Diritti umani, Convenzione e movimento italiano sulla disabilità

«Sarebbe importante – scrive Giampiero Griffo – che il movimento italiano delle persone con disabilità e delle loro famiglie si interrogasse su come utilizzare i nuovi strumenti di pressione internazionale, provenienti dalle Nazioni Unite e anche dall’Europa. Spesso, invece, si ignorano i nuovi standard di politiche internazionali sui diritti umani delle persone con disabilità che i Governi si sono impegnati a rispettare, mentre sono temi che dovrebbero portare ad approfondimenti specifici, per rafforzare la nostra stessa capacità di partecipazione e interlocuzione sulle politiche e le decisioni che ci riguardano»

Bimba con cartello in mano ove è scritto: "Disability Rights = Human Rights"

«Diritti delle persone con disabilità = Diritti Umani», reca il cartello sollevato dalla bimba

Com’è noto ai Lettori di «Superando.it», agli inizi di settembre di quest’anno il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, l’organismo che ha il compito di vigilare sull’applicazione della Convenzione ONU nei vari Paesi che l’hanno ratificata, ha formulato le sue Osservazioni Conclusive nei confronti del nostro Paese.
Quando l’Italia ha ratificato la Convenzione – così come tutte le altre Convenzioni sui Diritti Umani dell’ONU – si è impegnata volontariamente a rispettarne i princìpi e le norme e ad incrementarne l’applicazione con legislazioni e politiche coerenti. Le Osservazioni Conclusive del Comitato ONU sono perciò richieste che impegnano il Paese a cui si rivolgono ad applicarle, per riferire in un successivo rapporto i progressi raggiunti rispetto all’implementazione della Convenzione.
Analizzando le esperienze di altre Osservazioni Conclusive – rispetto ai rapporti presentati dagli Stati che hanno ratificato la Convenzione – si evince che tali Osservazioni rappresentano veri e propri “Programmi d’Aazione”. Infatti, vengono analizzati articolo per articolo i progressi realizzati e indicati percorsi di tutela dei diritti umani delle persone con disabilità. Basti vedere quale impegno stia mettendo l’Unione Europea – il cui rapporto è stato esaminato lo scorso anno – nell’implementazione di sua competenza.
Per l’Italia, poi, quelle Osservazioni si intrecciano con il prossimo Programma di Azione Biennale per la Promozione dei Diritti e l’Integrazione delle Persone con Disabilità (il secondo), che è in corso di discussione e approvazione da parte del Governo.

Un primo dato da cui partire è che nella recente Conferenza Nazionale sulle Politiche della Disabilità di Firenze, il bilancio riguardante il primo Programma di Azione Biennale (DPR del 4 ottobre 2013) è stato decisamente magro: dei circa 170 punti da sviluppare nel programma governativo, infatti, solo una decina sono stati realizzati e quasi tutti nell’àmbito della Cooperazione Internazionale (Linea di Intervento n. 7).
I temi indicati dal Comitato ONU fanno propri in maniera importante molti obiettivi del movimento italiano delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Vediamo da vicino i più significativi, rimandando il testo completo dei legami con il Programma Biennale a un documento che è circolato proprio durante la Conferenza di Firenze e di cui chi scrive è stato l’estensore.

Il Comitato ONU, dunque, ha la facoltà di indicare, per alcune azioni, l’immediato intervento (Immediatly Adopt), ovvero iniziative da attuare presumibilmente non oltre dodici mesi: si tratta, nello specifico, della richiesta di definire «il concetto di accomodamento ragionevole, in linea con la Convenzione, quando vi siano discriminazioni basate sulla disabilità, in ogni settore della vita pubblica e privata». In altre parole, mettere immediatamente in atto una soluzione pratica per superare ogni discriminazione di questo tipo.
Ricordo a tal proposito che il Decreto Legislativo 151/15 (Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183) indicava in sei mesi il tempo utile a elaborare la sua definizione, solo nell’àmbito del lavoro: quel tempo è largamente passato e ancora non si batte un colpo, mentre la richiesta di costituire una commissione con la presenza forte delle Associazioni consentirebbe di accelerare i tempi.
L’accomodamento ragionevole permette di ottenere, in ambito di egualizzazione delle opportunità, regole certe che da un lato rimuovano barriere, ostacoli e discriminazioni, evitando che la condizione di discriminazione si ripeta e assegnando un congruo risarcimento alla persone discriminata.
Un secondo tema immediato impone di procedere alla raccolta di dati che assicurino «l’individuazione, l’intervento e la tutela di tutti i bimbi con disabilità, in particolare per quelli da zero a 5 anni», annosa questione che riguarda la diagnosi precoce, la presa in carico dei servizi, l’assegnazione di sostegni appropriati, la formazione dei genitori.
E ancora, immediata è la richiesta di un serio monitoraggio sull’istituzionalizzazione, ovvero «sugli istituti psichiatrici o altre strutture residenziali per persone con disabilità, in particolare di quelle con disabilità intellettive e/o psicosociali». Tema urgente, che ha visto nell’ultimo anno un incremento di denunce per maltrattamenti, violenze e trattamenti inumani e degradanti che la soluzione istituzionalizzante permette.
Da anni chiediamo che l’istituzionalizzazione termini (e alcune Regioni, invece, tentano di incrementarla…). Quale strumento migliore, dunque, per chiedere di essere coinvolti nel monitoraggio e promuovere politiche di inclusione sociale?
Infine, la costituzione e l’implementazione di un «meccanismo indipendente di monitoraggio, adeguatamente finanziato per il suo funzionamento, con il pieno coinvolgimento, nei suoi lavori, delle organizzazioni di persone con disabilità». L’Italia è l’unico Paese ricco che non ha una Commissione Nazionale Indipendente sui Diritti Umani, che consentirebbe di arrivare in tempi rapidi a un giudizio sulla violazione di diritti umani, bypassando i costosi e lenti Tribunali italiani.

Già solo questi quattro punti, dunque, rappresenterebbero un vasto programma di obiettivi che potrebbero mobilitare le energie del movimento. Si dirà: ma le risorse necessarie a intervenire per sostenere i nostri diritti? Questi sono obiettivi del movimento! Ebbene, il Comitato ONU ha indicato all’Italia varie soluzioni, leggiamone alcune.
Si raccomanda ad esempio al Punto 52 di «assegnare omogeneamente in tutte le regioni specifiche risorse finanziarie, sociali o di altra natura per garantire a tutte le famiglie che hanno al loro interno un componente con disabilità, compresi i familiari con elevate necessità di sostegno, l’accesso a tutto il supporto di cui hanno bisogno oltre le esenzioni fiscali […], al fine di garantire il diritto al domicilio e alla famiglia, come pure all’inclusione e alla partecipazione nelle comunità di appartenenza e di prevenire il ricorso all’istituzionalizzazione».
Al Punto 66 di «velocizzare l’adozione, il finanziamento e l’attuazione dei Livelli essenziali di Assistenza sanitaria (LEA) che consentano ai bambini l’accesso all’identificazione e all’intervento precoci secondo le loro esigenze».
Al Punto 18 che «le politiche volte ad affrontare la povertà infantile includano specificatamente i minori con disabilità attraverso le loro organizzazioni rappresentative e che il monitoraggio della loro attuazione e dei livelli di povertà tra i minori con disabilità avvenga in stretta consultazione con i minori e le loro famiglie che vivono in povertà».
Al Punto 48, infine, il Comitato raccomanda: « a) di porre in atto garanzie del mantenimento del diritto ad una vita autonoma indipendente attraverso tutte le regioni; e, b) di reindirizzare le risorse dall’istituzionalizzazione a servizi radicati nella comunità e di aumentare il sostegno economico per consentire alle persone con disabilità di vivere in modo indipendente su tutto il territorio nazionale ed avere pari accesso a tutti i servizi, compresa l’assistenza personale».

Altri importanti e ulteriori elementi che possono rafforzare la capacità di azione del movimento italiano della disabilità sono i riferimenti che il Comitato ONU fa rispetto ai Sustainable Development Goals (SDGs, “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”) che il 25 settembre 2015 le Nazioni Unite hanno definito per una strategia di sviluppo che coinvolga i Paesi dell’ONU a costruire politiche di sviluppo inclusive, sostenibili ed eque. In quegli Obiettivi – come rilevato a suo tempo su queste stesse pagine – vi sono vari riferimenti alle persone con disabilità, riportati nelle Osservazioni Conclusive del Comitato ONU. L’Italia dovrebbe quindi realizzarle nelle politiche interne e in quelle di cooperazione internazionale. Ma quante Associazioni italiane sono a conoscenza di questo nuovo strumento di azione sulle politiche di sostegno alla partecipazione delle persone con disabilità e al godimento dei benefìci dello sviluppo economico e sociale?

Quelli su cui ci siamo soffermati sono solo alcuni tra gli esempi inseriti nelle Osservazioni Conclusive dell’ONU che rappresentano tanti obiettivi che da anni il movimento delle persone con disabilità e delle loro famiglie rivendica e che non deve farsi sfuggire (ma ve ne sono tanti altri, qui non approfonditi, anch’essi legati a rivendicazioni decennali di organizzazioni come la FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e la FAND– Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità).
La posizione di chi dice che queste Osservazioni non sono impegnative per il Governo dimentica che il più alto impegno internazionale è proprio l’impegno sui diritti umani, che tutti gli Stati (e anche l’Italia) si sono impegnati a rispettare entrando nelle Nazioni Unite, perché contenuto nello Statuto stesso dell’ONU. Piuttosto va forse sottolineato che è proprio l’applicazione dei diritti umani alle persone con disabilità a non essere stata compresa dal Governo Italiano e oggi, anziché rivendicare ancora un welfare di protezione sociale, che vede tagliati i fondi a noi assegnati durante i periodi di crisi, andrebbe realizzato un welfare di inclusione sociale, che monitorasse il livello di partecipazione sociale rispetto agli altri cittadini, controllando il livello conseguito nei vari àmbiti (ad esempio nei trasporti, nel lavoro, nell’educazione, nell’accessibilità urbana ecc.).
In tal senso è importante che tutto il movimento italiano delle persone con disabilità e delle loro famiglie si interroghi su come utilizzare i nuovi strumenti di pressione internazionale, che vengono da un lato dalle Nazioni Unite, ma anche ciò che viene dall’applicazione della Convenzione da parte dell’Unione Europea: in Europa, infatti, è in discussione una Direttiva sull’Accessibilità e una revisione della Strategia Europea sulla Disabilità.
È diventato quanto mai importante essere informati e formati su quello che avviene a livello europeo e internazionale, dove la voce delle persone con disabilità (in Europa l’EDF-European Disability Forum, a livello internazionale l’IDA-International Disability Alliance) produce ottime esperienze di applicazione della Convenzione, riflessioni importanti nel campo della tutela dei diritti umani, significativi esempi di monitoraggio delle politiche sulla disabilità.
Il movimento italiano – che spesso ignora questi nuovi standard di politiche internazionali che i Governi si sono impegnati a rispettare – dovrebbe dedicare approfondimenti specifici su questi temi, per rafforzare la nostra capacità di partecipazione e interlocuzione sulle politiche e le decisioni che ci riguardano.

Membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peopoles’ International).

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