Inclusione? No, scuola di tutti!

«Contesto il termine “inclusione”, per come è stato usato finora – scrive Rosa Mauro – perché nella vera inclusione, la scuola sarebbe semplicemente la scuola di tutti, nata per sviluppare le competenze di tutti i suoi membri. Una scuola in cui tutti i docenti – e non uno solo – si informano e si formano per comunicare con tutti i propri alunni, dove i programmi si adeguano a ogni alunno, senza nascondersi dietro a percorsi differenziati. Una scuola che, come il mondo, sia realmente di tutti»

Aula di scuola vuotaIo odio l’inclusione scolastica! OK, odio anche quella sociale, ma per il momento pensiamo a quella scolastica, dedicheremo all’inclusione sociale un altro articolo.
Ecco, l’ho detto, e ora mi sento decisamente meglio. Perché era un po’ di tempo che volevo contestare questo termine ormai accreditato, ormai usato per indicare qualcosa che in realtà non dovrebbe esistere: la divisione delle persone in due gruppi, spesso la divisione in un gruppo e in un singolo, che è “altro” dal gruppo precedente.
Inclusione implica che originariamente qualcosa era escluso, implica uno sforzo che indica una separazione originaria che dev’essere riparata, ma ci siamo chiesti perché si crea questa separazione? E soprattutto andiamo all’origine della parola stessa inclusione: quanti sanno che è una relazione binaria, e quindi reciproca, tra i due gruppi?
In questo periodo stiamo esaminando e discutendo la scuola oggi, come è uscita dall’ultima riforma detta della Buona Scuola, ma questo “peccato” c’era anche prima, sappiatelo.

Cosa c’è di davvero binario e reciproco nella scuola? Davvero il gruppo che potremo chiamare A (docenti curricolari, alunni, genitori) dialoga e interloquisce con il gruppo B (ragazzi con disabilità, docenti di sostegno, assistenti all’educazione e alla comunicazione e genitori)? A me sembra proprio di no.
Nei programmi della scuola che dovrebbe essere di tutti, di materie o di ore dedicate alle competenze di ragazzi con disabilità motorie o sensoriali, o con autismo, non ce ne sono proprio. Casomai, di tanto in tanto, si fanno dei laboratori che non assurgono mai a dignità di materia d’insegnamento.
Vi sono per caso ore di Braille, ore dedicate alla comprensione di una fisicità diversa, possibilità per esempio, di fare ginnastica in modo che anche chi ha problemi fisici possa insegnare qualcosa agli altri? Assolutamente no.
Ci si dedica ad espressioni quali possono essere il teatro o la musica, in cui un autistico non verbale o una persona con difficoltà cognitive possa competere eventualmente con i suoi coetanei?
I ragazzi fanno almeno un certo numero di ore con un tablet, comunicando così con un ragazzo con problemi relazionali? Ma certo che no, quando queste cose si fanno, sono concessioni.
I due gruppi, quindi, non hanno una relazione binaria e perciò non hanno una relazione di inclusione.

E siamo arrivati al punto: le cose false non le sopporto. Il termine inclusione, così come é stato usato finora, è semplicemente falso.
Nella vera inclusione, la scuola sarebbe semplicemente la scuola di tutti, nata per sviluppare le competenze di tutti i suoi membri, perché – e cito dalla matematica, pur non amando questa materia – l’inclusione è una relazione binaria tra due insiemi in cui B è incluso in A se e solo nel caso che X, elemento di B, sia anche elemento di A. Nella mia particolare interpretazione discalcolica e umanistica, questo vuol dire che Paolo (X), cieco, è incluso nella scuola solo se è a tutti gli effetti uguale ad Anna, che vede perfettamente, sia come numero di ore, sia come reciprocità delle informazioni e dell’istruzione.
Per chi dice che questo non è possibile, ribadisco che fornire i giusti ausili a una persona con disabilità non dovrebbe servire a differenziarla, ma a metterla in condizione di uguaglianza con gli altri. L’ausilio può essere certo anche una persona, ma per aiutare a instaurare la relazione, non per allontanare la persona dal gruppo classe.
Però ormai l’inclusione scolastica, così come è concepita, non è salvabile e allora sapete una cosa? Io ne proporrei l’abolizione. Sostituiamola, una volta per tutte, con l’espressione “scuola di tutti” e combattiamo perché questa espressione, più giusta, si realizzi.
Il gruppo collegiale dei docenti – tutti e non solo uno – si informi e si formi per comunicare con tutti i suoi alunni e non solo con quelli che fanno loro comodo, quelli che vengono considerati “normali”. I programmi si adeguino, e non ci si nasconda dietro a percorsi differenziati, perché ogni percorso scolare deve esserlo. E i genitori di tutti si riuniscano, parlino, organizzino riunioni e creino obiettivi comuni, perché la scuola non è “o inclusiva o non inclusiva”, la scuola, come il mondo, deve essere di tutti.

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