Quell’anno in più nella scuola dell’infanzia

«Il mio bambino con disabilità – ci scrive una Lettrice, mettendo in discussione quanto sostenuto su queste pagine da Salvatore Nocera – ha potuto usufruire della permanenza per un anno in più alla scuola dell’infanzia, con non indifferenti benefìci, ampiamente documentati». «Per gli alunni con disabilità – replica lo stesso Nocera – i miglioramenti avvengono più agevolmente con i coetanei che con i bimbi più piccoli. Le famiglie, quindi, sono libere di pensare che il trattenimento nella scuola dell’infanzia possa giovare, ma la scienza e la prassi dimostrano il contrario»

Bimbi in aula scolastica«A proposito dell’articolo di Salvatore Nocera – ci scrive una Lettrice – da voi pubblicato con il titolo Perché quella Sentenza è una “vittoria di Pirro”, sono genitore di un bambino con disabilità che ha potuto usufruire, a seguito di quell’importante e riconosciuto diritto, della permanenza per un anno in più alla scuola dell’infanzia, con non indifferenti benefìci, ampiamente documentati, riconosciuti e verificati da più parti, vale a dire da parte di professionisti e docenti che ogni giorno hanno preso e prendono in carico mio figlio.
Se, come sostiene Nocera, questo è puramente inutile, perché un anno non cambia, sostanzialmente, la condizione di disabilità, chiedo allora perché non mettere in discussione anche le terapie riabilitative e abilitative, sia pubbliche che private, così come l’insegnante di sostegno e qualsiasi altra forma di supporto alla disabilità, se nulla può cambiare o migliorare…
Forse dimentichiamo che quando si parla di disabilità bisogna prendere in considerazione due visioni importanti. Una è che la persona con disabilità è, appunto, una persona e, in quanto tale, unica e irripetibile, per cui ogni percorso riabilitativo e abilitativo va personalizzato, individualizzato e diversificato. Ciò significa che non si può generalizzare, inserendo in un unico calderone tutte le disabilità, ricordando e sottolineando che non esistono due persone uguali affette da autismo, con sindrome di down, deficit cognitivo ecc. Ogni caso è a sé e ciascuno trae benefici o meno da qualsiasi forma di supporto strategico, volto a migliorare la qualità della loro vita.
Secondo: ciascuna persona con disabilità ha il pieno e assoluto diritto a migliorare la propria qualità di vita e ciò con i mezzi e i supporti che i professionisti, ogni giorno, individuano per quella persona, perché loro e solo loro, insieme e in collaborazione con le famiglie, ne conoscono i reali bisogni, che possono consistere anche nella permanenza per un anno in più alla scuola dell’infanzia.
Ricordo, inoltre, che per le persone con disabilità ogni piccolo traguardo rappresenta successi incredibili, “piccoli miracoli” – mi piace definirli così – per i quali occorre tempo, dedizione e tanto lavoro che un anno in più di permanenza alla scuola dell’infanzia può consentire o meglio garantire.
Chiedo quindi di rivedere certe posizioni inclini a generalizzazioni superficiali, che ledono il diritto della persona con disabilità a poter migliorare la propria qualità di vita».

Risponde Salvatore Nocera, presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) della quale è stato vicepresidente nazionale.

«In riferimento al mio intervento di critica pubblicato da “Superando.it”, riguardante una Sentenza del TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) della Sicilia, che aveva annullato il rifiuto di trattenimento per un altro anno di un bimbo con disabilità nella scuola dell’infanzia [Sentenza n. 2473/1 del 10 ottobre 2016, N.d.R.], debbo innanzitutto precisare che quelle mie critiche erano sostanzialmente rivolte alle motivazioni giuridiche del provvedimento adottato dal TAR, ritenendo – con fondamento – che le norme poste a base della decisione siano state invocate impropriamente dal TAR stesso, dal momento che la Nota Ministeriale Protocollo n. 547/14 aveva consentito il trattenimento di un anno non già agli alunni con disabilità, ma solo agli alunni stranieri adottati, per consentir loro di abituarsi al nuovo ambiente, alla nuova lingua e alla nuova famiglia. Anzi ho dimostrato – tramite il confronto con la precedente stesura di quella Nota Ministeriale, pubblicata poco prima con il Protocollo numero 338 – che nella sua seconda edizione era stato cancellato proprio il riferimento al trattenimento degli alunni con disabilità, che la precedente nota aveva consentito.
Quanto poi alla possibilità di miglioramento apprenditivo degli alunni con un anno in più di scuola dell’infanzia, ribadisco quanto ebbe ad affermare nelle premesse ai corsi di specializzazione del 1986 il professor Giorgio Moretti, docente di Neurologia all’Università Cattolica di Milano e presidente della Commissione Ministeriale per la formulazione dei nuovi programmi dei corsi di specializzazione per il sostegno, e cioè che con l’inclusione scolastica è stata capovolta la vecchia credenza degli esperti, secondo cui bisognava “prima riabilitare e poi inserire”. Affermava pertanto, l’illustre esperto, che i miglioramenti avvengono più agevolmente con i coetanei che con i bimbi più piccoli, con i quali gli alunni con disabilità interagiscono in caso di trattenimento.
In buona sostanza, non condivido la tesi del TAR e degli esperti, secondo cui con un anno di trattenimento alla scuola dell’infanzia, gli alunni con disabilità acquisirebbero, come tutti, i prerequisiti per la scuola primaria. Quanto poi all’appropriarsi di tali requisiti, almeno gli alunni con disabilità intellettiva grave e relazionale, purtroppo, non potrebbero impossessarsene neppure con alcuni anni di trattenimento, perdendo invece, al contempo, i contatti con i coetanei senza disabilità, che li stimolerebbero molto alla socialità e quindi alle capacità apprenditive.
Le famiglie sono libere di pensare che il trattenimento giovi loro, ma scientificamente e con la prassi, esperti come quello citato dimostrano il contrario».

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