Solo impiccio burocratico o pura e semplice discriminazione?

Modificando la procedura di rimborso per l’assistenza domiciliare indiretta delle persone con disabilità, ovvero imponendo loro di anticipare la retribuzioni agli assistenti, rimborsandole successivamente, il Comune di Roma rischia di tagliare fuori dal servizio proprio le famiglie in maggiore difficoltà economica. Della questione si sta occupando l’Associazione Avvocato del Cittadino, che intende promuovere un’azione collettiva nei confronti dell’Amministrazione Capitolina, per verificarne l’eventuale attività discriminatoria

Ombra di uomo in carrozzina su sfondo arancione«È ovvio che una famiglia o una persona con disabilità, spesso indigente, non disponga della possibilità economica di retribuire in autonomia un assistente. Se così fosse, non chiederebbe aiuto al servizio pubblico, che infatti richiede la presentazione dell’ISEE [Indicatore della Situazione Economica equivalente, N.d.R.] per il servizio. Ora ci chiedono di presentare le buste paga degli operatori ogni mese, pena la sospensione o un ritardo ulteriore dei pagamenti».
A che cosa si riferiscono con queste parole le persone con disabilità romane rivoltesi all’Associazione Avvocato del Cittadino, per avviare un’azione collettiva nei confronti del Comune di Roma? Esattamente alla modifica della procedura di rimborso per l’assistenza domiciliare indiretta, svolta appunto dal Comune di Roma, tramite il SAVI (Servizio di Aiuto per la Vita Indipendente).

«Chi usufruisce del Servizio SAVI – spiega Emanuela Astolfi, presidente dell’Avvocato del Cittadino – percepisce un contributo dal Comune di Roma per assumere alle proprie dipendenze un operatore che lo aiuti a svolgere le normali attività della vita quotidiana. La Circolare n. 2268/13 dell’Amministrazione Capitolina aveva previsto la stabile e regolare corresponsione mensile del contributo alle famiglie o alle persone disabili ogni 10 del mese. Secondo la nuova procedura, invece, le persone con disabilità devono anticipare il pagamento della retribuzione in favore degli assistenti domiciliari, e solo dopo avere presentato la rendicontazione (le buste paga) al Municipio di competenza, ricevere il contributo. Questo significa escludere dal servizio SAVI tutte le persone che non hanno alcun reddito o hanno un reddito appena sufficiente per il proprio sostentamento. Le famiglie con maggiori difficoltà economiche rischiano dunque di essere tagliate fuori dal servizio».

«Con la nostra Associazione – prosegue Astolfi – stiamo raccogliendo le adesioni e organizzando, con l’aiuto delle famiglie interessate, un’azione collettiva per chiedere l’accertamento dell’attività discriminatoria posta in essere dal Comune di Roma anche alla luce di quanto previsto agli articoli 2 (Definizioni) e 5 (Uguaglianza e non discriminazione) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, per ciò che riguarda il “ragionevole accomodamento”, ossia quegli adattamenti necessari e appropriati al fine di garantire alle persone con disabilità il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali sulla base dell’uguaglianza con gli altri».

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento, oltre che per visionare i testi dei provvedimenti citati nella presente nota: info@avvocatodelcittadino.com.

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