Doppio sguardo sulla città

«Alla fine – scrive Simona Lancioni – l’aspetto innovativo del Progetto “Stare di casa nella città: donne con disabilità”, promosso a Ravenna allo scopo di individuare gli elementi caratterizzanti, per criticità e risorse, il rapporto fra donne con disabilità e città reale, soffermandosi in particolare sulla mobilità e la sicurezza urbana, è semplicemente che invece di inventarsi o tirare a indovinare quali potessero essere i bisogni e i desideri delle donne con disabilità riguardo alla propria vita, lo si è chiesto direttamente a loro»

Giovane donna in carrozzina«Guarda che il bagno è predisposto per le persone con disabilità». «Non direi. Chi ha una disabilità motoria derivante da una patologia neuromuscolare come la mia, per utilizzare il bagno ha bisogno di un lettino ribaltabile su cui potersi stendere. Gli uomini possono ovviare, almeno in parte, a questa esigenza usando il pappagallo, ma noi donne no. Il fatto che questo accorgimento di accessibilità non sia mai previsto nei luoghi e nei locali pubblici, o aperti al pubblico, dimostra che i progettisti prestano scarsa attenzione alle differenze di genere. Su questo fronte il loro estro creativo arriva al massimo a pensare che i bagni accessibili dovrebbero essere due – uno per gli uomini, e l’altro per donne -, come per le altre persone, ulteriori differenze non sono considerate, pertanto io continuerò a non poter utilizzare neanche i bagni “predisposti per le persone con disabilità”, e a misurare la mia autonomia usando come metro la capienza della mia vescica!».
Questo scambio di opinioni, risalente a diversi anni fa, è tornato in mente a chi scrive, leggendo il rapporto conclusivo del Progetto Stare di casa nella città: donne con disabilità [se ne legga già ampiamente anche nel nostro giornale, N.d.R.] e, lo ammetto, un po’ mi viene da sorridere al pensiero che finalmente qualcuno/a si sia disposto a scrutare l’ambiente urbano cercando di cogliere e conciliare un doppio sguardo: quello femminile, e quello di chi ha una disabilità.

Stare di casa nella città è un progetto ideato dall’Associazione Liberedonne, che gestisce la Casa delle Donne di Ravenna e finanziato dal Comune della città romagnola, allo scopo di riflettere e individuare gli elementi caratterizzanti, per criticità e risorse, il rapporto fra donne con disabilità e città reale, soffermandosi in particolare sulla mobilità e la sicurezza urbana.
L’iniziativa ha coinvolto, senza intermediazioni, sia donne con disabilità, che madri con figli/e disabili, in un percorso di ascolto, confronto e rielaborazione partecipata. Nello specifico, si è cercato di rispondere alle seguenti domande: quanto è inclusiva, accessibile, usabile e sicura la città di Ravenna per le donne con disabilità che in essa vivono e lavorano? Come sono vissute e/o percepite le coordinate spazio/tempo? Cosa significa organizzare la vita quotidiana, la socializzazione e la partecipazione alla città? Per rispondere ad esse sono stati realizzati due focus group, e ventiquattro interviste individuali, effettuate presso il domicilio delle donne che si sono rese disponibili a collaborare.
Non voglio qui riassumere i risultati dell’indagine, ciò che è già stato fatto egregiamente da CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità) e ripreso anche su queste stesse pagine. Ciò che intendo fare è invece riflettere su alcuni aspetti scaturiti dal progetto che considero significativi.

Innanzitutto va detto che la realizzazione dell’iniziativa ha incontrato una serie di difficoltà, una delle quali è certamente costituita dall’inclinazione, ancora largamente maggioritaria, a considerare il genere come una variabile neutra. Questo atteggiamento impedisce che tale dato sia rilevato, venga sottoposto a un adeguato vaglio critico e, conseguentemente, che le donne con disabilità siano riconosciute come cittadine con bisogni propri, non riconducibili/sovrapponibili a quelli degli uomini con disabilità.
Se uomini e donne con disabilità hanno innegabilmente una certa quantità di necessità comuni, ve ne sono altre che non sono affatto comuni e che solitamente non vengono colte. Gli uomini e le donne disabili potrebbero avere in comune, ad esempio, la difficoltà ad uscire la sera per la carenza di servizi di trasporto pubblici accessibili e per la presenza di barriere architettoniche, ma le donne avranno anche fondati motivi di ponderare con maggiore attenzione l’opportunità di uscire la sera, se la zona in cui intendono recarsi è scarsamente illuminata e poco frequentata. Non rilevare questo dato, considerarlo marginale, comportarsi come se «uomo o donna, se sei disabile, che differenza vuoi che faccia?», porta a un’oggettiva riduzione dell’autonomia delle donne, oppure a una loro incauta esposizione al rischio di subire violenza.
Si legge nel rapporto conclusivo del progetto: «È stato difficile far comprendere alle associazioni di disabili, alle cooperative sociali, agli amministratori perché le destinatarie del progetto fossero le donne con disabilità e non genericamente i disabili. L’idea della disabilità come elemento totalizzante della vita restituisce un’immagine neutra, e quindi maschile, della disabilità, appiattendo così le differenze di genere presenti tra le persone a prescindere dalla loro disabilità. Non solo è ormai assodato da numerose ricerche internazionali che uomini e donne si spostano e usano la città in modo profondamente diverso, ma è anche evidente che sono le donne le più penalizzate nel vivere, nel muoversi e nello stare in ogni parte della città. Le donne debbono ancora far fronte alla pressione della vita quotidiana non solo propria, ma anche di coloro affettivamente legati (mariti, figli, genitori, parenti, amici ecc.) e a maggior ragione in questo tempo in cui la crisi sta modificando le nostre vite, le famiglie, il lavoro, le forme della socialità» (pagina 8 [grassetti nostri in questa e in tutte le successive citazioni, N.d.A.]).
Una lettura, questa, che trova conferma in alcune delle dichiarazioni rilasciate delle donne e riportate nel rapporto, come queste due riguardo al ruolo genitoriale: «Non si pensa mai al fatto che ci sono tanti disabili che hanno figli. La cura dei figli è più impegnativa: andare a prendere i figli da scuola significa “troverò il parcheggio?”, le insegnanti sono disponibili a infrangere il protocollo e ad accompagnare i bambini verso la madre che magari non riesce ad arrivare fino dentro alla scuola. […]. Queste madri devono essere aiutate di più. Adesso è tutto sulla buona volontà del singolo, ma ci vogliono delle disposizioni» (pagine 26-27), e «Mia figlia mi ha completamente annullata» (pagina 37); o ancora quest’altra, in tema di sicurezza: «Mi preoccupa un po’ se è sera tardi fare quel pezzo, è molto buio. Raramente vado in giro da sola […]. La vulnerabilità è dovuta al fatto di essere donna, di vedere molto poco, che è una cosa che mi crea problemi di continuo» (pagina 36); o, infine, questa sul genere femminile: «Le donne sono già handicappate così come sono e lo diventano doppiamente quando hanno un handicap vero» (pagina 37).

Originariamente la ricerca prevedeva almeno cinquanta interviste individuali, tuttavia, in concreto, come già accennato, ne sono state realizzate ventiquattro. Può capitare, sono però interessanti le motivazioni che hanno portato a questo risultato: le donne con disabilità «hanno una vita quotidiana impostata più per imprevisti e probabilità che non per certezze e impegni sicuri. Sul desiderio di partecipazione delle donne con disabilità, infatti, agiscono e incidono moltissime componenti, gran parte delle quali appunto, imprevedibili: lo stato di salute, le cure, le terapie, i ricoveri; le condizioni meteorologiche e del clima; la disponibilità di accompagnatori e accompagnatrici; la disponibilità di mezzi di trasporto pubblico; gli ordinari carichi di cura della famiglia e della casa; lo stato d’animo, le ansie, i timori, le preoccupazioni. Una enorme stratificazione di complessità che condiziona le volontà e i desideri e che sfugge a chi si avvicina per la prima volta al mondo della disabilità femminile» (pagina 8).
Intendiamoci, la vita di ciascuno di noi è soggetta all’imprevisto: basta incappare in un incidente automobilistico e in un cantiere stradale per arrivare al lavoro con 45 minuti di ritardo (mi è successo questa mattina); ciò che però fa riflettere è che per le donne con disabilità l’imprevisto è la regola; e se è vero che alcuni fattori, come ad esempio lo stato di salute, le cure, le terapie, i ricoveri, le condizioni meteorologiche e del clima, la disponibilità di accompagnatori e accompagnatrici, la disponibilità di mezzi di trasporto pubblico ecc., potrebbero essere ugualmente inibenti anche per gli uomini con disabilità, gli ordinari carichi di cura della famiglia e della casa continuano ad essere in larga misura appannaggio femminile.
A cosa serve rilevare questo aspetto? Potrebbe servire, ad esempio, a ipotizzare una diversa distribuzione dei carichi in questione che, tradotta in termini pratici, significa maggiore “tempo liberato” per le donne.

Un altro tema interessante scaturito dalle interviste è una sorta di “diritto al tempo lento, ai percorsi protetti e alla sosta”, così come lo chiama l’architetta Gisella Bassanini, illustrando la necessità, più volte ribadita dalle donne con disabilità, «di attrezzare gli spazi pubblici aperti e chiusi, i percorsi nella città, nelle aree verdi o in prossimità del mare, affinché si possa precedere con lentezza e si possa sostare» (pagina 23).
In un mondo che va veloce, non potersi adeguare agli standard di velocità socialmente definiti è percepito e vissuto come un problema. «In particolare la lentezza è un problema in certe situazioni: attraversamenti pedonali; quando è necessario correre e scappare o comunque spostarsi in fretta (terremoti, incendi, ecc…); pioggia e maltempo; folla e ressa; risse e litigi; salire e scendere dai mezzi pubblici» (pagina 62).
Non è tanto frequente pensare al rispetto dei tempi delle persone e al “diritto di lentezza” come a variabili che incidono sull’accessibilità e l’inclusione, eppure poche cose come il tempo possono creare una frattura tra vita immaginata e vita reale: a nessuno/a, infatti, è dato di vivere una vita fuori dal proprio tempo.

Tra le cose positive emerse dall’indagine ne voglio segnalare due che sono in qualche modo connesse. La prima è l’importanza attribuita alle relazioni di prossimità. Osserva in merito Bassanini: «La dimensione di prossimità sostiene e rassicura, e ancor più se ci sente fragili e vulnerabili. Il venir meno, o il ridursi, della rete familiare e amicale insieme all’invecchiamento della popolazione – fenomeni che caratterizzano il periodo storico che stiamo vivendo – trovano nella creazione e sviluppo di reti di buon vicinato e di quartiere un valido contrasto al senso di solitudine e isolamento che coinvolge molte persone» (pagina 25).
L’altra riguarda le riflessioni emerse riguardo alla sicurezza. Se alcune donne hanno evocato maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine come misura di contrasto alla microcriminalità, e per la sicurezza nelle ore serali/notturne, dichiarandosi spaventate dalla presenza di gruppi di persone straniere che sostano a lungo davanti ad alcuni luoghi (come, ad esempio, i supermercati) o in strada, molte altre, per contro, «trovano inefficace o poco utile […] la vigilanza intesa come azione organizzata delle forze dell’ordine. Si ritiene al contrario più utile ed efficace un alto livello di senso civico che diventa anche una forma di vigilanza: la cura e l’attenzione verso l’altro, le buone relazioni di vicinato» (pagina 52).
Una delle donne intervistate ha dichiarato: «La sicurezza è ovunque e trasversale, in ogni àmbito, quello che respiriamo, quello che mangiamo. È ovvio che in termini mediatici per sicurezza ti viene sempre in mente l’incontro con qualcuno che puoi temere, ma in realtà la sicurezza è la legalità, l’onestà, l’etica, tutto» (pagina 53).
Insomma, c’è chi affronta la paura disponendosi sulla difensiva, e chi – mi sembra di capire sia la maggioranza – pensa di investire in fiducia… il “brodo di coltura” più adatto a “coltivare” i diritti.

Piera Nobili, l’architetta che ha coordinato e curato il progetto, sottolinea come «purtroppo ancora oggi le politiche ed azioni fatte a favore della disabilità sono pensate per una persona con disabilità generica, senza tenere conto delle differenze di genere, così come le politiche ed azioni fatte a favore delle donne sono pensate per una donna generica, senza tenere conto della disabilità. Le due sfere, invece, andrebbero integrate e fatte interagire affinché l’una informi compiutamente l’altra di sé, ponendo a base un interrogativo che ha guidato anche il presente progetto: quali bisogni e desideri attraversano le donne con disabilità nel pensare alla propria autonomia ed alla possibilità di una vita indipendente» (pagina 33).
Alla fine l’aspetto innovativo del Progetto Stare di casa nella città è semplicemente questo: invece di inventarsi o tirare a indovinare quali potessero essere i bisogni e i desideri delle donne con disabilità riguardo alla propria vita, il gruppo di lavoro lo ha chiesto direttamente a loro. Chiedere non è un gesto di umiltà, è piuttosto un atteggiamento di rispetto che, tra le altre cose, azzererebbe il rischio – reale, molto reale – che alcune donne disabili si ritrovino a dover utilizzare la “capienza della propria vescica” come unità di misura della propria autonomia di movimento.

Componente del Coordinamento del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e responsabile di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa). Il presente approfondimento è già apparso nel sito del Gruppo Donne UILDM, con il titolo “Un doppio sguardo sulla città”. Viene qui ripreso, con alcuni minimi riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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