Perché “chi è l’embrione” riguarda tutti

«È bene che dibattiti su questioni così essenziali come la definizione chi è o cos’è l’embrione, o la definizione di persona umana non rimangano circoscritti in àmbiti accademici, perché le ripercussioni e le implicazioni di talune tesi riguardano non solo i singoli individui, ma la società in cui vogliamo vivere e la natura democratica della stessa». Nicola Panocchia ravviva la discussione avviata nel nostro giornale da Simona Lancioni e Salvatore Nocera, riguardante la possibilità di concepire o mettere al mondo figli da parte di persone con malattie ereditarie

Immagine astratta di scala a chiocciola/spiraleGli interessanti interventi di Simona Lancioni [“Alcuni delicati interrogativi etici” e “Solo nel confronto possiamo cogliere i pezzi mancanti”, N.d.R.] e Salvatore Nocera [“Come reagirà alla propria disabilità”, N.d.R.], recentemente pubblicati da «Superando.it», pongono una serie di questioni che meriterebbero interi trattati per essere dibattuti.
Il problema della liceità etica dell’aborto di un feto con un patologia è uno dei più trattati in àmbito bioetico e filosofico. Pur essendo le argomentazioni impiegate in questi dibattiti prettamente filosofiche e bioetiche, e quindi di difficile comprensione, è a mio avviso quanto mai opportuno che vengano portate a conoscenza del grande pubblico, per le implicazioni che comportano per tutti.
Vorrei focalizzare soltanto una delle questioni sollevate dai due interventi, che però, a mio avviso, è cruciale.

Lancioni si riferisce al feto come a un “non individuo” e a una “non persona” o, per meglio dire, come a un individuo e a una persona in potenza. E si meraviglia che vi siano persone che non sanno distinguere tra persona in potenza e persona in atto.
In realtà è tutt’altro che condivisa l’idea dell’embrione come individuo umano solo in potenza, e c’è un dibattito di lunga data su questo tema, ancora oggi abbastanza acceso.
C’è un unicum biologico – e di sostanza e natura, per usare termini aristotelici – tra me feto e me anziano. Io sono la stessa persona che ero a 5, a 15 e a 30 anni, essendoci una continuità corporea e di identità personale. Non si è verificato nessun mutamento nella “sostanza”. Il processo di invecchiamento ha già avuto inizio alla mia nascita. Il minorenne non è un “maggiorenne in potenza”: infatti, la maggiore età è una convenzione giuridica. Cosa cambia dal punta di vista sostanziale tra una persona di 17 anni, undici mesi e 29 giorni e uno di 18 anni? Proprio perché si tratta di una convenzione, la maggiore età è stata spostata da 21 a 18 anni e forse lo sarà a 16.
Appare difficile da sostenere la tesi del feto come “non individuo” anche dal punto di vista biologico, e per questo sono stati avanzati diversi argomenti per giustificare l’aborto di un feto con disabilità, molti dei quali partono dall’assunto della non coincidenza tra individuo umano e persona umana.

Il cosiddetto “diritto a un futuro aperto”, sostiene la necessità di necessità di garantire al feto e quindi al bambino di non partire da una condizione di svantaggio che una disabilità porterebbe con sé. E ci si è spinti fino ad affermare l’obbligo morale da parte dei genitori di non mettere al mondo bambini con disabilità.
Richard Dawkins, famoso biologo e divulgatore, qualche tempo fa dichiarò essere «immorale mettere al mondo bambini con sindrome di Down». È chiaro che il concetto di futuro aperto è molto ambiguo: infatti, chi nasce nel Sud Sudan partirà svantaggiato rispetto a chi nasce a Manhattan. Eppoi quali patologie su base genetica considerare come limitanti il futuro del nascituro? Anche quelle che si svilupperanno in età adulta? La presenza di geni che aumentano il rischio di sviluppare un tumore? Non rischiamo così di selezionare solo individui “sani” (eugenetica)?
Un altro gruppo di studiosi, fautori del principio del “problema della non identità” sostiene che essendo l’alternativa tra il non esistere e l’esistere, il feto con disabilità non può sentirsi danneggiato nel momento in cui l’alternativa è il non esistere. Questa argomentazione è in realtà impiegata per difendere la scelta di selezionare embrioni geneticamente predisposti a particolari patologie/disabilità. Per esempio è impiegata nella Comunità dei Sordi, per selezionare embrioni che saranno bambini sordi.
Per complicare ulteriormente le cose c’è anche tutto un movimento giuridico che sostiene il diritto a non nascere di una persona con disabilità in quanto wrongfull life (vita sbagliata) e la necessità di risarcirla. È del tutto evidente come questo principio possa provocare danni a una cultura della disabilità che molto faticosamente si sta facendo strada nella società.
Infine, sono state proposte definizioni di persona su basi funzionalistiche, i cui requisiti per rientrare nella categoria di persona stessa sono di volta in volta l’autocoscienza, l’autonomia, la razionalità, il possesso del senso morale o  di stati mentali/psicologici coscienti, ed evidentemente non si limitano al solo embrione.

Il nucleo centrale del problema principale rimane quindi stabilire se l’embrione sia un individuo umano e sia una persona umana. Chi sostiene di no, deve necessariamente fornire una definizione di individuo e di persona umana, stabilire chi è persona umana ed eventualmente quando lo diventa. E lo deve fare tenendo conto anche delle conoscenze biologiche e scientifiche.
È possibile trovare una definizione che escluda solo l’embrione, ma includa neonati, malati, anziani non autosufficienti, per citare alcuni esempi? Qualche tempo fa, in una speculazione teorica, alcuni filosofi hanno sostenuto che poiché il neonato o il bambino con grave disabilità hanno dal punto di vista di morale lo stesso status di un embrione (“non persona”), è lecito l’infanticidio e anzi questo dovrebbe essere chiamato “aborto postnatale”.

Così come per la maggiore età, si può decidere di stabilire per convenzione i requisiti per rientrare nello status di persona umana e a mio avviso questa è una soluzione pericolosissima perché decidere che sia una convenzione giuridica o culturale ad attribuire questo status, una convenzione mutevole soggetta a mode, con confini che si possono allargare o restringere a seconda delle necessità (ad esempio scarse risorse economiche), pone un vulnus anche alla democraticità di una società.
Pensare infatti che siano altri a decidere il mio essere persona e non sia un mio attributo intangibile a prescindere dalla mia età, stato di salute, colore della pelle, presenza di malattia o di disabilità, pone tutti noi, e per prime le persone con disabilità, in una condizione di sudditanza e vulnerabilità.
Per questo è bene, per quanto possibile e per quanto difficile, che questi dibattiti su questioni così essenziali come la definizione chi è o cos’è l’embrione, o la definizione di persona umana non rimangano circoscritti solo in àmbiti accademici. Ripeto, le ripercussioni e le implicazioni di talune tesi riguardano non solo i singoli individui, ma la società in cui vogliamo vivere e la natura democratica della stessa.

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