Non un’offesa al singolo, ma a milioni di persone con disabilità

È questo uno dei fatti più significativi emersi dalla vicenda in cui la LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) ha deciso di costituirsi parte civile in un processo penale che ha per vittima una donna con acondroplasia (patologia congenita di nanismo), insultata e denigrata a causa della sua disabilità, richiesta che è stata accolta dal Tribunale di Verbania, perché «la condotta incriminata ha comportato una lesione diretta e immediata dell’interesse primario della LEDHA stessa»

Martelletto del tribunale e mano che scrive una sentenzaIl Tribunale di Verbania ha accolto la richiesta della LEDHA – la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) – di costituirsi parte civile in un processo penale che vede vittima una donna affetta da acondroplasia, patologia congenita di nanismo.

La vicenda di cui si parla era iniziata e si era sviluppata nell’àmbito dell’attività professionale di avvocato esercitata dalla parte offesa. La donna, infatti, era stata pesantemente insultata e denigrata a causa della sua disabilità da due persone, mediante la pubblicazione su Facebook di frasi ed espressioni diffamatorie e discriminatorie, in quanto la diffamazione ruotava attorno al nanismo della donna stessa.
L’avvocato Giacinto Corace, legale esperto in diritto antidiscriminatorio che difende la vittima, sottolinea la gravità della condotta incriminata: «L’utilizzo di Facebook – spiega infatti – amplifica oltremodo l’offesa, per la sua diffusione capillare e per la sua capacità di raggiungere potenzialmente un numero indeterminato di persone».

La decisione della LEDHA di costituirsi parte civile ha seguito le stesse le modalità che vengono messe in atto, ad esempio, da parte delle associazioni ambientaliste, in caso di processi per danni all’ambiente. «Questa azione – dichiara in tal senso Alberto Fontana, presidente della LEDHA – rientra pienamente nell’àmbito della mission della nostra Associazione. Le frasi diffamatorie rivolte a una persona con acondroplasia non rappresentano solo un’offesa al singolo, ma sono offensive della generale condizione di disabilità in cui si trovano a vivere milioni di persone in Italia e nel mondo».
«Questa vicenda – commenta dal canto suo Gaetano De Luca, avvocato nel Centro Antidiscriminazione “Franco Bomprezzi” della LEDHA – ci fa capire come qualsiasi comportamento lesivo della dignità di una persona con disabilità possa, di fatto, costituire una grave offesa alla faticosa quotidiana attività di tutela svolta da un’Associazione come la nostra, pregiudicando il raggiungimento delle sue finalità».
E del resto l’avvocato Stefania Santilli, legale che assiste nel procedimento la LEDHA, ha ottenuto l’ammissione della costituzione di parte civile, proprio perché «la condotta incriminata ha comportato una lesione diretta e immediata dell’interesse primario dell’Associazione». «La decisione del Tribunale di Verbania – sottolinea Santilli – testimonia ancora una volta come sia importante per le vittime rivolgersi con fiducia alle Istituzioni e alle Associazioni, per tutelare i propri diritti fondamentali».

Assieme alla LEDHA si sono costituite parte civile nel provvedimento altre due Associazioni, vale a dire l’AISAC (Associazione per l’Informazione e lo Studio dell’Acondroplasia) e Acondroplasia – Insieme per crescere. «Ormai da trent’anni – dichiara Marco Sessa, presidente dell’AISAC – abbiamo fatto molte campagne per stigmatizzare l’uso improprio, discriminatorio e lesivo che spesso viene fatto della parola “nano”. La decisione di costituirci parte civile in questo processo rientra nella stessa logica: la tutela di tutte le persone con acondroplasia». (I.S. e S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@ledha.it (Ilaria Sesana).

Stampa questo articolo