Soltanto insieme si può costruire un percorso inclusivo per tutti

È stato forse questo il principale filo conduttore emerso dalla presentazione di Roma del libro “Storie di scuola. L’inclusione raccontata dagli insegnanti: esperienze e testimonianze”, opera a più mani, voluta dal Centro Territoriale di Supporto ai Bisogni Educativi Speciali dell’Istituto De Amicis di Roma, e già definita al momento della sua uscita come «il primo esempio in letteratura di autobiografie professionali nel settore dell’inclusione»

Bimbo con disabilità insieme a un'insegnante di sostegnoNello storico e splendido palazzo sede della Fondazione Besso di Roma, a Largo di Torre Argentina, che ha ospitato per decenni corsi di formazione per docenti di sostegno e curricolari, il 12 ottobre scorso è stato presentato al pubblico il libro Storie di scuola. L’inclusione raccontata dagli insegnanti: esperienze e testimonianze (Erickson) [se ne legga già ampiamente nel nostro giornale, N.d.R.], testo che raccoglie una serie di autobiografie professionali di docenti di sostegno e curricolari, che nel corso della loro carriera si sono confrontati con la disabilità, narrando le loro motivazioni e le loro esperienze.
Ventuno gli autori, di provenienza diversa, che hanno lavorato in altrettante città e in Regioni differenti, trovandosi a dover rispondere ad esigenze speciali. Nel testo è rappresentata la realtà quotidiana della scuola, le difficoltà, gli inciampi, l’arte di “sopravvivere” e di trovare le soluzioni, la creatività e a volte l’inventiva e il coraggio.

A introdurre la discussione è stato Nicola Striano, referente del CTS (Centro Territoriale di Supporto) dell’Istituto De Amicis di Roma, uno degli autori e curatori del libro, insieme a Fernanda Fazio e Giancarlo Onger. Proprio Striano, del resto, ne aveva proposto la realizzazione, dopo un incontro con Duccio Demetrio, fondatore della LUA (Libera Università dell’Autobiografia). Da lì il “ritiro” ad Anghiari (Arezzo) del primo gruppo di Autori, le difficoltà e le defezioni, il laboratorio di scrittura autobiografica condotto da Sara Moretti (LUA), il rilancio con la proposta di scrivere agli operatori dei CTS, la realizzazione molto più ricca e complessa, che si è estesa dall’àmbito romano a quello nazionale.
A moderare l’incontro è stata Ersilia Bosco, psicologa clinica e presidente dell’Associazione Immagini e Suoni per Vivere, che sin dalle prime fasi ha seguito l’impresa. «Il libro – ha dichiarato Bosco – è fatto di storie personali che ci fanno apprezzare la valenza salutogenetica della narrazione: narrare la propria storia, infatti, significa non solo riflettere su ciò che è accaduto, dare un senso, mettere ordine a ciò che altrimenti appare come un insieme casuale o disordinato di eventi, ma anche appassionarci alle narrazioni dell’altro. Inoltre, le storie di questo libro trattano la materia incandescente delle disabilità e sono gli insegnanti a narrarle. Finalmente protagonisti, liberi – nonostante il limite imposto dallo spazio – di esprimersi nel proprio stile personale. Ogni storia delinea il profilo di un’“insegnante narratore”, ogni storia è un apprezzabile sassolino bianco: il loro insieme raffigura un sentiero comune, pur se percorso con stili e passi diversi. Soltanto insieme si può costruire un percorso inclusivo per tutti: questo è uno degli insegnamenti che quei docenti ci offrono».

La prefazione di Storie di scuola è stata curata da Fabio Bocci del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, che durante l’incontro di Roma ha dichiarato: «Questo volume ha diversi pregi e motivi per il quale deve avere una divulgazione capillare, nel mondo della scuola e non solo. In primo luogo perché è frutto di una riflessione autobiografica, e noi sappiamo quanto il pensiero riflessivo – si pensi al filosofo Donald A. Schön – sia fondamentale per sostanziare le pratiche degli insegnanti, per dare visibilità al lavoro quotidiano di chi, per dirla con Foucault, vive in trincea le situazioni e per dare corpo a forme di autoformazione lungo tutto il corso della vita professionale. In secondo luogo perché presenta differenti esperienze, trame esistenziali che proprio per la loro frammentarietà (sono storie di vita narrate) consentono di rintracciare le storie nella grande Storia della scuola, portando alla molteplicità (Andrea Canevaro). Naturalmente sono storie che, pur differenziandosi, si intrecciano per il loro essere accomunate, soprattutto, dall’ideale comune perseguito dagli insegnanti narratori: contribuire a costruire una scuola e una società inclusive. Proprio questo aspetto ci conduce, in terzo luogo, a fare tesoro di queste narrazioni, per cercare di delineare un profilo dell’insegnante inclusivo, che dovrebbe – a livello macro – scaturire dall’intrecciarsi sinergico di tre dimensioni: quella del sentire (facendosi promotore e mediatore delle culture inclusive); quella del socializzare (facendosi portatore di un atteggiamento epistemologico aperto allo sviluppo dei processi inclusivi nei diversi contesti d’azione); quella del fare/agire (facendosi testimone delle pratiche inclusive che è possibile concretamente sviluppare e applicare a scuola e nel territorio). Una lettura necessaria, dunque, soprattutto in questi tempi di crisi».

Copertina del libro "Storie di scuola"

La copertina del libro “Storie di scuola”

Sabina Manes, psicologa e psicopedagogista, una delle Autrici del libro, ha ricordato che la sua autobiografia inizia dalle proprie personali difficoltà scolastiche di alunna rimandata e bocciata, nonostante una madre insegnante. In seguito, la sua passione per i bambini e una laurea in Pedagogia Speciale l’hanno condotta a partecipare attivamente alla lotta per l’inserimento delle persone con disabilità e allo studio della psicologia della disabilità. Partecipando al gruppo degli Autori del libro e leggendo le loro vite, ha osservato come non sia stata casuale la scelta di dedicare le proprie energie alla disabilità. Le varie storie, infatti, evidenziano come le scelte di vita lavorativa siano strettamente correlate a un personale disagio o ad un incontro anche fortuito con la disabilità.
Manes ha auspicato infine che da parte degli insegnanti di oggi vi sia una ripresa della passione e dell’entusiasmo degli Anni Settanta e ha concluso sottolineando che, comunque, sia lei che i docenti dell’epoca, si sono sentiti sostenuti nelle loro lotte da un clima diverso, un movimento che da più parti chiedeva la chiusura delle scuole speciali e delle classi differenziali.

Dell’intervento di Salvatore Nocera, presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), della quale è stato vicepresidente nazionale, un intervento condotto con la sua consueta passione, competenza e lungimiranza, ha scritto egli stesso ampiamente su queste stesse pagine.
Dal canto suo, Fernanda Fazio, altra autrice e curatrice del libro, ha chiuso le presentazioni, affermando che «anche le cose, le Istituzioni, hanno una loro biografia e questo libro, a conti fatti, più che l’autobiografia di Nicola, di Silvia, di Fernanda o di Giuseppe è una vera e propria “autobiografia della scuola italiana”». «È la storia – ha detto – di come uomini quali Don Milani, Maria Montessori, Mario Lodi abbiano seminato le loro idee su terreni non certo facili di una società fragile, imbevuta di regole scritte e non scritte, dove la disuguaglianza sociale era profonda e, a differenza di oggi, riconosciuta come valore sociale fondante, visibile, accettato e difeso dagli stessi protagonisti. Quegli uomini, con le loro idee e con il loro operato, sono riusciti a far nascere una nuova consapevolezza: tutti hanno diritto alla scuola e la scuola non può essere “di Serie A” o “di Serie B”, confessionale o elitaria; può essere solo uno strumento con cui si acquista la consapevolezza di appartenenza a una società in movimento, in continua trasformazione, con la consapevolezza di essere noi stessi, docenti e alunni, materia pulsante capace di trasformare il mondo, non omologandoci, ma agire attraverso pensieri nuovi e divergenti. È la storia de “la mejo gioventù”, come l’ha definita qualcuno Fabio Bocci, ma non è così: è un testo, forse inconsapevole, in cui si coglie proprio la nascita di un nuovo pensiero sociale, dove non si pone come valore la rivalità e la concorrenza, ma è la diversità stessa, il diritto di essere diverso, a diventare tassello unico di una ricchissima società poliedrica».
«È solo su queste basi – ha concluso Fazio – che la scuola poteva e potrà essere aperta ai ragazzi con disabilità, ai docenti “operai”, ai prèsidi di frontiera, alle attività laboratoriali, agli inventori di strumenti, ai nuovi linguaggi e alle nuove tecnologie. E questi sono gli stessi “fermenti” presenti nei giovani che oggi fanno o si accingono a far scuola».

Successivamente è intervenuta Lucia De Anna, delegato del Rettore alla Disabilità nell’Università di Roma Foro Italico, ove dirige il Dipartimento di Scienze Motorie, Umane e della Salute. «Questo è un libro molto utile e interessante – ha dichiarato -, basato sulla narrazione, ovvero su uno strumento pedagogico di carattere autobiografico (Duccio Demetrio ci ha insegnato molto con la creazione della Scuola di Anghiari), che utilizziamo sempre di più nella ricerca scientifica per leggere le “buone prassi”, non considerandole ricette o “buone azioni”, come dice Andrea Canevaro, ma per trarne spunti di riflessione, curiosità, criticità, positività, da trasferire in altre realtà, trasformandole e coniugandole con differenti proposte in relazione ai nuovi contesti. Attraverso le testimonianze e i racconti di questo libro, viviamo con essi anche la storia della nostra scuola, con le sue trasformazioni e gli impegni assunti, per non dimenticare».
«Dalla lettura di questi racconti – ha aggiunto – emerge la nostra consueta abitudine “all’arte di arrangiarsi”, ma dobbiamo fare attenzione a non banalizzare questa competenza che noi mettiamo in gioco, che rappresenta come l’insegnante apprende dall’esperienza sul campo, facendone tesoro, e che diventa stimolo e motivazione per esplorare nuove piste di ricerca e di studio da riapprofondire poi nella prassi quotidiana. Ce lo dimostrano le stesse storie descritte nel libro, che arricchiscono ciascuna il percorso professionale dei loro Autori, divenuti professionisti responsabili e competenti».

Alunni a scuola«Dovremmo valorizzare e sviluppare di più questa arte tipicamente italiana – ha concluso De Anna -, che deriva anche da una tradizione di saper risolvere i problemi, che tutti ci riconoscono, anche nella discussione sempre attuale sulle valutazioni dei risultati dei nostri studenti, da parte dell’indagine OCSE-PISA*, ma che non viene concepita purtroppo come un indicatore di qualità».

A sottolineare quanto questo libro lo abbia appassionato, è stato Francesco Pettinari, neodocente di Lettere che ha scelto di insegnare sul sostegno. Ne è rimasto colpito e lo ha regalato a più colleghi, aprendo con loro un intenso dibattito che ha stimolato riflessioni e spunti concreti sulle varie tematiche offerte dal testo. «Mi auguro – ha detto – che il volume possa essere diffuso in tutte le scuole con le stesse modalità messe in atto nell’Istituto De Amicis di Roma, perché è forte il bisogno di modelli e prassi efficaci e percorsi creativi ed innovativi».
Dichiarandosi del tutto d’accordo, Striano ha sottolineato che a suo parere il testo dovrebbe essere adottato in tutti i corsi di specializzazione e dai docenti di Pedagogia e Didattica Speciale e, perché no, seguendo il consiglio di Salvatore Nocera, in ogni corso di formazione accademica e non, «perché oltre che di tante teorie – ha detto – gli insegnanti hanno bisogno di esperienze e testimonianze concrete».

Nel suo intervento, Gianluca Rapisarda, direttore scientifico dell’IRIFOR (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione) dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), ha affermato che «questo libro dimostra una volta di più come insistere soltanto sulla centralità del docente per il sostegno non basti né giovi al processo di inclusione scolastica, poiché la “deriva” verso la delega al solo insegnante specializzato (tra l’altro troppo spesso desolatamente impreparato o inadeguatamente formato) dell’alunno con disabilità, rappresenta una delle principali “distorsioni” del nostro attuale sistema educativo». Secondo Rapisarda, invece, «il Ministero, abbandonando finalmente posizioni “conservative”, dovrebbe ritrovare i princìpi autentici e originari della “scuola per tutti e per ciascuno, dell’UDL (Universal Design of Learning), dell’individualizzazione e della personalizzazione degli insegnamenti-apprendimenti e del “sostegno diffuso” in tutto il contesto, sanciti dall’ICF [la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, fissata nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.], da tutta la nostra legislazione inclusiva e dall’articolo 24 (Educazione) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità».
«Non si riesce poi a comprendere – ha proseguito – come mai un “tesoro inestimabile” di professionalità, di qualità e di “rete” tra il mondo della scuola, le famiglie e le associazioni delle persone con disabilità, quale quello dei Centri Territoriali di Supporto,  possa essere stato letteralmente dimenticato dal Ministero dell’Istruzione e relegato ad “ectoplasmatiche” Scuole Polo dal recente Decreto Legislativo 66/17 sull’inclusione, attuativo della Legge sulla cosiddetta Buona Scuola». «A tal proposito – ha concluso – occorre che il Ministero cambi rotta e assuma una volta per tutte una visione strategica e non solo emergenziale sull’inclusione scolastica, rendendo organica al sistema di istruzione e formazione l’azione dei CTS, attraverso ulteriori investimenti in termini di risorse umane e strumentali e la creazione, al loro interno, di sportelli dedicati alle singole disabilità. Infatti, solo l’attenzione alle differenze individuali di tutti gli alunni da parte di tutto il contesto e non considerando più la didattica inclusiva esclusivamente appannaggio del docente per il sostegno e dello studente con disabilità, potrà garantire al nostro Paese quel cambio di paradigma raccomandato lo scorso anno dal Comitato delle Nazioni Unite, che ha esaminato lo stato di applicazione della Convenzione ONU da parte dell’Italia [a questo link le Osservazioni Conclusive di quel Comitato, N.d.R.]».

Alunno in carrozzina e professoressaUn vivace dibattito si è poi aperto proprio sui temi “caldi” che caratterizzano l’attuale periodo di nuove normative.
Qui Claudia Falconi, esperta assistente alla comunicazione dei ragazzi ipo- e non vedenti, ha fatto presente come questa figura sia ancora non tutelata.
Valentina Lelli, studentessa universitaria, ha raccontato la propria esperienza, fatta di difficoltà ma anche di incontri con buoni insegnanti e ottimi assistenti.
Marina Petrucci, assistente tiflologia, ha accompagnato dall’inserimento nella scuola fino all’università i tanti ragazzi che le sono stati affidati.
Grazia Orlando, madre di Dario, ragazzo arguto e appena diplomatosi con il PEI (Piano Educativo Individualizzato), ne ha raccontato il percorso scolastico, vissuto tra alterne fortune, e ora con la necessità di affrontare il “dopo”.

Sul finale dell’incontro, è emersa l’importanza di lavorare in gruppo e Nicola Striano ha concluso affermando che con le Deleghe sulla Buona Scuola, «si è persa l’occasione, rivoluzionaria nella sua semplicità, di mettere in atto la cooperazione educativa, prevedendo investimenti che consentissero finalmente ai docenti di dedicare più tempo e più spazi strutturati al lavoro in gruppo e in rete, superarndo finalmente il problema delle deleghe e costruendo un contesto realmente inclusivo».

Da segnalare in conclusione che gli Autori di Storie di scuola, in un’ottica di cooperazione e condivisione, hanno deciso di devolvere tutti i proventi del libro a favore dello sviluppo di programmi open source [applicativi informatici di libero utilizzo, N.d.R.], per alunni con disabilità e non, genitori e docenti.

*Il riferimento è all’indagine comparativa internazionale svolta dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), nell’àmbito del PISA (Programme for International Student Assessment, ovvero “Programma per la valutazione internazionale dell’allievo”).

CTS sta per Centro Territoriale di Supporto.

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