Sommelier di caffè? Perché no!

Forse il mondo industriale non ha mai considerato, finora, le opportunità che le persone con disabilità visiva possono offrire come assaggiatori. E se invece diventasse davvero un nuovo sbocco professionale per giovani ipovedenti o non vedenti? A giudicare dai commenti di chi ha frequentato recentemente un corso di degustazione del caffè, dedicato appunto a persone con disabilità visiva («In quattro ore ho scoperto un mondo»), l’ipotesi non sembra affatto campata in aria

Persona con disabilità visiva che degusta caffè

Una delle persone con disabilità visaiva che hanno partecipato al corso di degustazione di caffè

L’aroma del caffè sale leggero e pungente. È una mattina di agosto a Milano, il suo profumo avvolge tutta la casa e mi sveglia con dolcezza. Una riscoperta per chi come me è abituato a ingurgitarne uno dopo l’altro. L’ho riscoperto assaporandolo a occhi chiusi.
L’idea l’ho copiata da un’iniziativa di Costadoro, azienda produttrice di caffè tostato e dell’Associazione Polisportiva UICI Torino (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), che hanno organizzato il primo corso di degustazione del caffè per non vedenti.
«In quattro ore ho scoperto un mondo», commenta uno dei partecipanti, Maurizio Gaido, nefrologo pediatrico dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, in pensione dal 2015, non vedente. «Quattro anni fa – aggiunge – frequentai un corso da sommelier di vino, ma l’opzione caffè non l’avevo considerata. E non avevo nemmeno pensato che potrebbe essere uno sbocco professionale per qualche giovane ipo e non vedente».

E forse nemmeno il mondo industriale ha finora considerato le opportunità che le persone con disabilità visiva possono offrire come assaggiatori. E se diventasse veramente una professione alternativa al “solito” call center? Una valutazione che coglie l’attenzione di Ivano Zardi, presidente della Polisportiva UICI Torino: «Sommelier di caffè? Perché no – dice -; l’idea in realtà è nata con l’amico Giulio Trombetta, amministratore delegato di Costadoro. E non prevedeva questa evoluzione, ma a ben pensarci, perché no?».

Proviamo a riflettere su quanto la vista ci condizioni, quanto spesso tradisca e influisca sul giudizio. Nei film un masso di polistirolo sembra un macigno pesantissimo. «A me piace dire – racconta Gaido – che la vista “acceca”. Occupa il 90% dei messaggi elaborati dal cervello, lo “abbaglia” e in generale tendiamo a relegare gli altri sensi “in un angolino”. In una persona cieca o ipovedente, questi sensi occupano lo spazio lasciato libero dalla vista e sono portati a consapevolezza: quasi ci si stupisce delle loro capacità di stimolarci. La vista fa un riassunto».
E chi può dirlo meglio di una persona che per oltre trent’anni, o quasi – la cecità completa è arrivata solo abbastanza recentemente – ha usato soprattutto il tatto per diagnosticare e verificare lo stato di salute dei reni? «Questione di tatto – sorride il medico – soprattutto con i bambini».

Testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Degustatori di caffè non vedenti? E se diventasse un lavoro”). Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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