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Lavoro: sta a noi non abbassare la testa

Donna che lavora al computer, fotografata dall'altoSono passati quattro anni e se ci penso sembra ieri da quanto ho lottato. Il mio primo contratto di lavoro “serio”: quando lo firmai, ricordo che piansi per un giorno intero, a singhiozzi, come i bambini, e tuttora, se penso a quanto ho faticato per ottenerlo, mi sento piacevolmente incredula.
Dopo il conseguimento del mio Diploma Magistrale con 88/100, decisi di dedicarmi alla ricerca di un impiego, perché in me la voglia di autonomia è sempre stata grande. Portavo a mano i curricula o li spedivo per mail, la mancanza di riscontro iniziale mi sembrava strana, ma credevo ancora fosse abbastanza normale.
Dove vivo, non è una zona ricca di fabbriche o strutture accessibili, pertanto ho sempre puntato ad un lavoro impiegatizio presso il Comune o gli Enti Pubblici. La mancanza di risposte, fin da subito non mi ha scoraggiata né resa passiva, e fu così che iniziai a chiedere colloqui a politici e dirigenti. Questi ultimi, nel migliore dei casi, mi ascoltavano con bonario interesse, lodavano le mie doti e mi lasciavano con mille promesse di «le faremo sapere», che, inutile a dirlo, si tramutavano in un nulla di fatto.
Come scuse si adducevano le più disparate: dalla presenza di barriere architettoniche in edifici non idonei a soggetti in carrozzina (molte volte era vero, essendo i nostri uffici molto vecchi, ma non sempre era così), all’esubero di personale con disabilità, e via dicendo.

Il mio attuale lavoro, che consiste nell’occuparmi della scelta/revoca del medico e delle esenzioni ticket presso la mia ASL, per conto di una cooperativa sociale, non è certo piovuto dal cielo, ma è frutto di grande costanza e tenacia nel rivendicare il più fondamentale dei diritti: quello alla dignità.
Le persone con disabilità in questo campo sembrano erroneamente avvantaggiate da sgravi fiscali per i datori di lavoro, collocamento mirato e categorie protette, ma è solo fuffa. La realtà è che una disabilità, più è invalidante e “visibile”, più viene considerata poco decorosa e produttiva. Nel migliore dei casi, infatti, si viene relegati in stanzine non a contatto con il pubblico, nei peggiori non si lavora affatto. Nei lavori a contatto con l’utenza, una persona con disabilità fisica – magari in carrozzina come me – per quanto curata, competente e sorridente, viene considerata “inidonea”, perché stride con l’immagine canonica a cui siamo abituati.
Sta a noi, cittadini con disabilità, far brillare le nostre doti e non abbassare la testa, anche se ci viene detto che non valiamo abbastanza.

La presente riflessione è già apparsa nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), con il titolo “Diritto alla dignità: il mio percorso nel mondo del lavoro” e viene qui ripresa, con alcuni minimi riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.