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Ottimi filosofi, che però non amano sporcarsi le mani

Aula scolastica vuotaLa Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, divenuta Legge italiana il 3 marzo 2009 [Legge 18/09, N.d.R.], all’articolo 24 recita tra l’altro: «Allo scopo di aiutare ad assicurare la realizzazione di tale diritto [il diritto delle persone con disabilità all’istruzione, N.d.A.], gli Stati Parti adotteranno misure appropriate per impiegare insegnanti, ivi compresi insegnanti con disabilità, che siano qualificati nel linguaggio dei segni e/o nel Braille e per formare professionisti e personale che lavorino a tutti i livelli dell’istruzione. Tale formazione dovrà includere la consapevolezza della disabilità e l’utilizzo di appropriati modalità, mezzi, forme e sistemi di comunicazione migliorativi e alternativi, tecniche e materiali didattici adatti alle persone con disabilità».
Basterebbe solo questo per far capire al mondo della politica e dei sindacati che l’inclusione scolastica non potrà mai essere attuata solo scrivendo innumerevoli leggi ed assumendo “eserciti” di insegnanti di sostegno, magari senza opportuna formazione. La questione dell’inclusione, infatti, è nel modo e non nella quantità.
Capisco che questo concetto faccia andare in fibrillazione il cuore di tantissimi lavoratori, ma c’è bisogno che qualcuno cominci a dire come stanno realmente le cose: l’inclusione scolastica non può essere usata come grimaldello per eludere le restrizioni europee alle assunzioni nella scuola. La questione dell’occupazione nel comparto scuola è un tema che va affrontato in modo trasparente, nei tempi e nei luoghi idonei, che non sono quelli in cui si tratta il tema dei diritti umani fondamentali dei minori con disabilità.

L’Ufficio di Statistica del Ministero dell’Istruzione,Università e Ricerca, in merito ai numeri della disabilità nella scuola italiana, ci comunica dati allarmanti ormai dal lontano 2004, con previsioni catastrofiche per il prossimo futuro, e l’unica risposta che i Governi italiani hanno saputo dare in questi anni è stato l’aumento del numero degli insegnanti di sostegno, molto, anzi troppo spesso, persone che per ripiego hanno scelto questa strada.
Non azioni di sistema, non corsi universitari ad hoc, non una “visione” organica, niente di tutto questo; “posti di parcheggio” per docenti e alunni, tutto qui. E senza “visione” sono anche le rivendicazioni di talune sedicenti Associazioni di tutela degli alunni, improntate ad assicurare il solo rapporto 1:1 insegnante di sostegno/alunno, ignorando completamente le modalità con le quali possa avvenire l’inclusione.
Insomma, un quadro sconfortante di assoluto vuoto strategico, sia da parte delle Istituzioni che della maggior parte del mondo associazionistico, quello più visibile e facinoroso.

Allora, vi chiederete a questo punto, che bisogna fare? Innanzitutto bisogna rispettare le bellissime Leggi che abbiamo e le prime a non rispettarle sono proprio le Istituzioni, ovvero le ASL, le Scuole, gli Ambiti Sociali e i Comuni.
Non rispettano ad esempio la già citata Legge 18/09, ma nemmeno la Legge 104/92, la 328/00 e la 162/98, norme di grande respiro sociale e umano assolutamente disattese, perché probabilmente non comprese. E misconosciuta ai più è anche la recente storica Sentenza 275/16 della Corte Costituzionale, che sancisce: «È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione». Come a dire che Governo, Regioni, Città Metropolitane, Comuni, prima di occuparsi di qualsiasi altra cosa, debbono garantire i minimi diritti umani ai cittadini, nonostante le diverse restrizioni di bilancio.
Ma chi lo fa? Chiedetelo alle persone e alle famiglie con disabilità. La risposta sarà sempre la stessa: lo fanno solo le Istituzioni denunciate all’autorità giudiziaria dai singoli cittadini. Questo, però, non è uno Stato di diritto, o almeno non lo è più, è uno Stato che cerca di fregare i propri cittadini con sotterfugi e meccanismi furbeschi, degni di “pacco, paccotto e contropaccotto”.

Cosa effettivamente si potrebbe ottenere con il rispetto generalizzato delle norme sopra elencate? Semplice, una rete interdipendente di attori – come ricorda Fabio Corbisiero del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli – che condividono una sola finalità, quella cioè di assicurare un progetto di vita indipendente ad ogni persona con disabilità, riconoscendole il principio di autodeterminazione e di cittadinanza attiva. Significherebbe poter dare dignità di essere umano a tutto tondo a tutte le persone con disabilità, a prescindere dal tipo di limitazioni funzionali.
Cosa potrebbe dunque fare la Scuola? Ad esempio, potrebbe cominciare a riprogettare la didattica, utilizzando l’UDL (Universal Design for Learning – “progettazione universale dell’apprendimento”) e rilevando i bisogni attraverso l’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, adottando inoltre – nello specifico dei numerosi casi di autismo – l’ABLLS-R, formidabile strumento di misura delle abilità comunicative e di apprendimento. Ma potrebbe fare tanto altro ancora…
Potrebbe insomma, in piena autonomia, aggiornarsi anche grazie ai fondi derivanti dalla Legge 440/97 (ora Decreto Ministeriale 435/15), oltreché con il PON (Programma Operativo Nazionale), finanziato dai Fondi Strutturali Europei.
Mai come in questi anni, infatti, il mondo della scuola è stato inondato di soldi, ma l’unica cosa che sa fare bene è lamentarsi! In realtà si paga lo scotto di una cronica incapacità del sistema scuola di leggere i bisogni e di programmare a medio/lungo termine. Non esiste la policy del sistema scuola, si programmano interventi emergenziali oramai secolarizzati. Basti pensare alla questione supplenti.

Le responsabilità di questi gravi ritardi, però, non sono solo delle scuole autonome (sì, le scuole sono Enti Autonomi dal 1999 con la promulgazione del Decreto del Presidente della Repubblica 275/99), ma anche e soprattutto del Ministero che, come un “genitore trattenente”, non ha mai realmente incoraggiato la crescita di consapevolezza – in una parola l’empowerment – delle Istituzioni scolastiche. E il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il 25 agosto dello scorso anno a Ginevra è stato concluso l’esame del report italiano sull’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e l’Italia ne è uscita in modo disastroso. A proposito dell’inclusione scolastica, gli esperti dell’ONU hanno scritto: «Tuttavia è necessario ancora fare un cambio di paradigma, in modo che le persone con disabilità siano considerate come persone uguali nella società e non un peso o qualcuno che drena risorse del welfare state».

In una nazione che si vanta di aver ricevuto nel 2016 un prestigioso riconoscimento per la propria innovativa legislazione sull’inclusione scolastica da Zero Project, l’importante iniziativa internazionale che punta a realizzare un mondo “con zero barriere” [se ne legga anche nel nostro giornale, N.d.R.], ci si aspetterebbe ben di più! Ma le belle Leggi non sempre si trasformano in buone prassi, anzi quasi mai in Italia. Come dire: siamo degli ottimi filosofi ma non amiamo sporcarci le mani!

Genitore di una persona con autismo, componente della Giunta della FISH Campania (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).