Il collocamento mirato non è una condanna per le aziende, né un’utopia

«A proposito di un articolo apparso sulle pagine del quotidiano “La Stampa” – scrive Emanuela Buffa – vorrei contestare il fatto che l’obbligatorietà di collocamento per le persone con disabilità, cui sono soggette tutte le aziende che superano i quindici lavoratori, sia incompatibile con la stessa “ratio” della Legge che propugna il cosiddetto “collocamento mirato”. Oggi, infatti, le aziende hanno la possibilità di scegliere, di formare la persona con disabilità attraverso lunghi periodi di tirocinio e anche, se necessario, di essere seguite da personale specializzato»

Uomo con disabilità a un colloquio di lavoro

Una persona con disabilità a un colloquio di lavoro

In un articolo apparso qualche giorno fa sulle pagine del quotidiano «La Stampa», dal titolo L’assunzione obbligatoria dei disabili scatena la rivolta delle piccole imprese, mi ha colpito il giudizio della Confindustria sulle nuove normative a integrazione della Legge 68/99 che tutela il diritto al lavoro delle persone con disabilità [il riferimento è all’articolo 11 del Decreto Legislativo 151/15, N.d.R.].
A tal proposito vorrei contestare il fatto che l’obbligatorietà di collocamento per le persone con disabilità, cui sono soggette tutte le aziende che superano i quindici lavoratori, sia incompatibile con la ratio della Legge stessa, che propugna il cosiddetto “collocamento mirato”.
Si tratta infatti di due concetti completamente slegati l’uno dall’altro: se non ci fosse l’obbligatorietà, sono convinta che nessuna azienda di propria spontanea volontà assumerebbe una persona con disabilità, perché è un’utopia pensare che la responsabilità sociale delle aziende giunga fino a tanto. Bene ha fatto quindi il Legislatore a normare questa pratica, simbolo di civiltà.
Allo stesso tempo, però, il Legislatore ha giustamente capito che occorre inserire la persona con disabilità in modo mirato, tenendo conto sia delle capacità della persona, sia delle necessità dell’azienda. Per far questo c’è una serie di interventi a sostegno dell’inserimento cui possono accedere tutte le aziende disponibili a mettersi in gioco e a dare delle opportunità anche a queste persone.

A differenza di tanti anni fa, in cui le aziende erano costrette ad assumere la persona con disabilità che veniva inviata dal Centro per l’Impiego, perché era la prima in lista, oggi le aziende stesse hanno la possibilità di scegliere, di formare la persona attraverso lunghi periodi di tirocinio, se necessario, di essere seguite da personale specializzato, sia durante che dopo l’inserimento.
Ma se, nonostante tutto ciò, le aziende continuano ancora a pretendere di assumere solo persone con disabilità “alte, bionde, con gli occhi azzurri e laureate in fisica nucleare”, allora è giusto che questa loro irresponsabilità sociale venga punita e con le multe che pagheranno si possano finanziare servizi e progetti a sostegno di quelle aziende convinte invece che le persone con disabilità possano essere una risorsa e non un peso da cercare di evitare con ogni mezzo possibile.

Coordinatrice del GGL (Gruppo Genitori per il Diritto al Lavoro delle Persone con Handicap Intellettivo) di Torino (emanuela.buffa@tiscali.it).

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