Che fine ha fatto “Old George”?

«Che fine ha fatto quel “vecchiaccio” – scrive parlando di se stesso Giorgio Genta, che a suo tempo aveva paragonato il caregiver familiare (assistente di cura) a un mulo da soma – che ci tormentava con perversa insistenza dalle pagine di “Superando.it”? Senza essere un astronomo, è caduto in un “buco nero”, nel buco nero della depressione ansiosa. Oggi va molto meglio e il “vecchiaccio”, nel caso la incontrasse, non vorrebbe essere nei panni di quella persona che sentenziò essere i caregiver immuni da depressione…»

Bette Davis e Joan Crawford in "Che fine ha fatto Baby Jane?", film di Robert Aldrich del 1963

Le attrici Bette Davis e Joan Crawford in una scena di “Che fine ha fatto Baby Jane?”, film del 1963 di Robert Aldrich, cui si ispira Giorgio Genta nel titolo di questa sua riflessione autobiografica

Rubando il titolo a un vecchio film (Che fine ha fatto Baby Jane?, con Bette Davis e Joan Crawford) – e adattandolo al caso in questione, potremmo chiederci: che fine ha fatto quel “vecchiaccio” che ci tormentava con perversa insistenza dalla pagine telematiche di «Superando.it»?
Senza essere un astronomo, è caduto in un “buco nero”, nel buco nero della depressione ansiosa. Evitato per un pelo il ricovero più o meno coatto, aiutato dal trattamento farmacologico, da un bravo psichiatra di una struttura pubblica e naturalmente dalla famiglia, ne è uscito –  o almeno questo è quello che crede – confortato dal parere dei più.
Dagli abituali 80 chili era sceso a 65, non mangiava praticamente più, dormire non ne parliamo neppure, non combinava più nulla, pur essendo sempre tra i piedi, confondeva la realtà con i suoi timori più strani.
Al primo appuntamento con lo psichiatra si era presentato con capelli lunghi, barba incolta, vestiario raffazzonato e bizzarro, nell’insieme una sorta di relitto umano, poveri resti di un naufragio esistenziale.
Due settimane dopo, seconda visita, ed eccolo vestito decentemente, capelli corti, ben rasato, quasi allegro, collaborativo al massimo. Lo psichiatra rimane sorpreso e lo esorta a continuare la terapia, mentre lui, scioccamente, la riduce un po’ (parecchio, in realtà), credendosi guarito. Conseguenza: ricaduta nel “buco”, con strigliata alla visita successiva, ritorno in riga e buon recupero di serenità.

Analizzando i fattori di aiuto, oltre alla terapia farmacologica, emerge un episodio accidentale: l’incontro, in una sola mattinata, con tre diversi amici: uno operato per un tumore alla prostata, l’altro affetto da grave diabete con rischio di amputazione di un piede e il terzo con un tumore in fase T4 al colon-retto: non si è mai soli e c’è sempre chi sta peggio!
Aiutato dal buon esito delle analisi cliniche (tutto nella norma), svaniscono molti timori e riesce persino a portare a buon fine piccoli problemi burocratici, malgrado la tradizionale malvagità fiscale dominante, riprendere a mangiare, e oggi può definirsi un vecchio “magro con pancia”, che purtroppo non può dedicarsi a un decoroso recupero muscolare per via delle molte patologie articolari accumulate negli ultimi trent’anni da caregiver.
Non vorrei trovarmi nei panni di quella persona che sentenziò essere i caregiver immuni da depressione, in caso di incontro con il “vecchiaccio”!

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