Per essere disabile ci vuole grande abilità!

«Sono un’insegnante – scrive Annabella Nappo -, diventata disabile dallo scorso anno, a causa di una grave malattia, e vorrei tornare a lavorare, ma invece sono costretta a ricorrere continuamente ai miei legali per tante spiacevoli e mortificanti vicissitudini e spendo una parte consistente della mia giornata per procedure burocratiche. Nonostante tutto mi considero fortunata, perché riesco ancora a far fronte a tutte le spese per le cure e le terapie e ricevo solidarietà e sostegno da familiari, amici e colleghe. Ma chi è solo e senza soldi, che speranze può avere?»

Statua che rappresenta lo sconfortoSono un’insegnante, vivo a Napoli e da poco sono diventata disabile. Ho scoperto di essere ammalata di tumore a una gamba alla fine di luglio dello scorso anno. Fino a quel momento, nell’ospedale dove mi facevano medicazioni e controlli periodici, mi curavano con la tachipirina (com’è noto, potente farmaco antidolorifico e antitumorale…), dopo avere fatto file di ore in piedi in ogni occasione…
Finalmente ai primi di agosto ho cominciato ad essere seguita dai medici del Pascale [Istituto Tumori Napoli, Fondazione Pascale, N.d.R.], dove ho trovato competenza e solidarietà umana (tra il personale medico, non sempre tra gli infermieri).
A fine agosto mi hanno operata , con l’amputazione della gamba destra e dopo sette giorni sono tornata a casa, iniziando terapie domiciliari e controlli.

Avevo fatto domanda per ottenere “la 104” [Legge 104/92, N.d.R.], ovvero le agevolazioni previste in caso di disabilità. Mi hanno risposto molto presto, chiedendomi di recarmi presso gli uffici ASL per la visita di controllo. Le mie condizioni non mi consentivano ancora di spostarmi, ho richiesto perciò la visita domiciliare che mi è stata concessa dopo pochi giorni. Ma qui sono cominciati i problemi, perché mi è arrivato il decreto di riconoscimento della disabilità, senza però il riconoscimento del diritto al contrassegno per invalidi, né del contributo per l’auto adatta alla mia menomazione, come previsto per legge.
Mio marito si è recato allora presso gli uffici dell’ASL (dove l’ingresso per disabili è chiuso da due paletti con catena, seguiti da una grata metallica a terra e da un cancelletto stretto con scalino, prima di un percorso lungo e difficile con entrata in un palazzo con vari scalini…), per tentare di capire qualcosa. Ha trovato un addetto molto sgarbato il quale gli ha riferito che loro applicano una Delibera Regionale che prevede la procedura adottata e che quindi sarei dovuta andare da loro con medico e ambulanza. Ovviamente il mio medico di base aveva presentato la domanda online, come previsto, e INPS e ASL mi avevano mandato comunicazioni scritte, segnalandomi il diritto alla visita domiciliare, per le mie particolari condizioni, senza mai fare cenno ad altro, ma soltanto come mio diritto a fronte di una grave situazione del momento.
All’atto della visita domiciliare ho anche chiaramente dichiarato la mia volontà di riprendere ad insegnare e quindi di uscire di casa. Ma questo diventa complicato, senza il contrassegno per l’auto.
D’altronde gli specialisti del Pascale e della stessa ALS hanno prescritto un lungo periodo di terapie e la protesi, proprio per consentirmi di recuperare una mia autonomia, anche se parziale. Nel frattempo sono costretta a far ricorso ai taxi, con tutti i costi relativi. E sono completamente a mio carico anche le spese dei fisioterapisti privati, perché ormai da novembre l’ASL non passava più queste terapie, e quando finalmente me le ha concesse (da una settimana), ho scoperto che tutti i centri privati abilitati hanno liste d’attesa infinite.
E ancora, molte analisi devo pagarle, altrimenti anche per queste scattano liste d’attesa di mesi (ma i miei controlli devono essere immediati), così come devo pagare per avere l’assistenza domiciliare quando mio marito è al lavoro.
Ho fatto poi richiesta alle Poste, dal 29 novembre, del Codice SPID, per accedere alla cosiddetta “Carta del Docente” [stabilita dalla Legge 107/15 della “Buona Scuola”, N.d.R.], con la procedura del riconoscimento a domicilio, che prevede anche un costo particolare a mio carico. Finora, però, mi hanno comunicato con varie mail di avere preso in carico la mia domanda e il numero assegnato, e che devo telefonare al numero verde per ottenere un appuntamento: dal 6 dicembre sto chiamando il numero 803160 tutti i giorni, resto in attesa per un po’ e poi la comunicazione si interrompe… Ho appuntato le chiamate dell’11 gennaio, giusto come esempio, e sono state effettuate alle 13.45, 13.50, 13.55, 14.50, 14.55, 15.16, 18.00 e 18.30, tutte a vuoto come le altre. Mi hanno anche mandato una mail, il 12 gennaio, chiedendo il mio numero di telefono per ulteriori contatti. Gliel’ho trasmesso. Inutile. Mio marito è andato alla Direzione Provinciale delle Poste, più volte, e anche lì senza riuscire a cavarne nulla. Un muro di gomma.

Ora sono costretta a ricorrere continuamente ai miei legali per tutte queste spiacevoli e mortificanti vicissitudini, con la grande fatica che sto facendo per riprendere a camminare con la protesi provvisoria e tornare a insegnare. Ma una parte consistente della mia giornata la devo spendere per procedure burocratiche, mentre mio marito brucia il suo tempo rincorrendo le difficoltà create dalle Istituzioni alle persone con disabilità, che cercano solo di ottenere diritti riconosciuti anche dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall Italia nel 2009 [Legge 18/09, N.d.R.]. E non parliamo delle difficoltà condominiali per potere installare l’ascensore nel palazzo in cui abito, a spese mie e dei pochi condòmini disponibili… Infine, la scuola ha avviato la procedura per la produttività docenti nel mese di agosto, mentre ero nella fase acuta della malattia, cosicché non ho potuto inviare la documentazione e usufruirne, nonostante avessi i requisiti previsti nell’ultimo triennio.
Nonostante tutto questo mi considero fortunata, perché riesco ancora a far fronte a tutte queste spese, cure, terapie, assistenza, analisi e controlli. E ricevo solidarietà e sostegno da familiari, amici e colleghe. Ma chi è solo e senza soldi, che speranze può avere?

Insegnante, persona con disabilità.

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