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Perché l’inclusione non può realizzarsi con la “cattedra mista”

Ragazzi con varie disabilità davanti a una scuola

Ragazzi con varie disabilità davanti a una scuola

Ho letto con molto piacere l’articolo di Antonio Ferraro sull’inclusione scolastica, pubblicato il 29 novembre scorso da «Superando.it» [L’inclusione scolastica (e sociale) si fa con la partecipazione di tutti, N.d.R.], dove condivide i precedenti articoli sullo stesso tema, uno dei quali del sottoscritto, e ribadisce anch’egli la necessità della partecipazione al processo inclusivo da parte di tutti i docenti della classe e della comunità anche di territorio.
C’è però un punto del suo articolo che mi lascia assai perplesso, laddove egli sostiene l’opportunità della cosiddetta “cattedra mista”, costituita cioè per alcune ore da un docente specializzato nel sostegno e per altre ore dallo stesso docente in una disciplina, ciò che potrebbe realizzarsi anche con tutti i docenti delle discipline. Su tale posizione, del resto, Ferraro è in buona compagnia, essendo della stessa idea anche illustri docenti universitari e di scuola, nonché esperti del gruppo scientifico denominato Disabilities Studies. In tal modo, secondo loro, tutti i docenti si occuperebbero dell’alunno e non vi sarebbe più la delega ai soli insegnanti per il sostegno da parte dei colleghi curricolari, specie nelle scuole secondarie di secondo grado.
Attualmente ci sono alcune esperienze di tale organizzazione scolastica e pare che siano andate abbastanza bene. Perché, dunque, sono così perplesso?

Chi scrive, come pure le varie Associazioni aderenti alla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), sostiene da anni la tesi della “separazione delle carriere” tra attività di sostegno didattico e di docenza disciplinare e questa nostra posizione è stata di fatto quasi pienamente accolta dal Decreto Legislativo 59/17 sulla formazione iniziale dei docenti di scuola secondaria. Vi si prevede infatti che al termine della laurea, gli aspiranti all’insegnamento si sottopongano a un concorso, la cui vincita dà loro diritto ad accedere ad un percorso formativo, retribuito dallo Stato e della durata di tre anni, un percorso definito “FIT” (Formazione-Insegnamento-Tirocinio), al termine del quale, una volta superati gli esami, entrano di ruolo.
Sempre il Decreto 59/17 stabilisce che i candidati debbano scegliere se effettuare il concorso per il sostegno o quello per l’insegnamento di una disciplina curricolare. Superato positivamente il triennio formativo, essi vengono immessi in ruolo nell’àmbito prescelto, cioè o sostegno o una disciplina curricolare. Se un docente volesse passare dal sostegno a un insegnamento disciplinare (o viceversa), dovrebbe sottoporsi dapprima a un altro concorso, effettuare un altro triennio FIT nell’altro àmbito e quindi, per passare dal ruolo precedente al nuovo, superare un concorso per titoli di “passaggio di cattedra”.
Questa nostra visione – recepita, come detto, dal Decreto 59/17, ma non anche dall’articolo 12 del Decreto 66/17 relativo alla formazione iniziale dei docenti per il sostegno di scuola dell’infanzia e primaria – sottintende una scelta professionale a monte, per la carriera del sostegno o per l’insegnamento di una disciplina curricolare. Ciò comporta conseguentemente una continuità didattica del sostegno, come avviene per le discipline curricolari, ed evita le acrobazie organizzative di far quadrare gli orari dei docenti con “cattedra mista”, specie se a tempo determinato, che potrebbero trovarsi ad avere le ore di sostegno in una scuola e quelle disciplinari in un’altra.

Certo, come sostiene il CIIS (Coordinamento Italiano di Insegnanti Specializzati) l’ottimo sarebbe se tutti i docenti curricolari (quasi 800.000) fossero anche specializzati per il sostegno, ma ognun vede come questa ipotesi sia fuori della realtà, dal momento che il Ministero non è riuscito neppure a specializzare tutti i docenti per il sostegno in servizio. Infatti, dei circa 140.000 docenti che coprono un posto di sostegno, il 30% (circa 45.000) non è specializzato.
Pertanto, se si vuole la partecipazione di tutti i docenti al processo inclusivo, è bene chiarire le differenti funzioni didattiche degli insegnanti curricolari e di quelli specializzati per il sostegno, cosa assai difficile, per non dire impossibile, se si accetta l’ipotesi della “cattedra mista”. Infatti, sulla base di quanto previsto dalla separazione delle carriere – così come attuata per i docenti della scuola secondaria dal Decreto 59/17 – si può dire che mentre i docenti curricolari sono i titolari dell’insegnamento delle rispettive discipline, quelli specializzati per il sostegno sono i “mediatori culturali” (“sostegno”, appunto), sia in favore dei colleghi curricolari nell’utilizzo delle didattiche speciali, per trasmettere anche agli alunni con disabilità gli apprendimenti delle rispettive discipline, sia in favore degli alunni con disabilità, nell’apprendimento delle nozioni e delle informazioni insegnate dai docenti curricolari.
In tal modo – lungi dal ricevere deleghe dai colleghi curricolari – dovranno diventare mediatori indispensabili tra gli alunni con disabilità e i loro docenti curricolari, colmando così l’isolamento che senza di loro gli stessi alunni con disabilità si troverebbero a vivere in classe.
In altre parole, ben diversamente dall’essere considerati dai colleghi curricolari come “docenti di serie B”, quelli specializzati per il sostegno diventeranno una presenza indispensabile, ancor più per i colleghi stessi che per gli alunni con disabilità. E che un orientamento in tal senso sia già adombrato nella normativa, lo si può cogliere leggendo gli articoli 2 e 4 del DPR 122/09, circa l’oggetto di valutazione su cui i docenti per il sostegno debbono proporre dei voti per tutti gli alunni della classe di cui sono contitolari: ovvero, non la valutazione sui risultati dell’apprendimento di singole discipline, bensì i livelli raggiunti da ciascun alunno circa gli «obiettivi dell’inclusione scolastica», indicati nell’articolo 12, comma 3 della Legge Quadro 104/92, espressamente richiamato in quei due articoli del DPR 122/09. E ancora, un’ulteriore anticipazione di tale orientamento la si poteva cogliere anche nell’abrogazione – operata dalla Legge 128/13 – del comma 5 dell’articolo 13 della Legge 104/92, che prevedeva la nomina dei docenti per il sostegno nelle scuole secondarie in una delle quattro aree disciplinari (linguistica, scientifica, tecnologica e psicomotoria). Ciò aveva determinato la prassi della nomina di quattro docenti per il sostegno, uno per ogni area disciplinare, portando di fatto a una sorta di “classetta speciale” attorno all’alunno, il tutto contro la logica inclusiva. Proprio per questo tale norma era stata cancellata, volendosi un solo docente per il sostegno, indipendentemente dalla sua laurea, proprio perché egli deve essere un esperto nelle didattiche generali e speciali.

A questo punto il nostro augurio è che la separazione delle carriere avvenga anche per i docenti della scuola dell’infanzia e primaria, ovviamente nella prossima Legislatura, portando così a un quadro più armonico. Si supererebbe tra l’altro quella “faglia di Sant’Andrea” denunciata da Dario Ianes, costituita dalle differenti procedure di formazione iniziale dei docenti di scuola dell’infanzia e primaria da un lato e di scuola secondaria dall’altro. Mentre però Ianes auspica il superamento di quella “faglia” con il riallineamento della  nuova procedura introdotta dal Decreto 59/17 a quella rimasta in vigore per i docenti della scuola dell’infanzia e primaria, noi della FISH auspichiamo invece il contrario, ritenendo in ogni caso che la “ cattedra mista” non possa assolutamente essere un’accettabile soluzione di compromesso, per tutti i motivi sopra esposti.

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), della quale è stato vicepresidente nazionale. Responsabile per l’Area Normativo-Giuridica dell’Osservatorio sull’Integrazione Scolastica dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down).