Riflessioni sull’inclusione delle persone sorde

Riceviamo le seguenti riflessioni – dedicate all’inclusione delle persone sorde nel nostro Paese – da parte di un gruppo di organizzazioni che intendono in tal modo replicare a quanto scritto dal Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi, in una lettera inviata ai Senatori di Palazzo Madama e riferita a un Disegno di Legge sulla disabilità uditiva di cui avevamo dato notizia nel nostro giornale. Ben volentieri pubblichiamo, lasciando naturalmente aperte le nostre pagine ad ogni altra motivata e costruttiva opinione su tali questioni

Onde sonore e orecchio di un giovaneLa testata «Superando.it» ha pubblicato recentemente un articolo dal titolo beneaugurante, Per garantire l’inclusione delle persone sorde nella società di tutti; tuttavia, leggendo il corpo dell’articolo stesso, si nota che ancora oggi, nel secondo millennio, ci sia una sorta di confusione, voluta o meno, rispetto alla parola “inclusione”.
Per inclusione sociale, si intende quel tipo di società capace di rendere accessibili strumenti e mezzi idonei a supportare la persona umana a trecentosessanta gradi. Ogni persona è portatrice di un proprio patrimonio personale, genetico e di vissuto, e pertanto diversa da altre persone. Questa diversità genera diverse culture, crea diverse lingue, diversi costumi sociali. Le persone che viaggiano, per lavoro o per divertimento, riscontrano nel loro quotidiano questa ricchezza umana e si adattano all’ambiente, al loro voler comunicare con altra gente. Sapere due o più lingue diverse consente di arricchire le proprie esperienze personali.

L’inclusione della persona sorda, nella società italiana, ci appare forzata, “non naturale”, perché ci costringe a scendere a patti con le risorse disponibili. Premettiamo che non vogliamo escludere la lingua italiana, risorsa molto preziosa per un cittadino italiano, ma bensì evitare una “caccia alle streghe” che demonizzi la Lingua dei Segni Italiana.
Nella lettera inviata ai Senatori dal Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi, richiamata in quell’articolo, si evidenzia come non sia accettabile che «uno strumento quale il linguaggio mimico gestuale venga innalzato a rango di lingua (LIS), perché una “lingua” riconosciuta sulle basi di una disabilità implica dei concetti difficilmente giustificabili».
Vi si sostiene, poi, che parlare di «libera scelta per le stesse persone con disabilità uditiva […] è fuorviante perché nei fatti non praticabile. Non può esservi libertà di scelta della persona sorda se per legge le viene imposta, come lingua scontata e artefatta ma non naturale e propria della totalità dei sordi, un linguaggio sostitutivo dalla lingua appresa dai propri genitori».
Quest’ultima affermazione appare anche in contraddizione con quanto espresso in precedenza nella stessa lettera e, in particolare, con il passo in cui il Comitato sostiene di non avere «alcun pregiudizio verso le persone adulte che scelgono di esprimersi anche con il linguaggio dei segni. Ma, anche da adulti, per poter essere in grado di scegliere, prima di tutto deve esserci stata la riabilitazione e abilitazione alla lingua verbale ovvero alla lingua italiana parlata e scritta».

Ci sembra che le contraddizioni e i fraintendimenti emersi siano riconducibili a una misconoscenza della letteratura e delle evidenza scientifiche in questo àmbito, di alcuni dati di fatto e interventi normativi adottati in altri Paesi, che qui proveremo a sintetizzare a grandi linee:
1) La LIS è una lingua a tutti gli effetti, al pari di qualsiasi altra, non quindi una «lingua scontata e artefatta». La configurazione delle lingue dei segni nell’alveo delle lingue naturali è sostenuta per la prima volta dal famoso linguista statunitense William Stokoe e da molti autorevoli ricercatori, in Italia (ISTC-Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR) e nel mondo (si veda: Benedetta Marziale e Virginia Volterra, a cura di, Lingua dei segni, società, diritti, Roma, Carocci, 2016).

2) Le lingue dei segni, al pari di ogni altra lingua verbale, possiedono regole grammaticali, sintattiche e morfologiche. A differenza delle lingue verbali, non si basano sui suoni, ma si servono dei movimenti delle mani, del corpo e dell’espressione visiva per esprimere dei concetti, anche i più complessi. Le lingue dei segni sono utilizzate in tutto il mondo non solo dalle persone sorde, ma anche da molti loro parenti udenti e da tutti coloro che si appassionano a tale forma comunicativa per motivi personali o professionali.

3) Nel mondo esistono diverse lingue dei segni, e tali lingue sono alla base della cultura delle comunità dei Sordi segnanti. Non esiste pertanto una lingua dei segni universale. La ASL (American Sign Language) è la lingua dei segni più “segnata” al mondo, al pari della lingua orale inglese.

4) Quasi tutti i Paesi del mondo hanno riconosciuto le proprie lingue nazionali. L’Italia e il Lussemburgo sono gli unici Paesi dell’Unione Europea a non avere ancora riconosciuto la Lingua dei Segni Italiana attraverso una legge nazionale e per questo sono stati pesantemente richiamati dal Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, organo preposto al monitoraggio dell’applicazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità nei vari Stati che l’hanno ratificata.

5) La LIST (e non LIT), Lingua Italiana dei Segni Tattile, è una modalità comunicativa tattile basata sulla LIS e usata dai sordociechi, in alternativa o assieme al Braille e al Metodo Malossi.

Come mai nei vari Paesi del mondo vengono riconosciute le lingue dei segni, mentre in Italia è ancora un “campo di battaglia”, dove le vittime sono le persone sorde e le loro famiglie?
La Legge non vuole “imporre” la LIS, ma favorire la sua divulgazione in ogni àmbito: sociale, sanitario, politico, lavorativo, culturale ecc., onde permettere la piena partecipazione della persona sorda. Una società che non offre supporto pieno alla persona sorda, non è una società inclusiva, ma piuttosto una società “di comodo”, dove gli strumenti sociali e di comunicazione sono adattati ad uso e consumo degli udenti, a discapito dei sordi.
Molte persone sorde bilingui utilizzano indifferentemente, a seconda delle situazioni, la lingua italiana orale e quella segnica. Molte utilizzano le protesi acustiche, ma comunque la comunicazione con gli udenti risulta spesso difficile e faticosa, specie in situazioni di emergenza, come chiamare la polizia o un’ambulanza, senza delegare ad altre persone.
Non è questa la società inclusiva, perché non offre a tutte le persone sorde strumenti idonei ad esprimere i propri bisogni e le proprie necessità.
Nei Paesi dove la Lingua dei Segni è stata riconosciuta sul piano giuridico, la persona sorda ha la libertà di scelta degli strumenti per la comunicazione. Trova pieno supporto a casa, a scuola, all’università, al lavoro e durante le attività ricreative, al pari di una persona udente. È questo che vogliamo.

Per tutti questi motivi, sosteniamo la Proposta di Legge presentata al Senato dalla Prima Commissione (Affari Costituzionali), la quale non solo riconosce la Lingua dei Segni Italiana, colmando in questo modo la grande distanza che ci separa dall’Europa e da molti Paesi extraeuropei, ma garantisce – attraverso una disciplina attenta e molto articolata – tutela e pieno supporto all’inclusione delle persone sorde e sordocieche in tutti gli àmbiti sociali, favorendone la piena accessibilità.

La presente “Opinione” è firmata da: AFISBi (Associazione Famiglie Italiane dei Sordi Bilingui), ANIOS (Associazione Interpreti di Lingua dei Segni Italiana), Arte&Mani, CODA Italia (Children of Deaf Adults), EDBU (European Deafblind Union), Il Sentiero Dorato, ISSR (Istituto Statale per i Sordi Roma), Movimento LIS Subito, Officina LIS, Gruppo SILIS (Studio e Informazione Lingua Italiana dei Segni) (per informazioni: responsabile@lissubito.com).

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