Benny, Harry e l’autismo

«Triangolare la comunicazione, facendola passare attraverso un “oggetto terzo”, alleggerisce il carico emotivo e consente alle persone con autismo di cogliere da sole le indicazioni loro suggerite». Simonetta Morelli si sofferma sulla corrispondenza – vero e proprio metodo didattico – tra Benny (Benedetta), giovane con autismo e Harry Potter (alias Gabriella, madre di Benny)

Benedetta (Benny), figlia di Gabriella La Rovere, mentre suona le percussioni

Dotata di un grande senso del ritmo, Benny, figlia di Gabriella La Rovere, suona le percussioni da tre anni sotto la guida del maestro Leonardo Ramadori

Benny e Harry sono grandi amici. Si scrivono tutti i giorni. Fanno un uso antico e gentile della piccola scrittura che incastona pezzetti di vita su fogli di carta, come usava una volta; o su fogli di posta elettronica come accade a loro due, corrispondenti di oggi.
Ogni sera Benny in poche brevi frasi dice a Harry ciò che le urge sul piano emotivo, nel bene e nel male: può essere una seduta dal dentista, una passeggiata con la mamma, la visita al papà che vive in un’altra città o una gita fuori porta; una contrarietà con la sua assistente o il lavoro che ha svolto al Centro Diurno.

Benny (Benedetta), 23 anni, ha la sclerosi tuberosa* a cui è associato l’autismo, una forma che le permette di scrivere, parlare anche diverse lingue e suonare le percussioni. Ma che non la salva da tutto il resto, soprattutto da una forma di emotività che crea forti stati d’ansia. Una condizione comune a molti ragazzi autistici cosiddetti “ad alto funzionamento”, che avrebbe reso Benedetta ingestibile se Gabriella non avesse trovato un modo, anzi un vero e proprio metodo didattico, per affrontare l’ansia della figlia.
Harry, invece, è niente meno che Harry Potter, il famoso maghetto inglese creato da J.K. Rowling, il personaggio preferito da Benny; è magico e ha una soluzione per ogni cosa. Harry, di volta in volta, ascolta profondamente ciò che Benny dice fra le righe, la segue sul filo sottile della sua sofferenza. A volte, nei momenti di maggiore insicurezza, Benedetta diventa lui, cambia voce e si dà parole di sostegno: questo le dà coraggio. In questo modo Benny dimostra anche quanto ha appreso e compreso delle indicazioni comportamentali che attraverso la corrispondenza le arrivano dal suo interlocutore…

Ovviamente, dietro la mail di Harry c’è la mamma di Benedetta, Gabriella La Rovere. Invisibile, Gabriella gioca la partita della vita di sua figlia, come fosse Harry Potter sul campo di Quidditch, a caccia del “Boccino d’Oro” [nelle storie di Harry Potter, il Quidditch è un gioco magico con la palla che si gioca a cavallo di manici di scopa volanti, N.d.R.]. Come una “Cercatrice” – la figura più importante nel gioco del Quidditch – Gabriella insegue, spericolata e coraggiosa, Benedetta e il suo malessere alato e imprevedibile come un “Boccino d’Oro”, per vincere la sua partita. E per evitare che nella vita complessa della figlia, il filo del volo di lei si imbrogli, creando un’occasione di crisi.
Hello Harry! Hi Benny!. La corrispondenza tra una ragazza autistica e il suo amico immaginario come nuovo metodo educativo (Mursia, 2016), contiene il carteggio fra Benedetta e Harry Potter. Tutto il lavoro è un esempio mirabile di triangolazione della comunicazione con una ragazza autistica.
I ragazzi autistici hanno difficoltà a sorbire direttamente un “comando”, un’indicazione su ciò che si deve o non si deve fare, dire, compiere. Che si tratti di atti su di sé (lavarsi, vestirsi, mangiare con le posate, pettinarsi, allacciarsi le scarpe e così via) o di codici di comportamento che regolano la vita di relazione, agire direttamente su di loro è difficilissimo, se non quando controproducente, provocandone il rifiuto, la fuga o il comportamento-problema (una reazione forte e spesso autolesionistica). La loro struttura mentale mal sopporta il carico diretto delle indicazioni.
Triangolare la comunicazione, facendola passare attraverso un “oggetto terzo”, alleggerisce il carico emotivo e consente alle persone con autismo di cogliere da sole le indicazioni loro suggerite.
Harry Potter, in questo caso, è quel terzo elemento su cui rimbalzano le indicazioni materne perché arrivino a Benedetta, senza ferirla. È così che Gabriella sta educando la figlia all’autonomia, all’autogestione dell’emotività, al controllo dell’ansia, all’accettazione di ciò che non si può cambiare. Harry Potter è, nella mente di Benedetta, lo scoglio del naufrago, quello che la salva non solo perché è magico, ma soprattutto perché c’è.

Il libro – corredato da una prefazione e da una postfazione a cura rispettivamente di Bruna Grasselli e Fabio Bocci, entrambi docenti associati di Pedagogia e Didattica Speciale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre – attraverso la freschezza delle parole vive, tra i due corrispondenti, descrive un vero e proprio metodo didattico che ha la forza e il calore dei sentimenti e la creatività di una strategia di vita. Tutto tende a dare a Benedetta un’esistenza serena.
Dunque, nessun miracolo, nessuna guarigione e tanto meno nessuna magia. Solo intelligenza e determinazione, energia e passione. E amore operoso.
Gabriella La Rovere, medico di professione, è anche giornalista e autrice televisiva (per RAI Educational ha lavorato per Explora -La tv delle scienze). Nel 2014 ha pubblicato L’orologio di Benedetta (Mursia) [se ne legga anche nel nostro giornale, N.d.R.], libro che ha ispirato un monologo teatrale dal titolo Storia di un’attinia e di un paguro bernardo. L’autismo, le battaglie e l’amore con cui La Rovere sta girando l’Italia per parlare di autismo senza veli. Con ironia e trasporto porta in scena il dramma quotidiano e la sua catarsi. Alla fine dei giorni, quando l’energia vitale si esaurirà e sparirà, resterà, data al mondo, una figlia ricca come un scrigno pieno di ogni gesto, di ogni parola materna.
Un’eredità ricca di piccole sapienze lasciata alla società, che ha il dovere civile di osservare, conservare e curare i figli autistici altrui e tutto ciò che vi è profuso.

*La sclerosi tuberosa è una patologia multisistemica che coinvolge quasi tutti gli organi e gli apparati dell’organismo, e in particolare il sistema nervoso centrale. Si tratta di una malattia genetica rara, molto complessa e, in determinate circostanze, molto invalidante. Le manifestazioni cliniche di essa sono estremamente variabili da persona a persona.

La presente riflessione è già apparsa in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “L’autismo, Harry Potter e il magico potere della triangolazione”. Viene qui ripresa, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Stampa questo articolo