Cosa dovrei ancora fare?

«Vorrei sentirmi realizzata professionalmente, eppure ogni mio tentativo cade nel vuoto. So che come insegnante potrei dare tanto, ma oramai chiedo solo di poter lavorare e pagarmi una vita autonoma e indipendente. Si parla molto di voler integrare i cosiddetti “disabili”, perché siano una vera risorsa e non pesino sullo Stato, ma non mi sembra che ci si stia muovendo in questa direzione. Cosa dovrei fare ancora?»: così Lorena Liberatore, donna con disabilità, conclude il racconto della sua “odissea” alla ricerca di un lavoro, infruttuosa nonostante i vari titoli di studio

Viso di donna in semioscuritàSono una donna disabile affetta da amiotrofia spinale, nata a Bari e residente a Cassano delle Murge (Bari). Per amore verso gli studi umanistici, mi iscrissi alla Triennale di Lettere nel 2003 e mi laureai nel 2007, subito proseguendo gli studi con la Magistrale in Scienze dello Spettacolo e della Produzione Multimediale; mi laureai nuovamente nel 2010, come sempre col massimo dei voti e lode.
Spinta dal sogno di proseguire il mio percorso umanistico nella ricerca letteraria, mesi dopo provai il Concorso di Dottorato in Scienze Letterarie, Linguistiche e Artistiche presso l’Ateneo barese, ma non lo superai per lo scarto di un solo punto rispetto al risultato finale.

All’epoca mi fu detto da alcune persone, tra cui qualche mio ex professore, di non tentare il dottorato a Bari, poiché era «più difficile accedervi». Con onestà risposi che, data la mia disabilità, non potevo fare un dottorato lontano da Bari, poiché avrei dovuto trascinare altrove la mia famiglia e tanto meno avrei potuto cercare il mio futuro lavorativo all’estero, come tanti miei compagni di corso; nonostante tutto mi fu ribadito l’invito a ritentare lontano da lì, fuori dalla Puglia e a cercare “altro”. Mi venne anche consigliato di dedicare le mie energie a qualcosa di più “duraturo”.
Seguii parte dei consigli ricevuti e mi dedicai così all’insegnamento, sperando di poter mettere a frutto quello che negli anni avevo appreso: mi mancavano alcuni crediti per accedere alla Terza Fascia [aperta ai docenti non abilitati, ma in possesso del titolo di studio valido per l’insegnamento, N.d.R.] e mi iscrissi al Corso di Laurea Specialistica in Filologia Moderna, passando al secondo anno con la convalida di alcuni esami.
Mi sono laureata a luglio del 2014, ancora una volta col massimo dei voti e lode; mi sono subito iscritta nelle graduatorie di circolo e d’istituto (le classi di insegnamento a cui accedo con i miei titoli sono A051, A050e A043) e in quelle del personale ATA [Amministrativo, Tecnico e Ausiliario, N.d.R.].
In entrambi i casi ho chiesto di poter lavorare a Cassano e nelle zone limitrofe, come Santeramo o Acquaviva; ma non mi sono limitata a questo e, come tanti miei coetanei, ho cercato altre possibilità e ho spedito – ovunque e il più possibile – curriculum vitae, candidature spontanee, proposte per PON (Programma Operativo Nazionale) e domande di messa a disposizione volontaria (questi ultimi due nelle scuole a me vicine). Il tutto senza alcun risultato!

Contemporaneamente ho portato avanti la ricerca di un mezzo di trasporto adatto ai disabili, per poter arrivare al lavoro, nel momento in cui ne avrei finalmente trovato uno; essere disabile, infatti, non significa far pesare su un genitore tutte le proprie difficoltà ed esigenze, né chiedergli di licenziarsi per accompagnare al lavoro, e da precario, il proprio figlio!
Scoprii ben presto di non poter pagare da sola un simile mezzo: mi venivano puntualmente chiesti dai 40 agli 80 euro al giorno per percorrere pochi chilometri (tale “taxi” diventa a carico dell’utente nel momento in cui esce dall’ambito del Comune d’appartenenza).
Scrissi dunque una lettera al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e al sindaco di Bari Antonio Decaro. Chiedevo loro di permettermi di poter usufruire del mezzo di trasporto per disabili di cui dispone Bari, non come residente, ma come “domiciliata” a Bari, presso alcuni parenti e solo in alcuni periodi dell’anno e, naturalmente, nel caso in cui avessi lì trovato un’occasione lavorativa.
Ero disposta a pagare quel “taxi” nella misura delle mie possibilità, ma, nonostante abbia inviato la mia lettera sia in raccomandata con ricevuta di ritorno, sia tramite PEC [posta elettronica certificata, N.d.R.], che tramite e-mail, una risposta non mi è mai arrivata. Ho provato anche a chiederne riscontro per mezzo di persone che lavorano con il sindaco Decaro, ma mi è stato semplicemente detto che la mia lettera «non è mai arrivata»
Un’altra mia lettera, invece, ha ottenuto un riscontro favorevole! Il sindaco di Cassano, Vito Lionetti, si è mostrato molto sensibile al mio problema e attualmente sta facendo tutto il possibile per mettere a disposizione un mezzo di trasporto che possa portarmi al lavoro.

Mentre attendo una buona notizia, una possibilità per poter insegnare, oppure un “miracolo”, sono vittima di impedimenti pratici, o dovrei dire burocratici e, fino ad ora, nonostante tutti i miei sforzi, non ho mai insegnato o lavorato neanche per un giorno.
Quest’anno ho ricevuto quattro convocazioni dalle graduatorie d’istituto ai fini della stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato per il Progetto Diritti a Scuola e una per una supplenza di italiano. Ho dato la mia disponibilità a tutto quanto mi era stato offerto e in tutti i casi era sembrato che le probabilità di ottenere la nomina fossero altissime, ma, all’ultimo momento, ha accettato una persona con un punteggio più alto del mio e con un posto più alto in graduatoria.

In Terza e Seconda Fascia [quest’ultima comprende i docenti abilitati, ma non iscritti nelle graduatorie a esaurimento, N.d.R.] non esistono realmente le categorie protette: in quanto “diversamente abile” non posso chiedere di farmi lavorare presso le scuole di Cassano, dove usufruirei di un piccolo mezzo di trasporto comunale già disponibile e che non dovrei neanche pagare.
Vorrei costruirmi una mia vita, avere un lavoro, sentirmi realizzata professionalmente, eppure ogni mio tentativo cade nel vuoto. Per quanto so che come insegnante potrei dare tanto, oramai chiedo solo di poter lavorare e pagarmi una vita autonoma e indipendente.
Oggi si parla molto di “assistenzialismo”, di voler integrare i cosiddetti “disabili”, perché siano una vera risorsa e non pesino sullo Stato… eppure non mi sembra che ci si stia muovendo in questa direzione.
Cosa dovrei fare ancora, oltre tutto quello che ho già fatto?

Il presente testo è già apparso nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), con il titolo “Cosa rimane ancora da fare?” e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti, per gentile concessione. Ringraziamo in particolare Oriana Fioccone per la collaborazione.

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