La disabilità, tra corporeità e nudità

Prosegue il percorso di Tonino Urgesi, già avviato sulle pagine del nostro giornale, alla ricerca di una “nuova pedagogia della disabilità”, che rispetto al tema trattato in questa occasione – quello della corporeità e della nudità – «insegni a vivere una corporeità disabile» o meglio «a far convivere le corporeità di persone con e senza disabilità, educando a questo nuovo dialogo e a questa nuova relazione, all’interno della quale tutti possano vivere la propria naturale corporeità»

Immagine tratta dal blog di Carla Sale Musio "Io non sono normale: io amo"

Immagine tratta dal blog di Carla Sale Musio “Io non sono normale: io amo”

Troppe volte mi hanno chiesto di provare a definire la disabilità, o meglio il disabile. Ho pensato spesso di trovare una definizione, perdendomi nei miei meandri mentali, finché, parlando con l’amico professor Maurizio Bossi, questi mi ha detto: «Non sono solo viaggi mentali, si tratta della gioia del pensiero, come dice Albert Einstein». Lo ringrazio, perché continua a darmi uno stimolo e attraverso questo stimolo, in questo modo, sono arrivato alla conclusione che non esiste una giusta modalità di definire uno stato d’essere o una persona e che per fortuna non esiste un modo per definire la disabilità o il disabile, perché, nel momento in cui si fa una distinzione tra persona e disabilità, tale distinzione crea automaticamente una scissione tra uno stato d’essere e la persona stessa.

Qui di seguito vorrei affrontare due aspetti per me fondamentali. Il primo è quello corporeo, vero punto cruciale, e lo tratterò solo dal punto di vista analitico e psicologico; il secondo è la corporeità, che include  tutto il lato psico-affettivo. Così facendo, si procederà alla distinzione tra nudo e nudità, analizzando quest’ultima dal punto di vista emotivo e sentimentale.
La nudità la può cogliere e vivere solo chi ti ama, mentre il nudo rimane semplicemente un corpo esposto. Il nudo del corpo lo vediamo bene nell’arte e nella scultura, ma ciò non significa che siamo in grado di percepirne anche la nudità, perché questa richiede un totale coinvolgimento psicologico e corporeo, possibile solo in presenza di un sentimento e dunque nella relazione.
Dopo questa lunga premessa, vorrei dire che si deve considerare il corpo del disabile per considerarne la sessualità: non esiste sessualità senza corpo e non esiste corpo senza affettività.

Alla luce, quindi, di quanto detto, non può esistere differenza tra la mia carrozzina e me: io sono la mia carrozzina e la mia carrozzina è quello che mi fa essere. È come se io chiedessi a delle persone “normodotate” che mi stanno leggendo che differenza ci sia tra le loro gambe e loro stessi. Troverebbero differenza? Credo proprio di no. Perché loro sono quel corpo che vivono, quelle membra che guardano e quelle membra che sanno toccare altre membra ancora. Non esiste scissione. Io non posso vivere se non tramite questo corpo disabile: è questo corpo che mi fa entrare in relazione con voi, è questo corpo che mi permette di scrivere e di pensare, di vivere e di essere ciò che sono.
A coloro che mi chiedono di definire la disabilità, oggi sono pronto a rispondere che la disabilità non esiste, ma esiste un corpo che va accolto nella sua diversità. Una diversità che crea l’unicità di quella persona, che fa di quella persona un essere speciale, anche se disabile. Sono forse troppo utopistico?
Tuttavia, in questa era la persona sembra valere “oggettisticamente” per quanto fa guadagnare. Io valgo se faccio guadagnare, io non valgo se non faccio guadagnare. Qui non troviamo più il concetto di antropocentrismo, ma di “centrismo dell’economia” e quindi, alla luce di ciò, il disabile è percepito soltanto come una spesa economica.

Ora analizziamo le fasi del corpo e della corporeità e distinguiamo tra i due concetti: un corpo, analizzato dal punto di vista biologico e funzionale, è un insieme organico, ed è semplicemente utile per svolgere le sue funzioni vitali. La corporeità, invece, è qualcosa che va al di là della funzione corporea: essa è tutto ciò che il corpo esterna, che sa stimolare in se stesso e nell’altro. Ed è anche un continuo dialogo tra corpi, qualcosa che va oltre le membra, collegandosi con l’aspetto psicologico ed emozionale: è proprio qui che nasce la corporeità, dalla perfetta fusione tra aspetto psicologico e aspetto organico.
Detto ciò, quindi, quale disabile non ha una propria corporeità, un proprio sentire corporeo? All’interno della corporeità si trovano eccitazione, compiacimento, accettazione del proprio sé; tuttavia, si può arrivare a dire che il disabile riesce ad accettare la sua corporeità nel momento in cui si rispecchia nell’altro. Se non c’è questo riflesso fondamentale, la persona con disabilità si sente frustrata, perché la frustrazione avviene solo nel momento in cui il soggetto non vive nell’altro e non è toccato dall’altro.
Facciamo un esempio. «Io sono, nel momento in cui tu mi fai essere». Come si può vedere, il noto concetto di Cartesio («Penso, dunque sono») qui si annulla, non vale più, perché il disabile (e non solo il disabile) non basta a se stesso: se nessuno lo sa pensare, si sentirà annullato. Dunque il disabile può arrivare a dire: «Sono pensato e dunque sono, e quindi esisto».
Il corpo – o meglio, qualsiasi corporeità – va accolto, va pensato e la corporeità di ognuno esiste se questa vive nel pensiero dell’altro. Qui la domanda nasce spontanea: chi è veramente in grado di pensare a un corpo disabile e far nascere in quel pensiero la sua progettualità e la sua conseguente esistenza? Una madre in gravidanza pensa, fantastica e progetta quell’embrione, se lo culla nei suoi pensieri poetici, prepara il vestitino, la culla, il passeggino… Ecco dove sta un inizio di progettualità. Ma nel momento in cui quel figlio nasce disabile, tutto quel quadro poetico salta come un puzzle, e chi sa ricostruire quel puzzle? Quel figlio non è il figlio pensato, desiderato, voluto; e quella madre è veramente in grado di accettarlo, coccolarlo e abbracciarlo?
Nasce questo dialogo tra corpi, tra una mamma e il suo bambino, tra una donna che è il soggetto pensante e il bambino che è il soggetto pensato. Tra il pensante e il pensato non c’è più quella progettualità, ma quella progettualità diviene “lutto”, la morte di un sogno. E questa è solo una delle prime fasi vissuta dal disabile, ma è anche la copia di mille altre fasi, perché il disabile vivrà questa scena mille altre volte: al nido, nella scuola, al suo primo innamoramento… a quel punto la madre assumerà le sembianze della società.

È la “corporeità sociale” che deve saper progettare, amare ed essere in grado di dare la possibilità alla persona con disabilità di vedersi rispecchiata nella scuola o nel suo primo innamoramento.
In questo periodo storico, nella prima parte del Terzo Millennio, il disabile non è ancora integrato nella società; la società stessa non è pronta, se rimane ancorata ai vecchi schemi, ed è restia ad aprirsi a quella che io amo definire come una “nuova pedagogia della disabilità”.
Il mio realismo, e non solo il mio pessimismo, mi fanno dire che non lo sarà mai, perché se si analizzasse il corpo – e dunque la corporeità – nell’arco della storia, vedremmo benissimo che gli antichi greci e gli antichi romani ne vivevano il culto, il culto del bello, il culto della forza e della prestanza fisica. Senza cadere nella retorica, mi sento di affermare che oggi siamo ancora fermi al concetto di corpo che avevano gli Spartani, i quali eliminavano i “non-perfetti” gettandoli dal Monte Taigeto. E che il Monte Taigeto esiste ancora oggi: sono internet, la TV e le riviste, nonché i nostri pregiudizi.

Dove potrebbe stare, quindi, la soluzione, ammesso che una soluzione esista? Ancora una volta in quella “nuova pedagogia della disabilità” che richiamavo nei miei articoli precedenti su queste stesse pagine [se ne vedano i tioli nella colonnina qui a fianco, N.d.R.]. Una nuova pedagogia che insegni a vivere una corporeità disabile, partendo proprio dal disabile stesso, e che educhi a questo nuovo dialogo e a questa nuova relazione, all’interno della quale si possa vivere la naturale corporeità.
Se la persona “normodotata” facesse veramente ascoltare le sensazioni del corpo al disabile, guardandolo, accarezzandolo e vivendo le cose più elementari, il disabile ascolterebbe la propria corporeità e così la vivrebbe, la sentirebbe viva e quindi si sentirebbe vivo. È solo attraverso questa “nuova pedagogia” che si può far sentire viva la corporeità del disabile, è un’antica relazione che tutti abbiamo vissuto, nell’esperienza adolescenziale e non solo. In parole semplici, lo scopo è quello di far convivere le due corporeità.
Il disabile, il più delle volte, è costretto a farsi vedere nudo, per tanti motivi, perché gli fanno la doccia, lo portano in bagno, gli fanno la terapia… un “nudo ospedalizzato”. Egli si sente imprigionato in un corpo che è strano, che non è accettato, e che le persone accolgono solo dal punto di vista fisico. Lo scopo di questo mio “nuovo pensiero pedagogico” è proprio quello di trasformare quel nudo sterile e di renderlo un nudo più umano e dotato di una potenziale sessualità, trasformando così il nudo in nudità e il corpo in corporeità.
Ma chi sa cogliere veramente la nudità di quel corpo? E per nudità intendo ancora una volta la corporeità: c’è infatti il nudo del corpo e la nudità della corporeità, una nudità che va cercata e voluta, capita e amata e che pochissime persone con disabilità riescono a vivere. Una nudità che non può essere venduta, né comprata, e nemmeno vissuta su un “lettino terapeutico del sesso”, perché diventerebbe solo la “pornografia di un nudo disabilizzato”.

Persona con disabilità esperta di disabilità e diversità.

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