Il pokerissimo di Lizzy

Ovvero – come scrive Gianni Minasso in romanesco, anticipando ciò che farà via via anche nel testo – “T’ammollo ’na cinquina che te faccio apparì Tutankamon che gioca a scopa co’ l’anima de li mortacci tua”… Sempre all’insegna della più caustica ironia, Minasso arricchisce ulteriormente la sua rubrica intitolata “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, fatta di incursioni nel grottesco e talora nella comicità più o meno involontaria che, come ogni altra faccenda umana, riguarda anche il mondo della disabilità

La morte è una faccenda seria. Anche nell’odierna società dei lustrini e dello schiamazzo, questo assioma è incontrovertibile. Di conseguenza l’improvvisa irruzione della suprema livellatrice nella nostra vita quotidiana provoca spesso trasformazioni radicali, punti di arrivo e di ripartenza incancellabili.
In genere, chi viene preso per la collottola e sbatacchiato da un evento di tale portata, manifesta così una sequenza di comportamenti che la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross codificò mirabilmente in cinque fasi:
Negazione, Rabbia, Patteggiamento, Depressione e Accettazione. La teoria è diventata oggetto di studio e di insegnamento, ma, viene da chiedersi, questo carosello è applicabile soltanto nel malaugurato caso in cui arrivi la triste mietitrice? Punto interrogativo.
Annotiamo subito che, sovente, tale percorso è lo stesso di chi deve affrontare una tormentata separazione amorosa, e non solo. Parliamo adesso, guarda caso, dell’insorgere di una grave malattia o del verificarsi di un incidente, situazioni per le quali si rende pure necessaria una specie di elaborazione del lutto. Vedo già i vostri occhi brillare, mentre le mie narici da predatore fremono: potevamo forse trascurare un tema così complicato e mesto? Dovevamo lasciarci scappare l’occasione di scherzare su tutto questo bendidio? No, di sicuro. E infatti, eccoci qui, pronti ad analizzare col nostro particolare tomografo cosa può succedere dopo che, a noi “disabiliti”, è stata consegnata la fatale diagnosi di “Patologia cronica e magari pure ingravescente”. Un delicato commentino in romanesco fungerà da contrappunto-sottotitolo ad ogni capitoletto.
Annotazione finale: prima della sciagurata pubblicazione, ho sottoposto questo scritto alla brava psicoterapeuta Anna Milone che, oltre a mettersi le mani nei capelli, me l’ha gentilmente revisionato sotto l’aspetto scientifico. Gliene sono grato. (G.M.)

Realizzazione grafica di Gianni Minasso che rappresenta la negazione

Realizzazione grafica di Gianni Minasso (come le successive)

Numero Uno: la Negazione
Mo’ ragiono popò come er traduttore de Gugle

Dunque, la situazione è questa: il nostro DNA si è appena calato un tupperware di ecstasy, o ci stiamo auto-massacrando la guaina mielinica degli assoni, oppure ancora abbiamo appena sbattuto il groppone contro un palo. E adesso ci hanno cacciato sotto al naso un pezzo di carta con su scritto in gotico «Diagnosi». Lo leggiamo avidamente, una, due, tre volte, ma le parole vergate da un illustre aggiustaossa non cambiano: restano sempre i precisi dettagli di una ricetta, quella della frittata che d’ora in poi sarà la nostra esistenza.
Naturalmente, appena ridiscesi dal lampadario dov’eravamo saliti, si scatena una veemente reazione, animata dal patetico meccanismo di autodifesa. Così, accompagnato da una colonna sonora interiore simile agli stacchetti ansiogeni dei telegiornali, scatta l’allarme rosso: «Non è per niente vero! Di sicuro ‘sti deficienti stanno prendendo un crostaceo decapode acquatico!».
La Negazione, appunto, per traslocare immediatamente da un mondo ostile in cui, seppur beneficiati dal possesso di un contrassegno per i parcheggi, dagli specchi inclinati dei bagni accessibili e dall’indennità di accompagnamento che ci piove sul conto in banca, saremo presto marchiati a fuoco come BD (“Bestiame Disabile”).
Tale atteggiamento, purtroppo, aggiunge un ulteriore fregio alla nostra fedina anamnestica: l’inevitabile psicopatologia indotta. In parole povere, proviamo in tutti i modi a gettare la disperazione nel cassonetto dell’indifferenziato, ma madamigella Angoscia rientra subito dalla finestra della triste realtà.

Realizzazione grafica di Gianni Minasso che rappresenta la rabbiaNumero Due: la Rabbia
Sto così ’ncazzato che li globbulì rossi me stanno a evaporà

Questo inevitabile periodo, attraversato nel duro apprendistato della disabilità, è il più temuto dall’intera comunità. Infatti tutti i nostri frequentatori, parenti, amici, medici, infermieri, assistenti sociali, educatori, impiegati pubblici, assessori e finanche politici di piccolo cabotaggio, vengono sottoposti dai sottoscritti portatori di handicap ad un’ira funesta (…che infiniti addusse lutti eccetera). Soltanto i pennivendoli si fregano le mani, poiché talvolta, come invalidi incavolati, c’impegoliamo in imprese da cronaca cittadina e, tra spacciatori inseguiti dalle volanti e anziani solitari morti in casa da mesi, riusciamo sempre ad attirare l’attenzione di una buona fetta del volgo, permettendo così di vendere meglio la pubblicità.
I più stupidi tra noi sono addirittura in grado di rivolgere le P38 del rancore contro se stessi, corroborando la tesi secondo cui proprio in questa fase sono state scritte le pagine più nere del “rompiscatolismo invalido”.
Comunque, in confronto alla gamma di sfumature tipiche di questo livore, la tavolozza di un tonalista veneto del XVI secolo sembra un dagherrotipo. Gli esperti scoprono poi l’acqua calda rimarcando la divisione in due tronconi dei soggetti interessati: c’è chi scoccia di continuo il prossimo coi suoi guai (i più) e chi si ritira nell’anonima cella di un convento ortodosso (ahimè, i meno).
In ogni caso una discreta percentuale di noi gambemolli è purtroppo destinata a fermarsi qui, senza aver mai l’onore di poter affrontare la…

Realizzazione grafica di Gianni Minasso che rappresenta il patteggiamentoNumero Tre: il Patteggiamento
Ho ingojato tarmente tanti rospi che ciò ’no stagno ar posto dello stomaco

Varcare il confine di questa fase significa, finalmente, intravedere non dico lo sfolgorio in fondo al tunnel, bensì qualche debole lumino, tipo fiammifero acceso visto da Marte. Le macerie del nostro trionfale ingresso nell’affascinante mondo della disabilità sono ammucchiate davanti a noi, ancora ricoperte dal polverone sollevatosi. Tra residue imprecazioni e goffi gesti autolesionistici, è venuto pure il momento di recuperare la biro dietro l’orecchio e incominciare ad annotare sul libretto di marcia personale le millanta cose da buttare e le zero virgola zero uno da riparare.
Tuttavia l’amara, amarissima verità è che l’impotenza ci ha afferrato saldamente per i calzoni, mentre noi cerchiamo invano di sfuggirle in ogni modo possibile: saltellando con le stampelle, affannandoci a spingere il deambulatore, vorticando i corrimani della carrozzina manuale o spostando a fondo il joystick dell’elettrica. Tutto inutile, naturalmente. Abbiamo estratto la pagliuzza corta e siamo diventati acciughe a dieci centimetri dal muso di uno squalo tigre.
Una volta raffreddati i bollori, sono anche frequenti le crisi mistiche, pro o contro le presunte divinità responsabili di averci sprofondato nel jet set degli esenti C02. Però il vero dramma qui sottovalutato è racchiuso nell’incremento della frequenza d’uso di due parole: speranza (Nietzsche: «Essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze») e resilienza (orribile furto operato dalla psicologia ai danni della metallurgia).

Realizzazione grafica di Gianni Minasso che rappresenta la depressioneNumero Quattro: la Depressione
Me gira tarmente tanto ’a testa che pure la regazzina dell’Esorcista se spaventa

Nous voilà: se per caso siamo ancora vivi, raggiungere la quarta stazione della nostra via crucis significa tagliare un traguardo di cui andare indubbiamente fieri (!?). Oddio, forse, scava scava, l’unico motivo per cui essere orgogliosi è proprio quello di poter ancora ignorare come crescono le margherite dalla parte delle radici. Infatti, questa fase ci vede alzare le braccia e calare le brache, perché ormai siamo totalmente in balìa della nostra disabilità, trasformatasi nel lunatico burattinaio che tira i fili a cui siamo legati, facendoci ballonzolare come una canoa nei Quaranta ruggenti.
Eppure abbiamo finalmente abbandonato la lotta, ci siamo più o meno dignitosamente arresi, mentre la zia Pina ci ha cucito sulle spalle della giacca la scritta POW (Prisoner Of War). In questa landa desolata dell’essere, niente e nessuno riesce a ricondurci all’ovile della ragione, nemmeno un bell’esponente ventenne del sesso opposto (anzi…). La nostra testardaggine è comparabile a quella di un adolescente brufoloso connesso a Facebook ventiquattro barra sette e la situazione si complica ulteriormente a causa di alcuni sintomi tipici: mal di crapa, nervi attorcigliati, incapacità notturna di mantenere la posizione orizzontale, frustrazione tenebrosa, muso lungo e voglia di alzare i tacchi in un’altra galassia. Il morale scende poi sotto il mantello terrestre perché spesso, in questi frangenti, sopraggiunge un’Irina o un Rafael o una Kamila per badarci.
Sembra proprio non esserci alcuna via d’uscita, ma…

Realizzazione grafica di Gianni Minasso che rappresenta l'accettazioneNumero Cinque: l’Accettazione
È facile come cercà ’a nonna der Milite ignoto

«La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende…» (un certo Alighieri, Divina Commedia, Paradiso I, 1-2) potrebbe essere l’adeguato visto d’ingresso per lo sparuto drappello capitato davanti a questo portone. Sparuto perché duemila anni fa (evvai con un’altra citazione) un tipo coi capelli lunghi e una folta barbaccia ha proprio vaticinato che molti sarebbero stati i chiamati, ma pochi gli eletti (e, completiamo oggi, ancor meno i rassegnati!).
Infatti il capolinea di noi cannoneggiati da una grave forma di disabilità prevede infine una specie di pensionamento nell’occhio del ciclone: trattasi di cheta rassegnazione, sempre meno trapuntata dai classici episodi squassabudelle delle fasi attraversate in precedenza. I più arditi della confraternita azzardano pure a sedersi davanti al tecnigrafo, nel tentativo di buttar giù un progettino di vita residua, mentre soltanto i mistici riescono a trovare in tutto ciò un… Non riesco proprio a pronunciare la parola. Ci riprovo. Mentre soltanto i mistici riescono a trovare in tutto ciò un… senso. Ce l’ho fatta!
Ai soliti scettici blu, secondo i quali è impossibile arrivare all’accettazione totale (alla faccia di Morandi, nemmeno uno su mille ce la fa), proporrei di cambiare il nome di questa fase in “Stato non patologico di accoglimento della catastrofe”. Magari l’espressione sarà un po’ farraginosa, ma, forse, corrisponde meglio alla realtà dei fatti. In ogni caso entusiasmo, gioia e serenità sono ormai defunti più di Numa Pompilio.

Finalino
’A frà, s’aribbeccamo

Ce l’avrò fatta a convincervi? Sarò stato in grado di strapparvi un sorriso dal fondo di uno di questi pozzi (fasi 1, 2, 3, 4 o 5) nei quali ci troviamo? Quien sabe, direbbe Tex Willer.
Comunque, io mi sono divertito e quindi grazie, di cuore, frau Lizzy!

Jimmy Five

Nella colonna qui a fianco a destra, riportiamo l’elenco di tutti i contributi pubblicati da Gianni Minasso, per la sua rubrica intitolata A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia).

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