche al capitolo della Delibera riguardante la Presentazione dei progetti, ove si scrive che «l’accoglimento delle domande è subordinato alle risorse disponibili». Ebbene, secondo le organizzazioni toscane, «ciò è l’esatto contrario di “garantire il diritto”. Chiediamo pertanto che l’accoglimento della domanda sia subordinato solo alla sussistenza dei requisiti in capo al richiedente». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: avitoscana@avitoscana.org.

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