Ma dove sta la civiltà?

C’è infatti ben poco da stare allegri, se anche in civilissime democrazie di stampo occidentale, come l’Australia e la Nuova Zelanda, che già da otto anni hanno ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, vigono regole tendenti all’esclusione e alla chiusura, discriminando persone con disabilità, sostanzialmente perché “sono troppo costose per la sanità e per i servizi pubblici”

Realizzazione grafica con un crepaccio che divide una persona con disabilità da tutte le altrePremessa necessaria: le notizie di cui stiamo per occuparci non arrivano da Paesi ancora in cerca di sviluppo, dominati da truci regimi, bensì da due civilissime democrazie di stampo occidentale, i cui Governi hanno ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità rispettivamente il 17 luglio 2008 e il 25 settembre 2008. Eppure…

Siamo dunque in Australia, dove da qualche anno è in vigore il National Disability Insurance Scheme (NDIS), importante  programma di assistenza rivolto alle persone con disabilità. Succede però che ne siano esclusi, fino al compimento dei 10 anni di età, i bimbi con disabilità nati in Australia da genitori neozelandesi, a causa delle speciali condizioni di soggiorno stabilite per questi ultimi. Pur essendo infatti il programma NDIS aperto sia ai cittadini che ai residenti con disabilità, le persone neozelandesi – malgrado possano vivere in Australia da decenni, pagando regolarmente le tasse, e paradossalmente anche la quota d’imposta relativa allo stesso NDIS – rimangono sempre, da un punto di vista giuridico, dei “residenti temporanei”, ciò che deriva da una norma di una quindicina d’anni fa, volta a limitare il fatto che recandosi in Australia, dei cittadini neozelandesi potessero automaticamente utilizzarne il sistema di welfare.

Piccoli cittadini australiani, quindi, chiaramente discriminati fino ai 10 anni di età, perché figli di neozelandesi… Basta però attraversare il mare e arrivare proprio in Nuova Zelanda, per scoprire un’altra situazione non certo confortante, resa palese dal rifiuto della locale Autorità per l’Immigrazione di concedere la residenza a un ragazzo con autismo, figlio di persone belghe, in quanto i suoi problemi sanitari costituiscono – e costituiranno – un onere di spesa troppo pesante per la sanità e i servizi pubblici del Paese! E a quanto pare si tratterebbe di un trattamento riservato a ben centosedici persone negli ultimi due anni…
Oltre dunque a manifestare solidarietà alla famiglia di quel ragazzo – il padre è un professore di matematica che lascerà la Nuova Zelanda, ritenendo che quest’ultima avvia violato la Dichiarazione Universale dell’ONU sui Diritti Umani – non possiamo che chiederci: dove sta la civiltà, se anche in Paesi democratici come l’Australia e la Nuova Zelanda prevale l’esclusione, la chiusura e la violazione dei diritti umani? (Stefano Borgato)

Ringraziamo per la collaborazione Terre des Hommes.

Stampa questo articolo