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Il silenzio del corpo: uno sguardo antropologico sulla disabilità

Copertina di Robert F. Murphy, "Il silenzio del corpo", Erickson, 2017Alcuni anni fa, quando ancora quel libro non era stato tradotto in italiano, ne aveva ampiamente scritto sulle nostre pagine lo storico Matto Schianchi, il cui testo di allora riproponiamo integralmente ai Lettori nel box in calce. Ancor prima, se ne erano presentati alcuni stralci e commenti in Quale disabilità? Culture, modelli e processi di inclusione (FrancoAngeli, 2006, terza ristampa 2016, pp. 77-81), di Roberto Medeghini ed Enrico Valtellina.
Stiamo parlando di Il silenzio del corpo. Antropologia della disabilità (The Body Silent, 1987), opera di Robert F. Murphy, affermato antropologo statunitense, scomparso nel 1990, dopo una lunga malattia che lo aveva reso prima paraplegico e poi tetraplegico.
La traduzione italiana dell’opera è stata recentemente data alle stampe da Erickson e su di essa si baserà l’interessante dibattito intitolato Uno sguardo antropologico sulla disabilità, in programma per domani, 16 novembre (ore 17.30), presso il Centro Culturale Il Pertini di Cinisello Balsamo (Milano), spazio polifunzionale e sede della locale biblioteca comunale, il tutto nell’àmbito del progetto L-inc (Laboratorio-inclusione sociale disabilità), del quale si legga in un ulteriore box in calce.

«Il libro di Murphy-spiegano i promotori dell’iniziativa – è un testo classico sulla disabilità rivolto a un pubblico vasto ed eterogeneo: operatori, familiari, ricercatori, comunità. Si tratta di un racconto della disabilità visto dall’interno, ove la condizione personale dell’Autore diventa l’occasione per uno studio su di sé e sul mondo che lo circonda. Tra racconto autobiografico e analisi di meccanismi socio-culturali più profondi, Il silenzio del corpo ha sostanzialmente inaugurato il filone di studi antropologici sulla disabilità e con il suo percorso Murphy arrivò a teorizzare il concetto di liminalità, strumento analitico ormai classico per lo studio della disabilità, il quale parte dal presupposto che una persona con disabilità si trovi in una zona intermedia, di confine, avendo cioè abbandonato lo statuto di “normale”, ma non essendo affatto estraneo al mondo; non perfettamente sano, ma neanche malato; non completamente rifiutato, ma nemmeno pienamente accettato. Una condizione, quindi, che costringe la stessa persona con disabilità a dover avere una postura davvero difficile».

L’incontro del 16 novembre avrà come protagonista innanzitutto Roberto Medeghini, pedagogista e ricercatore nell’ambito dell’inclusione scolastica e sociale, che attualmente collabora con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma 3 e che ha curato l’edizione italiana del libro di Murhpy.
Insieme a lui, interverranno Massimiliano Verga, docente di Sociologia dei Diritti Fondamentali presso l’Università di Milano Bicocca, e il già citato storico Matteo Schianchi, responsabile delle attività della Mediateca LEDHA (la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, che costituisce la componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).
A moderare il dibattito sarà Giovanni Merlo, direttore della LEDHA. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@ledha.it (Ilaria Sesana).

L-inc (Laboratorio-inclusione sociale disabilità)
Questo progetto si propone di rendere la persona con disabilità protagonista del proprio percorso di vita. Per questo è pensato come un laboratorio che vuole sperimentare diverse attività e iniziative sul territorio di Bresso, Cinisello, Cormano e Cusano Milanino (Città Metropolitana di Milano), che mettono al centro la persona con disabilità.
L-inc nasce dal Progetto Inclusione sociale e disabilità: percorsi di sperimentazione del Budget di Salute, realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo, nell’ambito della terza edizione del Bando Welfare in azione e innovazione sociale. È promosso da ANFFAS Lombardia (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale, ente capofila), LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e IPIS-Insieme per il sociale, dalle Cooperative Sociali Arcipelago, Solaris e Il Torpedone, dall’Università di Milano (Dipartimento di Diritto Pubblico e Sovranazionale), dall’Università di Milano Bicocca (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale) e dall’UICI Lombardia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).
Sono esattamente sessanta le persone a cui L-inc si rivolgerà in tre anni. Agli inizi del mese di ottobre scorso si è svolto un incontro per presentare il progetto alle prime venti persone scelte e chiedere loro di farne parte.

Robert F. Murphy e Il silenzio del corpo
di Matteo Schianchi*
(pubblicato da «Superando.it» il 6 ottobre 2010)
L’8 ottobre del 1990, dopo una lunga malattia che lo aveva reso prima paraplegico e poi tetraplegico, moriva l’antropologo statunitense Robert F. Murphy. Sconosciuta ai più, questa figura è importante per il contributo agli studi sulla disabilità.
Nel testo The Body Silent, infatti (1987, non tradotto in Italia), Murphy fa “l’antropologo di se stesso”, della propria condizione di disabile e del mondo che lo circonda (famiglia, amici, università, Stati Uniti).
È un libro in prima persona, una sorta di biografia intellettuale e umana, con un pregio argomentativo e narrativo piuttosto raro: parlare di sé, partire da sé (si parte sempre da se stessi), per arrivare agli altri, mostrando le questioni, i nodi problematici della propria esistenza di disabile, un passato da alcolista e un presente da accademico.
La vicenda prende le mosse da quando nel 1972, all’età di quarantotto anni, gli viene diagnosticata la malattia invalidante, che affronta in modo nuovo sul fronte delle scienze sociali. Prima di lui, alcuni studiosi (Erving Goffman e Michel Foucault sopra tutti) avevano trattato la questione in termini di stigma, devianza, anormalità. Pur riconoscendo l’importanza di alcuni approcci (Goffman in particolare), Murphy rifiuta di affrontare la disabilità come tradizionale questione sociale, ricorrendo alle nozioni di oppressione, sfruttamento, esclusione. Non nega simili concetti, ma li considera insufficienti e impropri poiché inadatti a misurarsi con la specificità antropologica della disabilità.
A partire dal suo bagaglio di antropologo, pone dunque la disabilità come condizione di liminalità. Chi ha una disabilità sta in una zona intermedia, di confine, è su un crinale: ha abbandonato lo statuto di “normale”, ma non è estraneo al mondo; non è perfettamente sano, ma non è neanche malato; non è morto, ma non fa pienamente parte del mondo dei vivi; non è pienamente umano, ma non è neanche un animale; non è completamente rifiutato, ma non è neanche pienamente accettato.
Tale condizione costringe il disabile a dover avere una postura davvero difficile: cercare di essere come gli altri e introdursi nel loro mondo “normale” e, nello stesso tempo, restare al suo posto, continuare a essere “non normale”, distinto dai normali. Deve cioè comportarsi come se venisse accettato e restare cosciente che in realtà non lo è mai fino in fondo.
Per Murphy, la disabilità – e la stigmatizzazione che ne consegue – sono elementi predominanti nella definizione dell’individuo disabile. Questi concetti sono indagati nella loro portata sull’esistenza delle persone: la riduzione delle libertà, le difficili relazioni con l’altro sesso e la socialità in genere, il sentimento di essere di peso agli altri, l’idea di essere stati castigati, la vergogna nel presentarsi menomato e limitato agli occhi altrui, lo sviluppo di un senso di colpa (che diventa anche familiare). Moglie, figli, amici, colleghi, conoscenti, persone qualsiasi, tutti sono coinvolti nei processi che descrive.
Con l’avanzare della malattia, Murphy cambia i propri interessi accademici (fino alla morte è sempre stato in università). Insieme alla moglie Yolanda, è convinto che la ricerca sulla disabilità soffra di lacune metodologiche e di prospettive antropologiche e riesce, a fatica, ad avviare alcuni studi e ricerche (di cui non rende conto nel volume).
Fa inchieste socio-antropologiche a partire da un “rapporto alla pari”: contrariamente al classico antropologo – che è altro rispetto al mondo su cui indaga – lui, negli anni Ottanta, è il disabile che va a fare ricerca tra altri disabili. Questa visuale è molto utile, ma non esclusiva dello studio della disabilità, più importante è lo sguardo che pone sugli individui. La sua concezione – pur partendo dal fondamentale radicamento antropologico della disabilità nel soggetto – è indagata in tutti gli aspetti della vita delle persone, non solo all’interno delle istituzioni e dei dispositivi socio-sanitari, ma in una prospettiva plurale, complessa e articolata del soggetto stesso: senza cadere in facili determinismi e meccaniche.
In questo modo di concepire e studiare la disabilità, a vent’anni dalla sua morte, Murphy resta un pioniere. Ancora troppo solitario.

*Storico, autore tra l’altro del libro La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà (Milano, Feltrinelli, 2009).