Riflessioni (e digressioni) sul fine vita e sul rapporto persona-ambiente

«Ma lo Stato cura? – si chiede Antonio Giuseppe Malafarina -: non sempre. Ci sono situazioni in cui esso non riesce ad intervenire e non per carenza scientifica, ma economica o professionale. Se esistono farmaci e cure per migliorare le condizioni di una persona, devono essere concessi. Non sempre lo sono. Prima dunque di legiferare sul fine vita, uno Stato civile deve legiferare e operare per garantire massimamente la salute a tutti. Se non lo fa, prima legiferi pure sul diritto alla morte, ma sia cosciente della sua incompiutezza»

Vincent Van Gogh, "Albero battuto dal vento", 1883

Vincent Van Gogh, “Albero battuto dal vento”, 1883 (opera rubata nel 1997 da collezione privata)

Morire non è un diritto, altrimenti dovremmo poter esigere di non esercitarlo. Morire, semmai, è un dovere. Un dovere anomalo, perché il dovere, per sua natura, è sgradevole, duro. Quello di morire, però, certe volte no. Quando sei immerso in un’esistenza dai contorni crudeli, la morte può essere una liberazione. Ma la soppressione di una persona che vive in questo stato non dovrebbe farci pensare che forse sarebbe meglio agire sulle cause invece che sul sintomo? No all’eutanasia. Ma se non fosse eutanasia, bensì “condizione favorevole”?

Mettiamo un punto fermo: il dibattito si apre quando le persone non possono togliersi la vita da sé, altrimenti lo fanno e basta. Stiamo parlando, quindi, di persone che hanno un particolare funzionamento del proprio corpo, cioè che hanno un deficit. Siamo di fronte, pertanto, a persone con disabilità. E se la disabilità consiste in un insieme di fattori ambientali, nel nostro ragionamento dobbiamo considerare certamente lo stato di salute della persona, ma anche i fattori ambientali che la circondano.
Perché una persona arriva a scegliere di togliersi la vita? Perché non ce la fa più. E non ce la fa – stante la condizione di disabilità di cui abbiamo detto – o perché esiste una tale difficoltà di salute da renderle l’esistenza atroce oppure perché esiste un ambiente fortemente sfavorevole. E c’è una terza via: che si verifichino entrambi i fattori: salute insoddisfacente e ambiente ostile.
Ora, prima che si porti questa persona a desiderare di cessare la propria esistenza, non sarebbe bene lavorare sulle cause?

Prima di continuare con questo ragionamento, voglio fare una digressione. E sul sentiero che mi fa uscire dal discorso, incontro la parola motivazione.
Ecco, io credo che per quanto dura sia la vicenda umana di una persona, se questa è circondata da un fattore intenso che può dare senso alla sua esperienza, allora questa diventa vivibile. Sui piatti della bilancia che pesano dolore e motivazione, la seconda vince sul primo. Per certuni, per molti, questa motivazione si chiama amore. Oppure affetto, per i figli, il compagno, il proprio cane… Per altri è ideale, speranza, spirito di sopravvivenza. È un qualcosa che, comunque sia, ti spinge a non mollare.

Detto questo, banale ma necessario, torno a parlare di salute e ambiente. Per ciò che riguarda la salute, lo Stato ha il dovere di intervenire per cercare di guarire tutti, ma dato che questa è un’utopia, deve intervenire per curare.
Ma lo Stato cura? Non sempre. Ci sono situazioni in cui esso non riesce ad intervenire e non per carenza scientifica, ma economica o professionale. Se esistono farmaci e cure per migliorare le condizioni di una persona, devono essere concessi. Non sempre lo sono. Prima di legiferare sul fine vita, uno Stato civile deve legiferare e operare per garantire massimamente la salute a tutti. Se non lo fa, prima legiferi pure sul diritto alla morte, ma sia cosciente della sua incompiutezza.
Sui fattori ambientali il discorso è analogo. In buona sostanza, allora, la persona deve essere messa in condizione di esercitare la propria massima autonomia. E se in questa autonomia fosse contemplata quella di poter scegliere del porre fine alla propria esistenza?
Secondo me non è corretto parlare di eutanasia. Consentire a una persona esclusivamente di togliersi di mezzo è un pensiero triste. Naturalmente segna la sconfitta una società. Indica che non è stato compreso lo stato di bisogno di un suo componente e se è stato compreso, non è stato fatto quanto doveva essere fatto per evitarne la drammatica scelta.
Tuttavia, nella moderna chiave interpretativa della disabilità è necessario consentire alla persona di usare facilitatori per migliorare la sua condizione di disabilità. E se un facilitatore coincidesse con la possibilità di mettere la persona in condizione di agire per togliersi la vita? Non fermiamoci a quello che può sembrare un semplice gioco di parole, ma entriamo all’interno dei concetti.
Non stiamo parlando di pensare che una persona debba morire, bensì che le debba essere concesso di abbattere una barriera, la barriera che le impedisce di compiere quello che altrimenti compirebbe. E che non è reato. Non è nell’ottica, nell’indole, delle attuali disposizioni in aiuto alle persone con disabilità quello di eliminare le barriere?

Riassumo: non sto cercando di dare una risposta alla questione della scelta di morire. Ho detto in apertura che morire non è un diritto. Sto però offrendo un contributo al dibattito sul rapporto persona-ambiente. E questo mio contributo consiste nel rifiutare la morte in quanto tale, ma nel concepire la possibilità che a un individuo sia concesso di esercitare un’azione.
Lo chiamano “suicidio assistito”. Si può essere d’accordo o meno. Io conto sulla riduzione del deficit della persona e sull’abbattimento delle barriere ambientali. Prima di legiferare, dunque, un bell’esame di coscienza, caro Stato! Forse la lezione di chi cerca l’eutanasia è in una buona legge. Ma non per togliersi la vita, bensì per averne una come Dio comanda.

Riflessioni già apparse in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Morire non è un diritto, ci vuole una legge come Dio comanda”. Vengono qui riprese, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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