Sostegno senza titolo, studente senza inclusione!

«Gli sforzi del Ministero per l’assunzione in ruolo dei docenti – scrive Gennaro Pezzurro del Gruppo Scuola di FISH Campania – e l’avvio del piano triennale per la loro formazione in servizio sono un ottimo punto di partenza per migliorare l’inclusione nella scuola italiana, ma i tempi previsti per la piena messa a regime risultano troppo lunghi per le esigenze quotidiane degli allievi con disabilità e delle loro famiglie. Cosa possiamo dunque fare oggi? Innanzitutto la formazione sull’inclusione da parte dei docenti in servizio»

Bimbo alla lavagna con aria corrucciataIn vista della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità [3 dicembre, N.d.R.], il Ministero dell’Istruzione ha reso noto che in Italia vi sono circa 235.000 studenti con disabilità, quasi il 2,7% del numero complessivo degli alunni frequentanti, con un incremento del 40% in dieci anni. Il 95,8% di essi è portatore di una disabilità psicofisica, l’1,6% di una disabilità visiva, il 2,7% di una disabilità uditiva (fonte: MIUR-DGCASIS, Ufficio Statistica e Studi – Rilevazioni sulle Scuole).
L’enorme domanda di insegnanti di sostegno (circa 120.000 in servizio di cui circa il 60% di ruolo) ha letteralmente destabilizzato il sistema scolastico territoriale, avendo lo stesso Ministero dovuto ricorrere a provvedimenti “raffazzonati”, come la Nota Protocollo n. 24306 del 1° settembre scorso, che recita testualmente: «In caso di esaurimento degli elenchi degli insegnanti di sostegno compresi nelle graduatorie ad esaurimento, i posti eventualmente residuati sono assegnati dai dirigenti scolastici delle scuole in cui esistono le disponibilità, utilizzando gli elenchi tratti dalle graduatorie di circolo e d’istituto, di prima, seconda e terza fascia».
Diverse aberrazioni nell’utilizzo dei posti vacanti di sostegno sono state poi generate anche da numerosi Uffici Scolastici Regionali, consentendo a docenti di classi di concorso in esubero oppure a docenti che avessero fatto richiesta di assegnazione provvisoria, di coprire le cattedre di sostegno.
Parliamo di migliaia di cattedre di sostegno, quasi tutte afferenti ad alunni con disabilità intellettive, affidate a docenti senza alcun tipo di specializzazione!

La catastrofe sociale e inclusiva della “cattiva scuola italiana” è dunque servita, annunciata in pompa magna dallo stesso Ministero attraverso il proprio Servizio Statistico già a partire dal 2004. È da quell’anno, infatti, che il Ministero conosce bene il trend di crescita degli alunni con disabilità, in maggior parte intellettiva, ma questa consapevolezza non si è mai trasformata in azioni di aggiornamento formativo di “massa” del personale scolastico, sebbene sia previsto dalla legge, nel pieno rispetto della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità [Legge dello Stato 18/09, N.d.R.].
La rete dei Centri Territoriali di Supporto all’inclusione (CTS), dopo circa un decennio dalla sua costituzione, fatica a decollare per concretezza e magnitudo, limitandosi a somministrare, con scarse risorse, un po’ di formazione e qualche ausilio, senza avere la benché minima speranza di soddisfare i reali bisogni della grande maggioranza degli allievi con disabilità.
Certo, i mastodontici sforzi messi in atto dal Ministero per l’assunzione in ruolo dei docenti e l’avvio del programma triennale per la loro formazione in servizio, sono un ottimo punto di partenza per migliorare il clima dell’inclusione nella scuola italiana, ma i tempi previsti per la loro piena messa a regime risultano lunghi, troppo lunghi per le esigenze quotidiane degli allievi con disabilità e delle loro famiglie.
Insomma, abbiamo tutti gli strumenti normativi e contrattuali per fare davvero un “buona scuola inclusiva”, ma sul territorio rimangono solo potenzialità piuttosto costose e inefficienti.
Un insegnante di sostegno, mediamente, percepisce uno stipendio lordo di € 1.653, 28. Vuol dire che per il sostegno lo Stato Italiano spende circa 2 miliardi e mezzo di euro l’anno. Ebbene, a questi “prezzi” tutti vorrebbero almeno una performance A++, magari con l’obbligo di rendicontazione sociale degli impatti. Ma questo, come ben si può immaginare, non accade.

Oggi, quindi, per i bisogni speciali quotidiani degli allievi con disabilità cosa possiamo fare? Una strada immediata potrebbe essere percorsa senza grossi ostacoli: quella della formazione sull’inclusione dei docenti in servizio.
Nello specifico della Campania, ad esempio [la Regione di chi scrive, N.d.R.], l’Ufficio Scolastico Regionale, di concorso con le Associazioni più rappresentative a livello nazionale/regionale che si occupano di inclusione e con la Regione Campania, potrebbe attivare immediatamente dei corsi di formazione in itinere su modelli ben collaudati e sperimentati negli anni, dalle Associazioni stesse, su tutto il territorio nazionale. Parliamo di corsi di tipo pragmatico/laboratoriale (learning-by-doing), anche coinvolgendo i pari (peer-tutoring), dove gli obiettivi di competenze da acquisire risultassero immediatamente raggiungibili, con beneficio del bambino/ragazzo disabile, della serenità di famiglie e classi intere, con la buona speranza di evitare la frustrazione del docente stesso.
Semplice, veloce, efficace, magari con la speranza che queste azioni potessero integrarsi con il citato Piano Triennale per la Formazione dei Docenti 2016-2019 appena approvato. Perché no?

Un’ultima cosa: quest’anno, per il settore dell’Istruzione, l’importante iniziativa internazionale Zero Project, come riferito anche su queste pagine, ha premiato il Ministero dell’Istruzione a Vienna, esattamente il 10 febbraio, per l’innovativa normativa sull’inclusione del nostro Paese. Forse gli è stata presentata una scuola diversa da quella che conosciamo noi?

Gruppo Scuola di FISH Campania (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

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