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È necessaria un’alleanza tra donne (e tra Comitati ONU)

Immagine di copertina della traduzione italiana del “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea” (foto di Annalisa Benedetti)

Immagine scelta per la copertina della traduzione italiana del “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea”. La donna con disabilità motoria ritratta al centro è Santina Pertesana, campionessa di tiro con l’arco. La foto è stata scattata a Bergamo da Annalisa Benedetti, il 9 luglio 2010, in occasione di una manifestazione contro i tagli al Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze

Il Congresso Nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), svoltosi a Roma il 26 e 27 maggio scorsi, è stato un’occasione per approfondire temi fondamentali quali l’isolamento e la segregazione, la protezione sociale basata sui diritti umani, la multidiscriminazione di genere.
Già nello slogan Liberi di scegliere, liberi di decidere, liberi, fra donne e uomini liberi, il riferimento alle donne manifestava la volontà di farsi carico di una questione cruciale, non più rimandabile, che ha trovato spazio di approfondimento nella sessione appositamente dedicata, da cui è scaturita una Mozione particolare  su bambine, ragazze e donne con disabilità. Quest’ultima, approvata all’unanimità, impegna la FISH ad avviare importanti azioni politiche.

L’auspicato traguardo della parità tra uomini e donne è rintracciabile in numerosi atti normativi, legislazioni, trattati, ma quello che rappresenta la base per un’analisi del rispetto dei diritti delle donne è la Convenzione ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW), adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1979, ratificata e resa esecutiva dall’Italia con la Legge 132 del 14 marzo 1985.
Obiettivo di tale Convenzione é promuovere una piena partecipazione delle donne allo sviluppo economico sociale politico della società, eliminando ogni forma di discriminazione e ostacoli quali povertà, guerra e stereotipi di genere.
L’articolo 1 definisce come «discriminazione nei confronti della donna» ogni distinzione, esclusione o limitazione basata sul sesso, «che abbia come conseguenza, o come scopo, di compromettere o distruggere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato matrimoniale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo, su base di parità tra l’uomo e la donna».
Composta da trenta articoli, in altri la CEDAW indica diritti fondamentali per la creazione di una società nella quale le donne abbiano piena uguaglianza; si parla quindi di diritto al lavoro, di diritti nel lavoro, di diritti relativi alla salute, alla giustizia, alla formazione, alla partecipazione alla vita politica, allo sport.
Per garantirne una corretta applicazione, è previsto un Comitato, composto da ventitré esperti, che svolge la funzione di analizzare i rapporti quadriennali provenienti dai vari Stati sullo stato di attuazione della Convenzione e formula suggerimenti e raccomandazioni che, pur non essendo vincolanti, rappresentano linee guida per ottemperare le disposizioni del Trattato.
È interessante che nell’ultimo rapporto presentato dall’Italia – riferito al periodo 2012-2017 ed esaminato dal Comitato nel luglio del 2017 – le Raccomandazioni Finali esprimano la preoccupazione che le stesse donne appartenenti a gruppi svantaggiati –  tra le quali vengono citate le donne con disabilità siano inconsapevoli dei loro diritti nella cornice della CEDAW e che dunque siano prive delle informazioni necessarie per rivendicare quegli stessi diritti. È pertanto compito dello Stato avviare azioni di formazione e campagne informative per renderli esigibili.

Queste, nel dettaglio, le Osservazioni Conclusive del Comitato, relative al VII Rapporto periodico dell’Italia sulla CEDAW, presentate lo scorso anno, e riguardanti le donne con disabilità:
«47. Il Comitato accoglie con favore l’adozione del Piano d’Azione Nazionale sulla Disabilità ed il Decreto Legislativo 66/2017 sulle norme per la promozione della inclusione scolastica degli studenti con disabilità, così come la creazione del Centro di Informazione sulle Persone con Disabilità. Comunque, il Comitato è preoccupato circa:
(a) La discriminazione che incontrano le donne e le bambine con disabilità nell’accesso all’istruzione, al lavoro e alle cure sanitarie, e la loro esclusione dalla vita pubblica e sociale e dai processi decisionali;
(b) Le minime e spesso non implementate quote per promuovere l’inclusione delle persone con disabilità nel mercato del lavoro aperto;
(c) Le conseguenze di genere delle politiche attuali dove le donne sono “forzate” a restare a casa come prestatrici di assistenza e cura ad i membri delle loro famiglie con disabilità invece di essere impiegate nel mercato del lavoro;
(d) Le donne con disabilità vivono una situazione di dipendenza economica, che le pone a rischio di violenza.
48. Il Comitato raccomanda che lo Stato-parte:
(a) Adotti misure mirate per promuovere l’accesso delle donne con disabilità all’istruzione inclusiva, al mercato del lavoro aperto, alla salute, compresi i diritti e la salute riproduttiva e sessuale, alla vita pubblica e sociale e ai processi decisionali.
(b) Aumenti ed attui effettivamente le quote nelle società pubbliche e private, per promuovere l’inclusione delle persone con disabilità, in particolare le donne con disabilità nel mercato del lavoro aperto.
(c) Aumenti il sostegno finanziario per permettere alle donne con disabilità di vivere in modo indipendente in tutto il Paese ed avere uguale accesso ai servizi, compresa l’assistenza personale;
(d) Attui campagne di informazione e fornisca capacitiy-building per i funzionari dello Stato in materia di diritti e bisogni speciali delle donne e delle bambine disabili».

Donna con disabilità in carrozzina al centro di altre figure sfuocateLa Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvata nel 2006 e ratificata in Italia dalla Legge 18 del 2009, ha dedicato alle donne con disabilità l’articolo 6, proprio per dare risposta al mancato riconoscimento dei diritti delle ragazze e donne con disabilità, chiedendo agli Stati di non limitarsi alla sola astensione nell’adozione di azioni discriminatorie, ma di promuovere piani di sviluppo, promozione ed emancipazione e far accrescere la consapevolezza delle ragazze e donne con disabilità di essere titolari di diritti specifici, garantendo loro canali di comunicazione per farne sentire la voce.
Lo Stato dovrebbe quindi garantire l’empowerment [“crescita della consapevolezza, N.d.R.], promuovendo l’effettiva partecipazione ai processi decisionali politici, considerato che storicamente le ragazze e le donne con disabilità ne sono state escluse e che a causa di squilibri di potere hanno subito discriminazioni e hanno avuto meno opportunità di aderire ad organizzazioni politiche o associative.
Le ragazze e le donne con disabilità, infatti, sono soggette a discriminazione multipla, sono più esposte a rischio di violenza, sfruttamento e abuso rispetto ad altre donne e per loro è ostacolato anche il diritto alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi.
Attuare quanto indicato dalla Convenzione è una sfida che richiede volontà politica e risorse, ma a quanto pare anche in questo caso l’Italia non è stata promossa.
Nell’agosto 2016, infatti, il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, in occasione dell’esame del primo rapporto presentato dal governo italiano sull’applicazione della Convenzione in Italia, ha stilato una serie di Osservazioni che hanno evidenziato assenza o insufficiente attuazione di quanto previsto negli articoli della Convenzione stessa e richiamato l’Italia ad ottemperare su alcune importanti materie, tra le quali appunto la questione delle donne con disabilità e il colpevole ritardo dell’Italia per la mancanza di misure rivolte alle loro specifiche esigenze.
Il Comitato ha raccomandato che la prospettiva di genere sia integrata nelle politiche per la disabilità e che la disabilità stessa venga incorporata nelle politiche di genere.
Il tema Genere e disabilità è sicuramente rilevante, e l’articolo 6 della Convenzione è stato oggetto nel 2016 del Commento Generale n. 3, a cura del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che approfondisce i vari aspetti e fornisce importanti e precise indicazioni per ottemperare al dettato della Convenzione.

Con l’approvazione al proprio Congresso Nazionale della citata Mozione sulle bambine, le ragazze e le donne con disabilità, la FISH ha ratificato l’impegno già preso nell’autunno dello scorso anno, con l’adozione del Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea, prodotto  nel 2011 dall’Assemblea Generale dell’EDF (European Disability Forum) e con la partecipazione alla Manifestazione Nazionale del mese di novembre contro la violenza nei confronti delle donne. Si tratta di un percorso che continuerà con la promozione di partnership con Associazioni rappresentative dei diritti delle donne, e con il lavoro all’interno dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità.

Ana Peláez Narváez

Ana Peláez Narváez

Il tutto mentre, dopo trentasette anni di attività, per la prima volta una donna con disabilità, Ana Peláez Narváez, è stata eletta nel Comitato ONU CEDAW, che verifica cioè l’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna.
Peláez Narváez ha fatto parte per sette anni del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con disabilità, focalizzando il proprio lavoro sulle questioni di genere.
«Credo ci sia bisogno – ha dichiarato – di far confluire le tematiche delle ragazze e delle donne con disabilità sistematicamente nel lavoro della Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne. Rappresentiamo il 20% della popolazione delle donne nel mondo e tra loro siamo le più povere e costantemente soggette a gravi forme di discriminazione. Voglio concentrarmi sul rafforzamento del lavoro del Comitato CEDAW evidenziando le invisibili multidiscriminazioni che molte donne subiscono e questo significa la proposta di costruire linee guida per gli Stati aderenti per affrontare l’intersezione delle discriminazioni e assicurare che nessuna sia lasciata indietro. Spero di potere svolgere un ruolo attivo nel favorire la cooperazione tra gli Stati che hanno aderito alla Convenzione, in modo che possano apprendere l’un l’altro e adottare un coerente approccio, seguendo la stessa direzione nel momento in cui si proporranno simili questioni. Infine, credo che si dovrebbe fare di più per rappresentare la dimensione della diversità umana nel Comitato CEDAW e in particolare includere le persone appartenenti a gruppi ignorati e invisibili come le donne con disabilità: Nulla su di Noi senza di Noi!».

Vicepresidente della FISH Nazionale (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Il presente approfondimento è già apparso in «Persone con disabilità. L’informazione sulla disabilità in Lombardia», con il titolo “Disabilità, è necessaria un’alleanza tra donne” e viene qui ripreso – con alcuni riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

Per approfondire ulteriormente i vari temi legati alle donne con disabilità, va considerato innanzitutto il lungo elenco dei contributi più recenti da noi pubblicati, disponibile a fianco dell’articolo intitolato Voci di donne ancora sovrastate, se non zittite (a questo link).
Suggeriamo inoltre ai Lettori di accedere anche alle Sezioni dedicate rispettivamente ai temi Donne con disabilità, La violenza nei confronti delle donne con disabilità e anche Tutto sul Secondo Manifesto Europeo sui Diritti delle Donne e Ragazze con Disabilità, presenti nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa).