“Strutture protette” o da cui proteggersi?

«Ancora per anni – scrive Salvatore Nocera, riflettendo sulle recenti e ripetute notizie di trattamenti disumani su persone con disabilità, all’interno di “strutture protette” – avremo bisogno, per i casi gravissimi, di centri residenziali, in attesa che si realizzino piccole comunità di tipo familiare e – ove possibile – progetti di vita indipendente diffusi totalmente sul territorio; in tutti questi anni, quindi, sarà necessario “proteggere” i nostri familiari con disabilità proprio da certe “strutture protette”»

Ombra di uomo in carrozzina su sfondo biancoIn questi giorni siamo rimasti turbati, per non dire sgomenti, da notizie di cronaca nera, succedutesi a breve distanza, relative a trattamenti disumani su persone con disabilità da parte di operatori di “strutture protette”. E le notizie che emergono sulle pagine dei giornali sono solo una piccola parte di tale fenomeno, perché una parte ben maggiore rimane sconosciuta, vuoi perché ignota ai familiari delle vittime, vuoi perché non sono in grado di provare quanto accaduto.
In queste circostanze non basta recriminare o gridare all’inciviltà di certe strutture. Serve correre immediatamente ad alcuni ripari, che tutelino preventivamente – se possibile, e comunque immediatamente – le persone con disabilità ricoverate in questi centri, molti dei quali saranno pure gestiti professionalmente e con rispetto della dignità dei loro ospiti, ma che in troppi casi stanno mostrando di trattare in modo inospitale e razzista le loro vittime.

La cosa più urgente che le Associazioni dovrebbero proporre alle Regioni che si convenzionano con gli enti gestori di tali centri è pretendere che nei regolamenti organizzativi di essi sia introdotta una norma che preveda obbligatoriamente la nomina di un collegio di vigilanza di familiari e rappresentanti degli enti locali territorialmente competenti, i quali possano entrare in ogni ora del giorno e della notte, senza preavviso, per verificare lo stato di vita degli ospiti. Le nomine dei familiari dovrebbero avvenire tramite elezione e tutti i membri del collegio di vigilanza dovrebbero ruotare ogni anno per evitare situazioni di acquiescenza. Credo che già la semplice nomina dovrebbe essere un deterrente contro pratiche criminali.
Occorrerebbe inoltre prevedere obbligatoriamente dei corsi di formazione ricorrente dei dirigenti e degli operatori, non solo sulla normativa, ma anche sui problemi psicologici di chi, impegnato in lavori tanto delicati, potrebbe esserne stressato.
Mentre questa seconda proposta richiederebbe la previsione di finanziamenti, la prima – riguardando dei volontari – non comporterebbe spese e potrebbe essere adottata subito.

Dal dibattito svoltosi recentemente sulla Proposta di Legge riguardante il cosiddetto “Dopo di Noi” [approvata alla Camera e ora al Senato, N.d.R.], è emerso con chiarezza che ancora per anni avremo bisogno, per i casi gravissimi, di centri residenziali, in attesa che si realizzino piccole comunità di tipo familiare e – ove possibile – progetti di vita indipendente diffusi totalmente sul territorio; in tutti questi anni, quindi, sarà necessario “proteggere” i nostri familiari con disabilità proprio da certe “strutture protette”.

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), della quale è stato vicepresidente nazionale.

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