Storie di giochi e giocattoli “con disabilità”

«Forse – scrive Simona Lancioni -, ferma l’importanza di rappresentare tutte le diversità umane (anche nei giochi e nei giocattoli), converrebbe lavorare di più perché i bambini e le bambine con disabilità fossero messi in condizione di giocare assieme agli altri bambini e bambine con gli stessi giochi utilizzati da tutti e tutte»

La bambola in carrozzina Becky

La bambola in carrozzina Becky, amica della ben più famosa Barbie e prodotta anch’essa dalla Mattel

Se le persone con disabilità fanno parte dell’umanità, anch’esse, al pari delle altre, devono essere raccontate e rappresentate. Dove? Ovunque! In proporzione, certo, ma ovunque. Nella letteratura, sui giornali, in TV, nella pubblicità… nei giochi.
Ultimamente c’è una grande produzione di giocattoli che rappresentano persone disabili, anche se il fenomeno non è certo una novità. L’ultima arrivata è la LEGO, che ha presentato alle Fiere del Giocattolo di Londra e Norimberga un nuovo personaggio in sedia a rotelle (della serie City). L’iniziativa è stata presa dietro la sollecitazione della campagna social #ToyLikeMe (letteralmente “Un giocattolo come me”), rivolta da tre mamme di bambini disabili inglesi alle aziende produttrici di giocattoli, per indurle a realizzare giochi rappresentativi della disabilità, anche tramite una petizione indirizzata espressamente alla LEGO, che ha raccolto più di ventimila firme, all’insegna del messaggio: «Per favore, rappresenta positivamente la disabilità attraverso i tuoi giocattoli».
Le adesioni alla campagna delle mamme inglesi sono state numerose e nel sito del «Corriere della Sera» viene pubblicata una galleria fotografica che mostra alcune realizzazioni.
Anni addietro, esattamente nel 1997, c’era stata Becky, la bambola in sedie a rotelle, amica della, decisamente più famosa, Barbie (prodotte entrambe dalla Mattel), e ora, perché proprio nessuna si senta esclusa, stanno arrivando anche le versioni di Barbie minuta, bassa e “curvy[“curvy”: con forme prorompenti, N.d.R.].
E ancora, ogni tanto qualcuno tira fuori il bambolotto con i tratti tipici della sindrome di Down, e anche questo, manco a dirlo, si porta dietro il suo bel corredo di polemiche. Infine c’è chi, naturalmente, la bambola con disabilità la produce proprio per fare polemica, come nel caso della “bambola handicappata GIL”, provocatoriamente realizzata nel 2012 in Svezia dalla Cooperativa per la Vita Indipendente di Göteborg (GIL), al fine di contrastare il pietismo e il buonismo cui spesso sono soggette le persone con disabilità. «Se avete un profondo bisogno di essere dolci e sensibili con qualcuno che ha una disabilità fisica o intellettiva, compratevi una di queste bambole», invitava Anders Westgerd, promotore dell’iniziativa, persona con disabilità ed esponente di GIL.

Ma questi “giocattoli disabili” sono utili? I bambini e le bambine con disabilità potrebbero avere il desiderio di sentirsi rappresentati, e di trovare tra i tanti giocattoli disponibili anche quello che rispecchia in modo più fedele le proprie caratteristiche. I bambini e le bambine senza disabilità non dovrebbero farsi particolari problemi a giocare con qualsiasi gioco e, così facendo, a confrontarsi con le tante diversità che possono caratterizzare gli esseri umani. L’importante, credo, è che la scelta di giocare con questo o quel gioco rimanga spontanea, e non sia imposta dagli adulti. Infatti, non è scontato che tutti i giochi piacciano a tutti i bambini, e che anche i bambini e le bambine con disabilità gradiscano e preferiscano sempre i “giocattoli disabili”. Qualcuno o qualcuna potrebbe infatti concludere: «Siccome sono diverso/a, mi regalano giochi diversi…».
Qualcosa di simile, tra l’altro, è accaduto a Valeria Alpi, giornalista con disabilità, la cui firma è spesso presente anche su queste pagine, quando, a sei anni, le regalarono un Cicciobello nero. Scrive lei stessa nel suo blog: «Vivevo già la mia di diversità, sapevo che ci avrei fatto i conti tutta la vita con la diversità, ero sempre in ospedale e i miei momenti di gioco erano diversi da quelli degli altri bambini: potevo almeno per quella mezzora in cui facevo finta di fare la mamma avere un “figlio” bello e normale e dimenticarmi di dover sempre fare i conti con la diversità? Almeno nel gioco? Eh no. Avevo un figlio nero che nessuno voleva».

Forse, ferma l’importanza di rappresentare tutte le diversità umane – anche nei giochi e nei giocattoli -, converrebbe lavorare di più perché i bambini e le bambine con disabilità fossero messi in condizione di giocare assieme agli altri bambini e alle altre bambine con gli stessi giochi utilizzati da tutti e tutte. Purtroppo i progetti realizzati non sono ancora tantissimi, ma qualcosa si sta facendo, ad esempio, per rendere accessibili i diversi giochi utilizzati per allestire i parchi gioco.
Fare in modo che tutti i bambini e le bambine – ognuno e ognuna con la propria diversità – possano giocare assieme, continua a rimanere il miglior modo per fare esperienza della diversità. Tra giocare con un “giocattolo disabile”, e giocare con un bambino disabile, credo che la seconda sia sempre da preferire.

Sociologa. La presente riflessione è già apparsa nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), con il titolo “La disabilità nei giochi”, e viene qui ripresa, con alcuni minimi riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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