Non è la vista che descrive il mondo

Ovvero, come scrive Marco Condidiorio, riflettendo sulle tante esperienze “al buio” che in questi anni coinvolgono persone vedenti, «la cecità non è esperibile». In tal senso, ricorda, «una cena al buio non è l’incontro con la cecità, ma la scoperta, al più, delle criticità materiali, fisiche, ambientali, e della necessità dell’ordine e dei bisogni di chi vive realmente la cecità sulla propria pelle»

Cena al buio

Immagine che rappresenta una cena al buio

Cene al buio o, come ultimamente si legge sempre più diffusamente nel web, «a prova di cecità»; aperitivi al buio; camminate al buio; dialoghi d’ogni tipo e genere, rigorosamente al buio; conversazioni al buio! Sperimentare la cecità “fa tendenza”, come dire, potrebbe dare un “tocco” di luce alla serata!
Comodamente seduto nella poltrona della veranda ovest di casa, il pensiero “circa la percezione del mondo da parte del cieco” mi avvolge, come sempre in questi ultimi anni di studi e ricerche sull’argomento. E ciò non per essere divenuto persona cieca in età adulta, circa a trent’anni, ma per avere vissuto le tre fasi “straordinariamente” critiche, secondo l’accezione kantiana del concetto, e cioè quella dell’ipovisione grave, della cecità con percezione di luce e l’attuale, quella della cecità assoluta.
Mentre non si sceglie di diventare ciechi – la cecità non si potrebbe mai desiderare – si può scegliere di studiare la tiflologia e di provare ad acquisire quelle conoscenze utili a comprendere il proprio stato di cecità. Comprendere le difficoltà logistiche, di gestione degli spazi, del tempo e dei luoghi fisici piuttosto che virtuali. Conoscere e progettare tecniche e tecnologie per “mordere”, assaggiare l’intorno, il “poco” più in là, per scoprire, incontrare qualcosa di cui ignoravamo l’esistenza e poterla afferrare, esplorare.
L’occhio vede; guarda; osserva in un sol “colpo d’occhio” l’insieme; l’occhio coglie, conosce e riconosce ciò che è nello spazio, qui ed ora, dunque anche il tempo, nella sua manifestazione ottica, ha un proprio luogo. Spazio e Tempo, “virtù” fisiche del mondo umano, mi vien da dire; sì, perché la loro esistenza ha la propria oggettività nella soggettività del nostro percepire il mondo come altro da noi; come altra realtà esistente, indipendente dal nostro pensiero.
I primi raggi di sole giungono dalla veranda ad est della casa, e immediatamente il pensiero si focalizza su un fenomeno che se nella realtà ha una propria ragione fisica, nel pensiero i concetti che lo verbalizzano alla mente “giocano” tra loro: l’alba e il tramonto.
Sorseggio il caffè e socchiudo gli occhi per assaporarne il gusto intenso… «Ottima miscela», sussurro tra me e me. Nella poltrona di fronte, posta in diagonale alla mia, la veranda ovest è un grande rettangolo. Percepisco la presenza dell’amico fraterno Lollo. Accende una sigaretta e, come ho appena fatto io, si accinge a sorseggiare il proprio caffè. Lo osservo attentamente; è immerso nei pensieri, ne avverto lo stato di forte eccitazione, questa sera per la prima volta dovrà gestire autonomamente la cena al buio.
Si allaccia meglio le scarpe e, tirata giù velocemente la zip, si libera della felpa, inizia a far caldo. Oriento il volto verso di lui e rivolgendogli la parola dopo un lungo cinguettio di un piccolo stormo di volatili, gli chiedo: «Qualcosa ti preoccupa?». «Questa sera, come ben sai, terremo la cena al buio. Ehm… saremo oltre settanta persone e…». Sorrido senza nemmeno accorgermi di farlo spudoratamente…  «Settanta persone sono troppe, lo sai, vero?». Avverto lo sguardo imbarazzato di Lollo che, con un mezzo sorriso risponde: «Sì… lo so, siamo in tanti».
Già immagino la stampa, l’ingresso dell’Hotel Europa che sarà affollato di giornalisti della carta stampata e le televisioni non saranno da meno. Tutto secondo il “cliché!”.
Sento lo sguardo di Lollo addosso, come se leggesse ogni mio pensiero… «Stai domandandoti se ci sarà anche la stampa, immagino, vero?». È vero, stavo giusto immaginando la folla di curiosi che ci vuole, certo, ma…

Come sempre il dialogo tra noi due è forte, profondo e per questo sempre leale, sicuro, ricco di sostanza. Mi riempie di domande, Lollo; è desideroso di sapere cosa penso delle iniziative il cui centro è l’esperienza della “cecità”. Cosa vorrei che si comprendesse di tali eventi, cosa dovrebbe restare a chi li vive e, ancora, cosa significhi far vivere qualche ora di buio, nel buio, a qualcuno. Tanti quesiti, dubbi, perplessità, forse timori e tanta, tanta paura di sbagliare.
Così, invitando con un gesto l’amico ad avvicinarsi, prendo a riflettere su alcuni importanti dettagli che solitamente sfuggono non solo a chi ha il dono della vista, ma anche a chi la vista non l’ha mai avuta o l’ha perduta.
Partiamo dall’uso errato del lessico col quale, vedenti e non, argomentano su quelli che “dovrebbero” essere luoghi comuni e che ancora oggi sono il bagaglio sociale espresso da un gergo talvolta infelice quanto scorretto dal punto di vista dei processi cognitivi e intellettivi, propri non solo di chi vede, ma anche per chi vive in condizioni di cecità. «Il mondo di voi ciechi»… Non c’è un nostro mondo né una nostra realtà; dal punto di vista della conoscenza, chi è cieco ha la medesima percezione della realtà, del mondo oggettivo come chiunque; possono cambiare le modalità, il tipo d’approccio ai contenuti di una disciplina, per esempio la matematica o il disegno geometrico, ma l’approccio sensoriale ai contenuti della realtà fisica, del mondo circostante, è perfettamente lo stesso sia per chi è cieco che per chi vede.
Noi non vedenti assoluti non abbiamo una percezione del mondo omologata rispetto a quella del vedente: il cieco trova il proprio computer o paio di scarpe, proprio come il vedente; il primo utilizza il tatto, magari l’olfatto se si tratterà di un frutto; il secondo utilizzerà prevalentemente la vista.
La cecità è l’assenza e va spiegata paradossalmente anche a chi, nascendo cieco, non ha una coscienza cognitiva della propria condizione, proprio perché egli della cecità fa esperienza attraverso chi vede, come della conoscenza il bambino fa esperienza con il sostegno cognitivo di chi già l’ha fatta, l’adulto appunto.

E dunque, una sera passata al buio cos’è? Chi cena al buio, può poi dire d’aver fatta esperienza della cecità?
Cenare al buio o nel buio è l’esperienza che ogni persona vedente dovrebbe poter fare, ma a certe condizioni e seguendo un canovaccio strutturato secondo i canoni di un percorso sensoriale che ponga in evidenza gli aspetti intimi del percepire, sia per conoscere che per riconoscere; per orientare e orientarsi; per scoprire e mascherare; per giocare e riflettere.
La cecità non ha colore e dunque non è percezione di niente; il buio è comunque una percezione, assenza di luce appunto, quindi significa avere una qualche percezione che il cieco dalla nascita o acquisito non hanno, mentre chi si appresta ad entrare in una sala oscurata percepisce e dunque fa esperienza di un buio ambientale e non sensoriale.
Tutto qui? No! C’è dell’altro, molto altro, dirò il vero dell’esperienza che una persona vedente può decidere di vivere quando sceglie di partecipare ad una cena al buio.
Trovare gli oggetti e riconoscerli, le posate, per esempio! E saperle usare con le sole abilità del tatto e dell’orientamento. Riempire il proprio bicchiere col solo aiuto della percezione tattile e uditiva. Riconoscere gli ingredienti che compongono i diversi piatti, discriminarli e assaporarli.
La cena al buio non è l’incontro con la cecità, ma la scoperta, al più, delle criticità cui va incontro anche il non vedente non debitamente formato. Esistono infatti anche i corsi di orientamento e mobilità per i non vedenti.
Cenare al buio comporta l’uso costante della memoria, non solo quella tattile, ma anche quella olfattiva e gustativa. L’uso del pensiero che ci ricordi dove abbiamo messo il pane, dove è posizionata la bottiglia dell’acqua e se il tovagliolo era a sinistra o a destra del nostro piatto, ciò per evitare di pulirci la bocca con quello del nostro commensale!
La cecità non è esperibile! Al più – ed è ciò che conta ai fini delle innumerevoli iniziative che vedono persone vedenti calarsi per qualche manciata di minuti in una oscurità ambientale o che si fanno bendare completamente gli occhi – è esperire cosa significhi utilizzare esclusivamente il tatto e l’udito, l’olfatto e il gusto senza il supporto della vista e scoprire con loro meraviglia che non siamo “eroi” o “fenomeni umani”, ma che semplicemente andrebbero valutati maggiormente anche gli altri sensi per quel che sono e rappresentano per una qualunque esperienza cognitiva, di tipo relazionale e intellettivo.
Non si tratta di esperire la cecità, ma di comprendere le criticità materiali, fisiche, ambientali e scoprire la necessità dell’ordine e dei bisogni di chi vive realmente la cecità sulla propria pelle. In tal modo sarebbero in molti a scoprire anche l’inutilità, persino la banalità, di certe espressioni del tipo: “È diversamente abile!». Come se un cieco avesse abilità diverse di pensiero, di scoperta del gusto, di stringere relazioni umane, di amare o di farsi amare, di studiare e di conoscere il mondo, di comprendere e di essere compreso.
La cena al buio è l’occasione di vivere una temporalità tutta formativa attorno e sui temi della quotidianità, fatta di gesti come portare la forchetta piena di cibo alla bocca, versare del vino nel bicchiere, sfiorare la mano del proprio vicino nell’atto di cercare il pane o il tovagliolo, scambiare quattro chiacchiere con la ragazza di fronte, ascoltandone la voce e immaginandone il volto. Tutto questo completamente liberi di scegliere strategie e tempi.
La cena al buio è la scelta consapevole di voler mettere in gioco se stessi in una condizione “atipica” per chi solitamente utilizza la vista per andare in bagno o farsi la barba o la doccia; non dunque una quotidianità appartenente a un mondo diverso o, peggio, estraneo a quello di chi vede, ma pienamente intima ad ogni essere umano, che per qualche ora scelga di “fare l’amore” con i propri sensi, escludendo per un tempo determinato, dall’ordinario della sensorialità la vista.

Ora, amico mio va! E ricorda agli scettici: «Non è la vista che descrive il mondo, ma è la mente a governarne strutture e, laddove è possibile, anche i fenomeni».

P.S.: La sera del 21 dicembre 2016 oltre ottanta persone hanno partecipato a una delle tante cene al buio tenute in occasione delle festività natalizie e l’hanno fatto accompagnate dal manifesto da cui si riporta il testo integrale: «INVITA A CENA I TUOI SENSI E LASCIA A CASA PER UNA SERA LA VISTA… Gusto e olfatto, tatto e udito saranno i tuoi compagni, insieme ai tuoi amici, durante la cena. Poco meno di due ore immerso nel buio per incontrare e conoscere nuove persone, poterle immaginare con il solo contributo dell’olfatto, del tatto e dell’udito. Lasciati guidare dai quattro sensi e scoprirai quanto della realtà è invisibile allo sguardo perché patrimonio unico e straordinario della sfera sensoriale: sapori e fragranze, oggetti e suoni, nulla si sottrae all’intelligenza dei sensi che la mente e cuore traducono in realtà»…

Docente incaricato di Tiflologia all’Università del Molise. Coordinatore della Commissione Nazionale per l’Istruzione e la Formazione dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).

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