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Bene le scuse di Travaglio, ma il problema del linguaggio è assai più ampio

Giovane con sindrome di Down con dito puntato«Gentile dottor Travaglio, vorrei entrare nel merito delle sue considerazioni per farle capire meglio la nostra indignazione»: inizia così una lettera inviata da Paolo Virgilio Grillo, presidente nazionale dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), subito dopo avere ricevuto in un carteggio privato le scuse del giornalista Marco Travaglio, per l’uso del termine “mongoloide”, durante la trasmissione Otto e mezzo del 20 settembre, sull’emittente La7, come aveva denunciato già ieri, su queste stesse pagine, Francesco Giovannelli.
«Il problema – ha scritto dunque Grillo, rispondendo a Travaglio – è a mio avviso nell’uso stesso della parola “mongoloide”, cosi come di “handicappato” o “ritardato mentale”, a prescindere dal loro contesto. Sono parole che venivano ampiamente utilizzate fino agli Anni Ottanta, ma da allora lunga strada è stata percorsa perché potessero essere utilizzati termini nuovi, più autenticamente legati alla condizione e rispettosi della dignità delle persone che così venivano definite. Il loro uso, infatti, e lei lo dimostra oggi, è nel tempo diventato un insulto, sinonimo di totale e assoluta incapacità di comprendere. Ma oggi le persone con sindrome di Down hanno dimostrato di avere capacità e di poter ricoprire un ruolo nella nostra società, sempre che se ne dia loro l’opportunità. Questo è il motivo per cui – pur sembrando una questione di lana caprina – ieri il telefono della nostra Associazione ha suonato tutto il pomeriggio, con Soci indignati dall’uso pubblico di “mongoloide”, un termine indissolubilmente legato ai tratti somatici dei nostri figli e che non vorremmo sentire né in strada né ancor più sui media».
«Lei – prosegue la lettera di Grillo – è un giornalista, direttore di una testata, opinionista di alto livello: in bocca a lei “mongoloide” pesa come il piombo. Spesso atti di bullismo sui nostri figli iniziano con insulti del genere, capisce bene, quindi, che la forma diventa, in alcuni casi, sostanza. Credo altresì che sia un problema deontologico: chiamare “mongoloide” qualcuno vuol dire ledere l’immagine e la dignità delle persone con sindrome di Down e delle loro famiglie, cosa che – ne sono certo – non aveva alcun desiderio né intenzione di fare».
«Sperando di avere spiegato il nostro punto di vista nel modo più chiaro possibile – ha concluso il President dell’AIPD – le rinnovo il ringraziamento per le sue scuse e la invito a venirci a trovare, per conoscere altre persone, oltre ai suoi amici, con sindrome di Down e scoprire così che l’assioma “down-imbecille” non è così reale come la gente crede. Ci auguriamo che in futuro lei ci aiuti a portare una cultura nuova nelle case degli italiani, dove rispetto e tolleranza abbiano spazio più degli insulti».

Sulla vicenda erano duramente intervenuti, nella giornata di ieri, anche il CoorDown (Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down) e l’ANFFAS (Associazione Nazionale Famigli di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale).
«Abbiamo più volte espresso – si leggeva in una nota del Coordinamento – il nostro sdegno e la nostra rabbia nei confronti dell’uso della parola”mongoloide” come insulto e sottolineato quanto sia importante partire dalle parole per costruire una vera cultura inclusiva. È per questo che non possiamo non condannare il linguaggio usato da Marco Travaglio nella trasmissione Otto e mezzo, condotta da Lilli Gruber su La7. Travaglio aveva detto infatti: “Andate pure avanti a trattarli come mongoloidi…”, aggiungendo poi, nel tentativo davvero poco riuscito di spiegare meglio, “dei dementi, dei fuori di testa, che non hanno il coraggio di ragionare”».
«Riteniamo dunque molto grave – proseguiva la nota – il fatto che questa espressione sia stata utilizzata da un giornalista e trasmessa in televisione, persone e luoghi che dovrebbero al contrario essere preposti a fare informazione con un linguaggio corretto e appropriato, persone e luoghi che dovrebbero fare cultura».
«Sono state fatte tante campagne in giro per il mondo – concludevano dal CoorDown – e anche nel nostro Paese si è lavorato molto perché si smetta di usare termini che si riferiscono a persone con disabilità come “mongoloide”, ma anche “cerebroleso”, “ritardato” o “handicappato”, termini che possono essere neutri se usati in un contesto adeguato, ma che possono diventare violenti, offensivi e denigratori se usati come offesa. Nel momento in cui un giornalista e una testata televisiva permette questo, lo recepiamo come un passo indietro a livello culturale e un’offesa alla dignità delle persone con sindrome di Down, persone che tutti i giorni lottano per dimostrare di poter condurre una vita ordinaria e di potersi autorappresentare in tutti gli àmbiti della società».
A tal proposito, il Coordinamento aveva chiesto un intervento sia dell’emittente televisiva interessata che dell’Ordine dei Giornalisti.

Da ultimo, ma non certo ultimo, Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS, aveva dichiarato di «essere certo che Marco Travaglio non avesse voluto consapevolmente offendere le persone con sindrome di Down, ma che si fosse tuttavia conformato – come purtroppo capita ancora a molti -, ad un linguaggio che nell’accezione comune tende a considerare le persone con disabilità in termini negativi e stigmatizzanti. E tuttavia, a prescindere dalle sue intenzioni e dal contesto, stupisce che quanto accaduto abbia come protagonista proprio chi lavora con le parole e che a maggior ragione dovrebbe sapere quanto possano incidere negativamente determinati termini che riportano a quanto di più odioso ci possa essere per definire una persona con la sindrome di Down».
«Stupisce anche – aveva aggiunto Speziale – che la conduttrice della trasmissione non abbia rilevato in diretta l’utilizzo improprio della frase e anche il fatto che l’emittente abbia proposto sul suo sito web il video del confronto con una didascalia che riporta il termine utilizzato da Travaglio inserendolo semplicemente, come se nulla fosse, tra due virgolette».
«Non siamo più disposti – aveva concluso il Presidente dell’ANFFAS – a tollerare un linguaggio che ferisce e offende le oltre 40.000 persone con sindrome di Down e loro familiari che vivono in Italia: queste persone si aspettano almeno le scuse di Marco Travaglio e dell’emittente La7, nonché della conduttrice di Otto e mezzo Lilli Gruber».

Ebbene, le scuse, a quanto pare, sono arrivate, perlomeno da Marco Travaglio. E tuttavia, come ben sottolineato anche dai vari esponenti delle Associazioni, il problema di un corretto utilizzo del linguaggio sulla disabilità sembra assai più ampio e generalizzato, al di là di tristi episodi singoli, come quello denunciato in questa occasione. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti:
° ufficiostampaaipd@gmail.com (Marta Rovagna)
° ufficiostampa@coordown.it (Oreste Torre)
° comunicazione@anffas.net (Roberta Speziale)