La disabilità motoria è una religione?

«La disabilità motoria è una religione», esordisce Gianni Minasso, e poco dopo tenta anche di dimostrarlo, con il suo consueto e caustico umorismo, nutrito di ironia e intelligenza, pur naturalmente con il dovuto rispetto nei confronti del tema trattato. È questa la nuova puntata di “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, la rubrica che Minasso conduce ormai da qualche anno sulle nostre pagine, con una serie di varie incursioni nel grottesco e talora nella comicità più o meno involontaria che, come ogni altra faccenda umana, riguarda anche il mondo della disabilità

Disegno di Gianni Minasso con Gesù che porta sulle spalle una grande carrozzina e le Pie Donne

Disegno di Gianni Minasso

Con la certezza di aumentare il già vasto numero degli allergici ai miei scritti, ho l’ardire di presentarvi questo incredibile azzardo. A bruciapelo: la disabilità motoria è una religione! E cercherò pure di dimostrarlo, nella consapevole gioia che la Santa Inquisizione è defunta ben prima della mia nascita.
Allora, arrotolate con me le maniche (operazione fatta dal mio badante, naturalmente), perché incominciamo a riportare la definizione classica della religione: «Insieme di credenze, vissuti e riti che coinvolgono l’essere umano nell’esperienza di ciò che viene considerato sacro».
Sistemiamo questa massiccia base sul banco di lavoro e proviamo a smontarla pezzo per pezzo, in modo da verificare l’adeguatezza della tesi di partenza sull’intercambiabilità tra la religione (ad esempio quella Cattolica) e l’acca di FISH [Handicap].

Credenze
L’arrivo, a piedi o a cavallo, di un qualsiasi tipo di disabilità mette a soqquadro i piani mentali di chiunque e pertanto, come con la religione, nella cucurbitacea del malcapitato si insinuano in un baleno credenze di ogni sorta (e non sto parlando di mobili da cucina).
Prendiamo innanzitutto un must, i Dieci Comandamenti. Nella persona ex sana gli equilibri razionali vengono sconvolti dall’automatica insorgenza di inviolabili precetti, nati insieme alla medesima causa di disabilità, come: «Non avrai altro Dio all’infuori di me» (e infatti l’handicap governa tutto, mente e corpo); «Non nominare il nome della Malattia invano» (tipico tabù); «Non dire falsa testimonianza» (non fare il falso invalido); «Non desiderare la donna d’altri» (cioè dei normodotati, ché tanto non te la danno); e «Non desiderare la roba d’altri» (perché con l’indennità di accompagnamento non ti comprerai mai la Maserati Ghibli).
Nel Cristianesimo, poi, i dogmi forniscono le corrette indicazioni di fede o di morale. Ad esempio se con essi si stabilisce da una parte l’unità di Dio in tre persone divine (Padre, Figlio e Spirito Santo), l’esistenza di Inferno, Purgatorio, Paradiso e l’infallibilità papale, dall’altra si sancisce l’unità della classificazione ICIDH [la prima Classificazione delle Disabilità e degli Handicap dell’OrganizzazioneMondiale della Sanità, N.d.R.] in tre limitazioni divine (Menomazione, Disabilità e Handicap), l’esistenza di patologia (Inferno), convalescenza (Purgatorio), guarigione (Paradiso) e l’infallibilità del menefreghismo statale.
Continuiamo. Le tre Virtù Teologali diventano Fede (nel trovare libero il parcheggio riservato), Speranza (nell’avvento dei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza) e Carità (negli aumenti dell’INPS); le quattro Virtù Cardinali, invece, sono Prudenza (nei rapporti con i disability manager), Giustizia (nei rapporti coi badanti), Fortezza (nei rapporti con gli educatori), Temperanza (nei rapporti con l’altro sesso normodotato); infine, i sette Vizi Capitali si trasformano in Superbia (nel saltare le code sbeffeggiandole), Avarizia (nel non pagare i biglietti dei concerti), Invidia (di chi cammina), Gola (l’unica trasgressione facile rimasta, disfagia esclusa), Lussuria (dei rari disabili che riescono, con impudente gaiezza, a peccare in cotal guisa), Ira (perché è toccato proprio a noi) e Accidia (coi guai che abbiamo cosa c’importa far qualcosa…).
La Santa Bibbia, va da sé, è il Nomenclatore Tariffario, opera fondamentale e indiscutibile, al di fuori della quale non esistono leggi (o ausili).

Vissuti
Abbandonate le nebulose elucubrazioni del precedente paragrafo, passiamo adesso a qualcosa di più consistente, vale a dire la realtà nuda e cruda, costituita da esperienze dirette e non frutto di fede. Anche qui non fatichiamo a trovare nuove prove sulla corrispondenza tra disabilità fisica e religione.
In primo luogo il rifugiarsi sotto l’ala di un qualsiasi culto rappresenta un irrinunciabile conforto quotidiano, proprio come lo svegliarsi al mattino sapendo che, pur vittime di gravi handicap, potremo farci imboccare dalla nostra vecchia zia (sì, quella col Parkinson), proveremo a compilare l’ennesima richiesta inutile della Vita Indipendente e sprecheremo altre decine di euro nel vano tentativo di guarire con la pranoterapia.
Riguardo ai tradizionali sacrifici, intesi come le offerte immateriali fatte agli dèi in segno di devozione, forse non sarebbe nemmeno il caso di riportare degli esempi, visto quali e quanti sono gli stenti connaturati alla disabilità. Quindi non parleremo, fra l’altro, della pazienza di ascoltare i normodotati che imprecano solo perché è lunedì mattina, dell’ortopedico che piange perché l’ASL gli ha tagliato il 2% dei guadagni e dell’imprenditore che si lamenta per gli obblighi della Legge 68/99 [“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, N.d.R.].
Infine un vissuto fondamentale, per entrambe le categorie in oggetto, è il miracolo, questa formidabile sospensione temporanea delle leggi naturali. Tralasciando per carità di patria le versioni religiose, i prodigi della disabilità si possono materializzare grazie all’Assessore che attua l’abbattimento delle barriere architettoniche, all’affabile primario che ci parla in maniera semplice e comprensibile, al non richiesto aumento dell’assegno di cura.

Elaborazione di un particolare del "Giudizio Universale" di Michelangelo, con mano di Dio che consegna ad Adamo contrassegno"

Elaborazione grafica di Gianni Minasso

Riti
Le azioni, le preghiere e le varie formule atte a imbonire la divinità sono prassi adottate anche da chi sta tutti i santi giorni sprofondato in carrozzina.
Prendiamo a modello i Sacramenti, uno per uno, e divertiamoci a ripassare le relative equivalenze: Battesimo = diagnosi della patologia cronica (o dell’incidente); Cresima = ricevimento del verbale di invalidità; Eucarestia = terrorizzante pranzo domenicale in comunità; Confessione = qualsiasi colloquio con l’assistente sociale; Unzione degli infermi = assistenza che giungerà dal “Dopo di Noi”; Ordine = fare la tessera della specifica ONLUS di appartenenza; Matrimonio = consegna della sedia a rotelle da parte dell’ortopedico.
La complessa liturgia della Messa è poi perfettamente replicata nella giornata tipo di un disabile. Ecco qualche correlazione: Saluto dell’altare (grugnito alla badante che arriva con la solita mezz’ora di ritardo); Kyrie Eleison (geremiade sulla causa del nostro handicap); Gloria (un essere normodotato del sesso opposto che ci trova simpatici); lettura del Vangelo (lo scartabellare le normative sulle agevolazioni fiscali per i disabili); omelia (la stucchevole predica di chi pretende di sapere cosa dovremmo fare per migliorare la nostra condizione); cerimoniale eucaristico (la pizza serale con i colleghi di patimento e gli operatori del Centro Diurno); canti religiosi di accompagnamento (gli ululati indirizzati a chi ci definisce “diversamente abili”); segno di pace (l’augurio di ogni male possibile al nostro fiducioso omeopata); benedizione conclusiva (il vivace commento sulla spilorceria del fisiatra).
Gli operatori dei riti, il cosiddetto clero, sono sotto gli occhi di tutti: non più vescovi, sacerdoti, diaconi, monaci e suore, bensì una selva di politici, sindaci, assessori, disability manager, dirigenti ASL, medici, infermieri, fisioterapisti, assistenti sociali, educatori, insegnanti di sostegno, terapisti occupazionali, badanti, caregiver, volontari e, dulcis in fundo, pure lovegiver. Alleluia.

Sacro
Mi rifiuto nel modo più assoluto di sfruculiare l’etimologia del termine “Sacro”: troppo complicato e soprattutto inutile. Accontentiamoci di ricordare che è tutto quanto appartiene alla divinità (tranne il nostro ultimo smartphone da 1.000 cucuzze, ente supremo privato) e quindi, in quest’ultimo paragrafo, compiamo un’operazione di bassa sartoria, inserendo gli scampoli avanzati lungo il cammino del presente articolo.
Cominciamo con il noto Cuius regio, eius religio, la cui traslazione in “disabilese” potrebbe essere Cuius regio, eius impedimentum (traducendo: “i sudditi seguano la religione della propria disabilità”).
Proseguiamo con i santi, cioè quelle figure disabili (viventi e no) elevate al culto attraverso processi di beatificazione e canonizzazione: Stephen Hawking, Michel Petrucciani, Alex Zanardi, Beatrice Vio eccetera. Anche gli “spiriti del male”, i diavoli, non mancano: Oscar Pistorius, Capitan Uncino, Pietro Gambadilegno et similia.
Gli edifici, equivalenti a quelli religiosi (basiliche, santuari, chiese, monasteri, seminari, cappelle, sagrestie e oratori), dove si officiano i riti laici dei portatori di handicap, sono: aziende sanitarie locali, ambulatori, cliniche, palestre di riabilitazione, comunità, centri diurni, cooperative sociali, negozi di ortopedici, toilette per disabili e camere d’albergo accessibili.
L’arte sacra in versione disabile trascura quadri epici, mosaici sfarzosi, sculture mozzafiato, imponenti colonnati, romanzi storici, aneliti poetici, partiture sconvolgenti, danze acrobatiche, drammi teatrali e viene, ahinoi, stentatamente alimentata dalle operine raffazzonate di poetastri, imbrattatele e cantantucoli in carrozzina.
Per quanto attiene alla mistica, i parallelismi tra le due fedi prese in esame sono ovvi: dall’imperscrutabile causa delle proprie carenze all’inesistenza di una terapia, dalla scricchiolante tenuta del welfare alla concessione della Vita Indipendente, da cosa passa nella testa di un membro della Commissione Medica di accertamento all’indirizzo di un’affidabile agenzia di badanti e via via fantasticando.
Infine giungiamo alla prova cruciale, cioè alla contemporanea presenza di innumerevoli forme religiose come Buddhismo, Cristianesimo, Induismo, Islamismo, Ebraismo, Taoismo, fino ad arrivare al Pastafarianesimo, che però ben si abbinano a Paraplegia, Distrofia, Amputazione, Paralisi, Sclerosi, Tetraparesi e Spasticismo. Inoltre, ogni tipo di disabilità è al contempo trascendente (supera ogni immaginazione ante causa dell’handicap), monoteista (riconosce la propria essenza come unico ente supremo), rivelata (volta per volta da un incidente, un DNA modificato, un’aggressione batterica o un’alterazione del sistema immunitario), animista (crede nell’esistenza del singolo spirito malefico responsabile della condanna alla carrozzina), di Stato (inserita, appunto, nelle specifiche leggi di definizione e tutela).

Amen (Conclusione)
Mi sembra proprio che, arrivati fin qui (e mi rivolgo ai pochi Lettori rimasti svegli, nonostante le mie parole), non ci siano più dubbi sulla conferma della tesi: la disabilità motoria è proprio una religione consolatoria!

P.S.: E adesso non si alzi il solone di turno a confutare il tutto con la questione dell’ateismo. Infatti, nell’assunto preso in esame, i miscredenti sono i pochi che, pur avendo impresse nella carne le ferite della disabilità, non ne hanno fatto una religione e quindi hanno razionalmente rifiutato le sue martinicche e i suoi laccioli (vedi il “Genio usa pappagalli”, su queste stesse pagine, a questo link). In parole povere sono dei veri portenti, degli eroi.

Ivo Sovvers

Nella colonnina qui a fianco a destra, riportiamo l’elenco dei vari contributi di Gianni Minasso pubblicati da «Superando.it», per la rubrica intitolata A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia).

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