Laboratori sulla disabilità: tutti dentro!

«Questa scelta non mi piace per tanti motivi e innanzitutto perché è irrispettosa e discriminatoria nei confronti dei ragazzi con disabilità»: lo scrive Claudia Trombetta, rispetto ai percorsi di sensibilizzazione alla diversità e alla disabilità che si tengono nelle scuole, dai quali, sin troppo spesso, vengono esclusi, e fatti uscire dalla classe, paradossalmente proprio gli alunni con disabilità

Classe di scuola

«Succede spesso – scrive Claudia Trombetta – che durante i percorsi di sensibilizzazione alla diversità e alla disabilità, che si tengono nelle scuole, venga fatto uscire dalla classe proprio l’alunno con disabilità»

Penso che numerose e forti contraddizioni caratterizzino oggi la nostra cultura dell’inclusione scolastica e sociale, per cui spesso ci mostriamo favorevoli a una sincera accoglienza delle persone con disabilità e contemporaneamente ci comportiamo, forse senza esserne consapevoli, in modo opposto.
Una delle contraddizioni su cui sto riflettendo nella mia esperienza sia professionale che personale, è connessa ai percorsi di sensibilizzazione alla diversità e alla disabilità che si realizzano nelle classi delle scuole, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado.
Premetto che apprezzo molto questi percorsi e ne sono un’accanita promotrice nelle scuole, poiché senza la consapevolezza e la partecipazione di tutti coloro che formano il contesto di vita dell’alunno con disabilità, in particolare dei compagni che possono assumere un ruolo straordinario nei processi di integrazione, non ci può essere vera inclusione scolastica. Allora, qual è il problema?

Si tratta di questo: quando entro in classe per parlare con serietà, sincerità, serenità e, anche, leggerezza (soprattutto se si entra in una scuola materna o primaria), mi piace e ritengo importante farlo con il bambino o ragazzo con disabilità presente. La classe al completo. In fondo l’obiettivo è proprio quello di favorire inclusione, giusto? Spesso, invece, sorgono perplessità da parte di colleghi, docenti e, a volte, anche di genitori.
Le perplessità sono sostanzialmente queste: e se l’alunno con disabilità capisce di essere al centro dell’attenzione? Se capisce che si sta parlando di lui? E se ci rimane male? E poi: se lui è presente, i compagni come fanno a esprimersi liberamente?
Ed ecco, immediata, la solita semplice soluzione di fronte all’imbarazzo nel parlare di disabilità: l’ennesima esclusione, per “proteggere” tutti, disabili e non. Separiamoli così nessuno disturba nessuno!
Purtroppo sto scoprendo, giorno dopo giorno, che questa pratica è molto più diffusa di quanto pensassi (e sperassi) : se non l’espulsione da tutto il percorso, spesso c’è l’esclusione da alcuni incontri.
E mentre si parla di lui, l’alunno disabile sta fuori dalla classe!

Ci ho pensato e ripensato e questa scelta non mi piace. Non mi piace per tanti motivi, che provo semplicemente ad elencare.
Non mi piace perché, innanzitutto, è irrispettosa e discriminatoria. Organizzeremmo mai un laboratorio per un bambino “normodotato”, magari anche bravo a scuola, ma che interviene troppo, disturbando e risultando così molto antipatico ai compagni? I genitori accetterebbero mai di organizzare un laboratorio con degli specialisti e farlo uscire quando si parla di lui? Io penso di no. Allora, perché accade con gli alunni con disabilità? È eticamente giusto? Educare all’accoglienza significa anche educare al fatto che se c’è un problema, qualsiasi problema all’interno della classe, va gestito come gruppo classe, con la partecipazione di tutti. Tutti insieme, in sottogruppi, con le più svariate tecniche, come preferite insomma. Ma non escludendo uno e uno solo del gruppo, che diventa così “l’oggetto del problema”. Se lo si facesse con tutti, cioè se a turno tutti uscissero dalla classe per “permettere” agli altri di parlare di loro per migliorare i rapporti all’interno della classe, non mi piacerebbe comunque, ma almeno non sarebbe discriminatorio. Ma non avviene così: quando si parla di disabilità, escono solo i bambini con disabilità.

Questa scelta non mi piace perché mi spaventa il messaggio che passiamo ai compagni. Siamo lì per comunicare che la disabilità è solo una diversità, a volte molto importante e complessa, ma solo una diversità con cui si può convivere e che si può accogliere conoscendola. E mentre parliamo di accoglienza della diversità, escludiamo dalla classe il bambino con disabilità. Non è paradossale? Come dire implicitamente, e in contrasto con quanto stiamo dicendo esplicitamente, che «la disabilità è una cosa un po’ brutta, di cui non si può parlare sinceramente con il diretto interessato, ma solo “alle sue spalle”, tra di noi… normali».

E ancora, questa scelta non mi piace perché è un pregiudizio nei confronti dello studente con disabilità. Si pensa che lui non sappia, non possa “sopportare” un simile confronto. Si pensa che sentir parlare espressamente della sua disabilità sia umiliante? Sia faticoso? Sia fonte di dispiacere e frustrazione? Può essere. Ma dipende da come se ne parla. Se preparata, sostenuta, apprezzata per quello che è, e se siamo bravi nel comunicarglielo, una persona con disabilità può tollerare anche le frustrazioni, come tutti noi. Perché la persona con disabilità, come tutti noi, per crescere deve passare anche attraverso fatiche e frustrazioni, talvolta più gravose, eppure inevitabili, se vogliamo far sì che cresca senza mantenerlo in un’infanzia perenne.
Ricordo sempre le parole di Cristina Acquistapace, donna con sindrome di Down: «Nella mia vita ho sofferto tanto e faticato tanto, ma ora sono una donna soddisfatta di me e felice».

Questa scelta non mi piace, inoltre, perché sottovaluta i compagni. Molti compagni, di qualsiasi età, possono imparare ad esprimersi con lui e nei suoi confronti con sincerità e rispetto al tempo stesso, se aiutati a comprendere e comunicare emozioni e vissuti in modo consapevole. Non è questo l’obiettivo degli incontri? Non è questa l’inclusione di cui tanto andiamo parlando?

In conclusione, questa scelta non mi piace perché penso che la vera e profonda motivazione nell’escludere il bambino dalla classe durante questi incontri sia il grande imbarazzo degli adulti a parlare di disabilità. Se poi mi si dice che condurre un incontro “tutti insieme” può essere molto complesso e richiede estrema competenza, empatia, capacità di gestione del gruppo classe e delle relazioni , ovviamente sono d’accordo. Ma un lavoro eticamente corretto e coerente con l’obiettivo che si propone può essere barattato con un lavoro discriminatorio e incoerente, solo perché quest’ultimo è più semplice?
Io penso che la disabilità complichi ogni cosa, ma se accettiamo questa complessità senza volerla semplificare con logiche espulsive e segreganti, possiamo garantirci una grande possibilità di crescita personale, relazionale e sociale.

Psicologa e psicoterapeuta, mamma di una bambina con sindrome di Down.

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