“Rolling Vietnam”: viaggiare, comunicare, vivere

Sono viaggi “oltre i confini”, quelli di Federico Villa, atleta paralimpico che grazie alla sua passione per lo sport, riesce a trasmettere un messaggio positivo per una disabilità senza stereotipi, senza pregiudizi e soprattutto senza più limiti. Abbiamo incontrato questo “handbiker vagabondo” e la sua compagna di viaggio Daniela Sala, parlando con loro di “Rolling Vietnam”, l’avventura più recente, e di molto altro ancora, condividendone il concetto di diversità: una differenza come risorsa e non come ostacolo

Federico Villa nella "Città Proibita" di Hue in Vietnam

Federico Villa nella “Città Proibita” di Hue in Vietnam

Federico Villa ama definirsi un “social freelancer”, un “handbiker vagabondo”, occasionale e indipendente. Atleta paralimpico ventinovenne, assieme alla sua handbike e all’amica e compagna di “avventure” Daniela Sala, giornalista di Radio Radicale, ha affrontato uno splendido viaggio in Vietnam – chiamato Rolling Vietnam, dopo il precedente Rolling Cuba – in un percorso di vita attraverso la scoperta di luoghi lontani, forse inconsueti, ma che gli hanno permesso di costruire un racconto videofotografico utile a promuovere un dibattito sulla disabilità, “oltre i confini” e gli stereotipi.
Una sfida con se stesso, nata nel 2012, con la partecipazione alla Maratona di New York, trasformando la passione per lo sport in un messaggio per “chi verrà dopo di me”.
Con Federico (e Daniela) abbiamo parlato dunque di disabilità vista come risorsa e non come ostacolo, cercando le potenzialità del percorso tra incontri di culture differenti, in paesaggi rurali lontani dagli agi dei centri abitati e delle grandi città, anche attraverso il suo personale “diario di viaggio dell’accessibilità”.

Dopo l’esperienza di New York e Cuba, il percorso è proseguito in Vietnam. Ma come è nata l’idea di visitare un Paese dove si fa sinceramente fatica a pensare a qualcosa di accessibile? E più in generale, come si affronta la disabilità in un Paese in Via di Sviluppo?
«Non è facile rispondere, forse è addirittura impossibile per me e per chiunque non viva in un Paese in Via di Sviluppo. Quaranta giorni non bastano, serve una vita. Per quanto riguarda però la mia personalissima esperienza, posso dire che in realtà con i giusti ausili – che in Italia in alcuni casi abbiamo la fortuna di ottenere – è stato più facile adattare le mie difficoltà al viaggio che non viceversa.
Avendo incontrato e intervistato numerose persone con disabilità e associazioni locali, ho avuto comunque la conferma che la loro vita quotidiana è una sfida continua. Certo, le cose sono cambiate e stanno cambiando, da noi come da loro, e la persona con disabilità ha voglia di integrarsi nella società. È la società, però, a non essere ancora pronta: il disabile in Vietnam è accettato, a volte compatito, ma difficilmente incluso».

Federico Villa ad Hanoi

Quattro chiacchiere con un passante in una strada di Hanoi, capitale del Vietnam

L’esperienza del diario di viaggio con la giornalista Daniela Sala ha sicuramente favorito un percorso di condivisione di emozioni e di confronto con nuove realtà territoriali, conoscendo persone con disabilità anche in zone al di fuori delle grandi città. Come è stata in tal senso la vostra “avventura” e quali risorse avete potuto scambiarvi?
«Da giornalista – spiega Daniela Sala – mi sono occupata altre volte di disabilità. Il viaggio con Federico è stato però un’immersione completa nell’argomento e il fatto che lui sia disabile in realtà è stata più volte l’occasione per conoscere gente del posto, che incuriosita si avvicinava a fare domande, e quindi essere un po’ meno turisti.
Per il resto, tante volte mi sono sentita una “novellina”. Mi è capitato ad esempio di innervosirmi quando le persone si rivolgevano a me anziché al mio compagno di viaggio e si aspettavano che io rispondessi per lui. È stato molto interessante confrontarci su questo e scoprire alcune delle sue strategie per reagire a queste e ad altre situazioni».

Federico, vorrei una riflessione più ampia sul concetto che più volte hai espresso, di «differenze che tutti hanno e delle potenzialità che ne scaturiscono».
«Penso sia necessario e inevitabile investire sulle differenze delle persone, che siano disabili o meno. D’altra parte anche noi disabili dovremmo credere di più in noi stessi ed esporci maggiormente: siamo una risorsa per il nostro Paese, sia sul piano dei valori che economico. Un dato che ci hanno riferito durante il viaggio mi ha fatto riflettere: il Vietnam perde il 2% del suo Prodotto Interno Lordo annuo per la mancata occupazione delle persone con disabilità».

Hai potuto svelare quali sono i “trucchi del mestiere” che usi quando ti trovi in percorsi poco consoni e non molto accessibili?
«Lo sto facendo. Stiamo cercando infatti di organizzare una serie di mostre fotografiche e incontri, nelle scuole o in aziende, come avevo già fatto di ritorno da Rolling Cuba. E poi stiamo lavorando a un web-doc [documentario pensato per una fruizione in internet, N.d.R.], per raccontare il viaggio e diffondere il più possibile le informazioni su come sia possibile affrontare un’esperienza del genere, mostrando quindi tutti i “trucchi” che ho usato per muovermi in autonomia in un posto che di accessibile ha ben poco.
Attualmente stiamo cercando sponsor e fondi per la realizzazione di queste iniziative e speriamo di trovare chi sia disposto a supportarci, condividendo la nostra visione».

Federico Villa e Nguyen Thi Van, donna con disabilità fondatrice del Centro “The Will to Live” di Hanoi

L’incontro tra Federico Villa e Nguyen Thi Van, donna con disabilità fondatrice del Centro “The Will to Live” (letteralmente “Voglia di vivere”) di Hanoi

Il vostro racconto videofotografico permette di fare scaturire molto bene il “viaggio vissuto”, estraendo immagini che poi vengono raccontate “da vicino”, permettendo così di trasmettere sensazioni vere e utili nel favorire un dibattito sulla disabilità…
«Per il mio lavoro ho scelto una fotocamera automatica che scatta sempre e indipendentemente dalla situazione in cui mi trovo. Volevo avere un vero racconto del mio viaggio, incluse scene di cadute dalla sedia, incontri, sguardi, gesti, insomma foto scattate con un’inquadratura in prima persona. Raccontano il viaggio, non la meta, sperando di coinvolgere nella storia chi le vede».

Sport e disabilità – come ben sanno anche i Lettori di «Superando.it» – sono due mondi che, uniti, offrono aiuto per crescere, integrarsi. Tu, Federico, parli dell’handbike non solo come di un’attività sportiva, ma anche come di un mezzo di riscatto personale.
«Lo sport è diventato negli anni un mezzo di comunicazione importante, una situazione in cui sentirsi “alla pari”, un’occasione per condividere sogni, speranze e paure. I valori dello sport hanno aiutato molte persone con disabilità, me compreso, a sentirsi forti, a ritrovare energia e sentirsi in qualche modo uguali agli altri, se non “diversamente migliori”. Tutto questo ti prepara ad affrontare la sfida più grande, vivere. Ogni giorno è un traguardo, una vittoria silenziosa e importante».

Come proseguirà questo tuo “diario di viaggio”?
«Rolling Argentina?? ;)».

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