Marginalità e apprendimento

«È inutile nasconderlo: con questi soggetti molto dipende dalle abilità dell’insegnante, dalla sua professionalità e capacità nel mettere in gioco un processo educativo affascinante per l’allievo»: lo scrive Luigi D’Alonzo, nelle conclusioni di “Marginalità e apprendimento”, libro dedicato ai tanti alunni non certificabili né con disabilità, né con DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento), ma in situazioni di svantaggio o disagio comprese nel gruppo dei “Bisogni Educativi Speciali”. «Un manuale – scrive Salvatore Nocera – di cui i docenti, e specie i più giovani, potranno fare tesoro»

Bimbo con espressione corrucciataDopo averci offerto recentemente un prezioso saggio sulla didattica inclusiva degli alunni con disabilità (Didattica speciale per l’inclusione, Editrice La Scuola, 2015), il professor Luigi D’Alonzo, ordinario di Pedagogia Speciale all’Università Cattolica di Milano e autorevole esperto di “gestione della classe”, ci offre ora, con Marginalità e apprendimento (Editrice La Scuola, 2016), un volume che affronta analiticamente i problemi della didattica degli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES), di cui la normativa ministeriale si è occupata a partire dalla Direttiva del 27 dicembre 2012. Si parla cioè dei numerosissimi casi di alunni non certificabili né con disabilità, né con DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento), ma dei quali solo i docenti possono individuare lo svantaggio o il disagio, dovuti a diverse cause assai differenti tra loro.

Illuminante è un passo del primo capitolo del libro, in cui si evidenzia la differenza di successo scolastico tra chi non ha disturbi di apprendimento e chi invece ne subisce le conseguenze talora devastanti, specie se non affrontate immediatamente e con preparazione da parte dei docenti: «Quando c’è accordo fra competenze acquisite e motivazione, quando esiste un’armonica relazione fra i due poli, si realizza un’ottimizzazione degli obiettivi educativi. Parlare di motivazione significa affrontare un tema fra i più dibattuti sia in campo psicologico che pedagogico: esso è, infatti, di grande complessità, tanto da far dire ad Ausubel [David Ausubel, psicologo statunitense, N.d.R.] che “dopo cinquant’anni e forse più, di ricerche sulla motivazione, forse la conclusione che colpisce di più, e che emerge dall’analisi dell’impressionante mole di dati e ipotesi in questo campo, è quanto poco in realtà ne sappiamo, e quanto si tratta ancora di congetture e di simpatie teoriche».

Nonostante la complessità, è necessario, però, approfondire la tematica, in riferimento soprattutto a quei discenti problematici che manifestano con i loro comportamenti e atteggiamenti una motivazione molto scarsa per le attività formative e didattiche. Da ciò emerge con forza la questione interpretativa o, meglio, si impone il ruolo di una corretta indagine ermeneutica la quale, nel campo dell’educazione speciale, rappresenta uno fra i più importanti problemi metodologici da risolvere.
La motivazione non è un comportamento, non è una movenza, né un portamento; è invece, scrive D’Alonzo, «un’astrazione. Noi non osserviamo, infatti, la motivazione, ma solo il comportamento. La motivazione la deduciamo da certi aspetti del comportamento, al fine di spiegarne certi altri».
Se la motivazione, perciò, è qualcosa che di per sé non è manifesto, che non si nota, ma che si deve dedurre da altri comportamenti, è necessario che l’educatore e l’insegnante imparino a interpretare le azioni dell’educando, per poter inferire i nessi causali di determinati comportamenti disadattivi, per arrivare a proferire l’opinione che un soggetto è demotivato.
E tuttavia, non è affatto semplice giudicare, tanto più se tale valutazione dev’essere fondata su un’adeguata interpretazione dei comportamenti scolastici problematici. Infatti, secondo D’Alonzo, «l’esperienza dell’educazione è un terreno privilegiato per indagare ermeneuticamente quell’evento psichico e morale concernente la realtà triadica educatore, educando, fatto educativo».

Proprio dunque per aiutare i docenti ad affrontare questi delicatissimi problemi, il volume si articola in cinque capitoli e in una conclusione.
Nel primo capitolo l’Autore illustra «bisogni, motivazione e tecnica nella prassi educativa», evidenziando come i docenti debbano saper motivare gli alunni. Nel secondo si passano in rassegna i prìncìpi e le strategie pedagogiche, descrivendo presupposti, contenuti e metodi «del comportamentismo, del cognitivismo e del personalismo». Nel terzo capitolo, quindi, vengono sviluppati «programmi e metodologie complete» che facilitano l’apprendimento di alunni esposti al rischio di rimanere marginali nella classe e quindi a quello di dispersione. E ancora, nel quarto capitolo si affronta la descrizione delle «tecniche nella prassi dell’alunno problematico», per favorirne la motivazione, l’attenzione e l’apprendimento, mentre nel quinto viene descritta «la prassi educativa», partendo dall’accoglienza e dall’accompagnamento degli alunni problematici, per arrivare all’affidamento al “docente-tutor” e pervenire quindi alla valutazione degli apprendimenti. Nelle conclusioni, infine, citando Antoine de Saint-Exupéry, D’Alonzo afferma: «È inutile nasconderlo: con questi soggetti molto dipende dalle abilità dell’insegnante, dalla sua professionalità e capacità nel mettere in gioco un processo educativo affascinante per l’allievo».
Leggendo queste ultime pagine, mi sono ricordato della chiusa del libro L’ora di lezione di Massimo Recalcati (Einaudi, 2014), in cui egli tesse un elogio appassionato e nostalgico della sua giovane docente di latino al liceo, che con la sua passione di trasmettere l’amore per i classici, era riuscita a far sì che egli, in preda a una crisi esistenziale che l’avrebbe certamente portato ad abbandonare la scuola, si riprendesse e si appassionasse talmente allo studio, da divenire l’illustre professionista oggi apprezzato.

Ringrazio dunque il professor D’Alonzo per avere offerto ai docenti, e specie ai più giovani, un manuale di cui faranno tesoro, ora che l’aggiornamento in servizio è divenuto strumento ordinario di lavoro didattico.

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) della quale è stato vicepresidente nazionale.

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