L’inclusione, la scuola di tutti e le parole del “Gattopardo”

«Non sono bastati quarant’anni – scrive Luciano Paschetta – dalla Legge che eliminò le scuole speciali, per far diventare la scuola quell’istituzione che non solo iscrive tutti quelli che glielo chiedono, ma che sappia veramente essere “di tutti”, diventando capace di offrire agli alunni con disabilità pari opportunità di apprendimento, relazione e socializzazione. E oggi, di fronte al grande fermento che ruota attorno ai Decreti di Delega della Legge sulla “Buona Scuola”, mi sembra ci si ispiri al famoso detto del “Gattopardo”: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”».

Burt Lancaster in una scena del film "Il Gattopardo"

L’attore Burt Lancaster in una scena del celebre film di Luchino Visconti “Il Gattopardo”, tratto dall’altrettanto celebre omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. «Nei Decreti di Delega della Legge 107/15 (“La Buona Scuola)”, attualmente in discussione, mi sembra – scrive Luciano Paschetta – che ancora una volta, anziché porre l’attenzione allo sviluppo di un “contesto” quale vero garante di una scuola per tutti e per ciascuno, ci si ispiri al famoso detto del “Gattopardo”: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”»

Ho letto con interesse l’articolo di Rosa Mauro, pubblicato da «Superando.it» con il titolo Inclusione? No, scuola di tutti!, anche perché il mio unico libro scritto sull’argomento nel 1975, sulla scorta della mia esperienza di consulenza ai primi “inserimenti” di alunni con disabilità visiva nelle scuole torinesi, assieme alla compianta amica professoressa Giuliana Oberto – un’insegnante di lettere di scuola media che aveva avuto in classe in via sperimentale un cieco totale (ovviamente senza insegnante di sostegno) – l’avevamo proprio intitolato Handicap e scuola, il bambino cieco nella scuola di tutti. A quel nostro libro si affiancò in seguito quello dell’amico professor Oscar Schindler, un audiologo che aveva seguito i primi inserimenti di sordi nelle scuole della città (Handicap e scuola, il bambino sordo nella scuola di tutti).
Ciò significa che noi, antesignani dell’inclusione, pensavamo a una scuola per tutti e a questa nostra idea si ispirò il Legislatore, quando, nel 1977, fu approvata la Legge 517, che salutammo con favore proprio perché anteponeva l’adeguamento del contesto al lavoro dell’insegnante per il sostegno, attraverso una nuova didattica inclusiva; di qui la previsione, di quella stessa Legge, di un rapporto docente per il sostegno/alunno con disabilità di solo 1 a 4. Pensavamo e scrivevamo che egli era come la «cartina di tornasole» che indicava che la didattica applicata andava adeguata per poter «integrare» (questo è un termine “d’epoca”) i più deboli; scrivevamo anche che «l’alunno con handicap» (questa la terminologia di allora) era «una risorsa per la classe», proprio perché la sua presenza avrebbe dovuto motivare i docenti al cambiamento verso una scuola per tutti.

Il resto è storia, una storia che – come ho avuto modo in questi ultimi tempi di denunciare e scrivere in diverse occasioni – ha preso un’altra strada, puntando tutto sul docente per il sostegno e lasciando pressoché immutato il contesto.
Una storia dove in questi quarant’anni l’Università, nei percorsi di laurea che portano all’insegnamento delle diverse discipline nella scuola secondaria, non solo ha ignorato e ignora quasi del tutto i problemi legati all’insegnamento agli alunni con disabilità, ma che non ha nemmeno sentito la necessità di inserire, tranne sporadiche eccezioni, crediti di Pedagogia e Didattica della Disciplina, quasi che l’insegnare sia una scienza infusa!
Una storia che, mentre si chiudevano le scuole speciali, ha visto nascere presso diverse Università le Cattedre di Pedagogia Speciale, come se vi fosse una pedagogia che si occupa solo dell’educazione dei bambini senza problemi e una pedagogia “altra” per chi perfetto non è.
Una storia che ha registrato la progressiva delega al docente per il sostegno dell’insegnamento agli alunni con disabilità e, conseguentemente, il reclamare sempre più ore di sostegno, fino alla presenza di quel medesimo docente per l’intero ciclo di scuola del ragazzo, come garanzia della continuità didattica.
Una storia che ha registrato la richiesta alle scuole del PAI (Piano annuale per l’Inclusione), a fianco del PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) e del PA (Piano Annuale), documenti, questi, già richiesti in precedenza, quasi che vi sia una scuola per gli alunni “inclusi” e una per gli altri.
Una storia, infine, nel corso della quale sono cambiati i termini inserimento prima, integrazione poi e inclusione ora, con i quali si definisce l’apertura della scuola alla frequenza degli alunni con disabilità, ma dove non sono bastati più di quarant’anni per cambiare di pari passo la scuola stessa, facendola diventare quell’istituzione che non solo iscrive tutti quelli che glielo chiedono, ma che sappia veramente essere “di tutti” sul piano reale della didattica e non solo su quello formale della norma e che mettendo al centro del dialogo educativo l’alunno, diventi capace di offrire agli alunni con disabilità pari opportunità di apprendimento (non sempre è possibile dare pari apprendimenti) e pari opportunità di relazione e socializzazione.

Ed è “sotto il peso” di questa storia che in attualmente assistiamo a un gran fermento attorno ai Decreti di Delega della Legge 107/15 (La Buona Scuola), dove, ancora una volta, anziché porre l’attenzione allo sviluppo di un “contesto” quale vero garante di una scuola per tutti e per ciascuno, lasciatemelo dire, mi sembra ci si ispiri piuttosto al famoso detto del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Cosicché noi continuiamo a proclamare la “scuola di tutti”, ma a parlare di “inclusione”.

Referente nazionale per la Scuola della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità).

Stampa questo articolo