Niente verità assolute sul fine vita

«Ogni opinione riguardante la vicenda di Patrizia Cocco – scrive Andrea De Chiara -, la prima persona in Italia ad essersi avvalsa del diritto previsto dalla cosiddetta “Legge sul fine vita”, dev’essere espressa con rispetto nei confronti della stessa Patrizia e di quanti altri vorranno servirsi dell’applicazione di quella nuova norma, perché, in primo luogo, al centro della questione ci sono vite spezzate ed equilibri familiari completamente stravolti, e in secondo luogo in questi casi non esiste una verità assoluta che possa mettere d’accordo tutti»

Evard Munch, "La morte nella stanza della malata"

Edvard Munch, “La morte nella stanza della malata”, 1893

La storia di Patrizia Cocco è balzata alla ribalta giorni fa perché ha riguardato la prima persona in Italia ad avvalersi del diritto previsto dalla cosiddetta “Legge sul fine vita” (Legge 219/17, Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento). Prima di allora, solo coloro che andavano all’estero potevano legalmente chiedere di porre fine ai trattamenti che li tenevano in vita, mettendo in atto quanto stabilito dal proprio testamento biologico. Nello scorso mese di dicembre, il Parlamento ha dato di fatto via libera a tale procedura anche in Italia, permettendo appunto a tutte le persone gravemente malate la possibilità di rinunciare al trattamento sanitario in caso di aggravamento della loro patologia.

È straziante immaginare come il 3 febbraio le persone care a Patrizia si siano dovute sentire quando, su richiesta di quest’ultima, il personale medico ha interrotto la ventilazione meccanica che la teneva in vita. Soprattutto per una madre vedere la propria figlia spegnersi pian piano sotto i propri occhi, è certamente l’esperienza più atroce che un genitore possa mai provare.
D’altronde, per quanto crudele e discutibile possa essere considerata questa scelta estrema, per Patrizia Cocco, nata e cresciuta a Nuoro, era l’unica possibile.

Tutto aveva avuto inizio nel 2012, quando Patrizia si era ammalata di SLA (sclerosi laterale amiotrofica): da allora, da persona amante dei viaggi, della vita sociale e da sostenitrice del riconoscimento dei diritti civili, ha dovuto fare i conti con una malattia che giorno dopo giorno l’ha privata delle sue funzioni vitali in maniera repentina. L’impossibilità a chiudere le mani, la difficoltà a formulare delle frasi complete e anche la semplice funzione della deglutizione, fino all’intervento di tracheotomia: tutto si era fatto via via più complesso.
In tale situazione, Patrizia si sentiva sempre più stanca e provata: «Sono prigioniera del mio corpo – ripeteva -, questa non è più la mia vita. Desidero solamente staccare la spina».

Nonostante l’amore della famiglia, specie del fratello Pasquale, che si era dedicato totalmente a lei negli ultimi due anni, lasciando pure il lavoro, e di tutti coloro che le volevano bene, Patrizia voleva andare fino in fondo a tutti i costi; Alessandra Podda, sua cugina del cuore, che era con lei in casa il 3 febbraio, per quell’ultimo saluto condiviso con gli altri parenti, testimonia che negli ultimi mesi Patrizia era caduta nello sconforto più totale, con la consapevolezza che poteva solo e sempre andare peggio.
Proprio per queste ragioni l’avvocato Sebastian Cocco, anch’egli cugino di Patrizia, con la consapevolezza che non ci fosse più nulla da fare per trattenerla con loro, racconta di essersi interessato alla faccenda ancora prima che la legge sul testamento biologico venisse approvata in Italia: «Ci siamo attivati subito – ha raccontato – con il personale della Rianimazione all’Ospedale di Nuoro, abbiamo parlato con anestesisti, palliativisti e medici. Sapevamo che la scelta di rifiutare le cure non poteva essere in alcun modo dettata da una forma depressiva, perché ormai Patrizia poteva solo esprimersi con un puntatore oculare ed era stanca di vivere cosi. E tuttavia si stava già discutendo in Parlamento di testamento biologico e potevamo aspettare. Quando poi il 3 febbraio sono entrato nella sua stanza, prima che la sedassero, Patrizia mi ha ringraziato: un ringraziamento che non avrei mai voluto ricevere».

Scegliendo un sabato per andarsene, Patrizia ha permesso a tutti coloro che la conoscevano bene di avere il tempo di raggiungerla da ogni parte d’Italia e di salutarla per l’ultima volta.
Solo dopo che i suoi affetti erano nella stanza, è stata avviata l’interruzione della ventilazione meccanica: «Tutto è andato come voleva lei, aveva deciso di farsi vestire con un elegante abito nero e un cappellino con la veletta. Era bellissima…», racconta con un sorriso amaro la mamma Salvatora. D’altronde lei non poteva fare altrimenti, se non onorare l’impegno preso da tempo con la figlia, quello cioè di salutarsi con la pace nel cuore, perché entrambe avevano smesso di patire le proprie sofferenze.

In tale contesto così particolare, comprendere e non giudicare è ciò che si deve fare perché – anche se secondo la morale comune è ingiusto rinunciare alla propria vita, per quanto questa sia difficile – bisogna rammentare che quando un familiare viene a mancare, si prova un dolore talmente forte da annichilire chiunque. In questi casi, quindi, sarebbe più opportuno unirsi al dolore di tutti i parenti e gli amici di Patrizia, offrendo soprattutto conforto alla signora Salvatora, una madre che ha saputo accompagnare la figlia con dignità dalla vita alla morte, scelta, questa, della quale nessun genitore dovrebbe farsi carico di portare a termine.
Detto questo, non si vuole intendere che l’unico rimedio alla sofferenza sia ricorrere alla Legge sul fine vita, come d’altro canto è umano che ognuno abbia la propria opinione al riguardo, favorevole o contraria che sia. Entrambe le posizioni, però, devono essere espresse con rispetto nei confronti di chi decide di avvalersi dell’applicazione di questa norma, perché, in primo luogo, al centro della questione ci sono vite spezzate ed equilibri familiari completamente stravolti, e in secondo luogo in questi casi non esiste una verità assoluta che possa mettere d’accordo tutti.

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