Ad un Amico che mi ha insegnato a non avere pregiudizi

«L’apertura mentale – scrive Stefania Delendati, rivolgendosi a un amico che non c’è più (ma che “c’è ancora”) -, il saper guardare al di là delle apparenze non è un dono innato per ogni persona, che sia in carrozzina o deambulante. È un duro lavoro e tu mi hai insegnato a non avere pregiudizi, a sostituirli con la curiosità di conoscere le differenze. Sappi che ce la sto mettendo tutta per mettere in pratica gli insegnamenti che inconsapevolmente mi hai lasciato in eredità, per non perdere la fiducia in un domani che includa anche la realizzazione di qualche sogno in apparenza impossibile»

Jessica Di Vito, "Speranza"

Jessica Di Vito, “Speranza”

Ciao amico mio, può apparire strano scrivere una lettera ad un amico che non c’è più in piena estate, quando si è proiettati verso pensieri leggeri.
So che tu non ti stupiresti, però, mi è sempre piaciuto il tuo non meravigliarti davanti alle cose che agli altri appaiono bizzarre, e nello stesso tempo il tuo sguardo stupito, un po’ bambino, di fronte alle piccolezze che sfuggono ai più.
Ricordo che ti piacevano le cimici che fanno schifo a tutti, ti piacevano per gli arabeschi che hanno disegnati sul dorso. Ecco, come si fa a trovare un’altra persona che scova il bello in un insetto notoriamente bruttino e ce la mette tutta per insegnare ad apprezzarlo?
Forse per questo da quasi due anni mi manchi così tanto, sento la mancanza del tuo punto di vista che non era un consiglio, era semplicemente un modo di essere non banale, un modo di intendere l’esistenza che diventava un esempio.
Secondo me non sei mai stato consapevole di quanto le persone si sentissero arricchite dalla tua presenza discreta. Non so perché sento il bisogno di scriverti, la scrittura è anarchica per natura, esce dal cuore e dall’anima. Almeno così dovrebbe essere, siamo noi ad averla imbrigliata in regole di spazio e tempi di consegna.
Quanto ti facevano arrabbiare queste imposizioni, tu che hai sempre sognato di vivere di scrittura, “maniaco” dell’accuratezza e del controllo delle fonti. Ti arrabbierai nel sapere che sto scrivendo questa lettera di getto, senza badare troppo alla sintassi? Per farmi perdonare, voglio dirti che se in questo momento sono davanti al computer e posso scrivere queste righe, come tutte le altre che ho scritto negli ultimi anni, il merito è tuo.
Un piovoso pomeriggio di domenica sei arrivato a casa mia sull’inseparabile moto, dovevi assolutamente portarmi un software di riconoscimento vocale per aiutarmi nel lavoro. Sapevi che usare la tastiera stava diventando sempre più difficile per me, le mani erano ogni giorno un po’ più deboli, non potevi aspettare che arrivasse il sole. C’eravamo conosciuti poco tempo prima, stavi scrivendo un libro sul mestiere di giornalista e un caso fortunato ha fatto incrociare le nostre strade.
Nei tuoi gesti, nelle parole, nelle tue domande, c’era una naturalezza che raramente mi è capitato di incontrare in chi non ha mai avuto un contatto diretto con una persona con disabilità. Secondo il tuo parere, avrei potuto fare qualunque cosa, bastava che lo volessi veramente.
Ti ho spiegato che il detto “volere è potere” a volte si deve scontrare con ostacoli invalicabili che nessuna forza di volontà è in grado di superare. Mi hai subito chiesto scusa, avevi paura di esserti intromesso troppo nelle mie faccende personali. Non ero offesa, non ti ho giudicato invadente, anzi, è stato un piacere confrontarmi con te e spiegarti il mio punto di vista, più pratico e meno sognatore del tuo. Eppure, ripensandoci adesso, capisco che il tuo pensiero non era del tutto sbagliato.
Ok, non potrò mai scalare l’Everest, ma alcuni limiti mi rendo conto che sono più dentro la mia testa che nella realtà. Proprio io che scrivo di inclusione da molto tempo ormai, che quando disprezzo i pregiudizi ci credo fino in fondo, mi ritrovo ad affrontare il susseguirsi delle giornate e le inevitabili difficoltà con un senso crescente di inquietudine che in teoria non dovrebbe appartenermi. Se non avessi nessun tipo di problema fisico, come reagirei davanti a me? Lo confesso, qualche preconcetto inizialmente lo avrei. È facile per chi ha una disabilità mettersi sul pulpito a far la predica ai “normodotati”, a puntare contro di loro il dito se non azzeccano il tono giusto, il discorso politicamente corretto.
L’apertura mentale, il saper guardare al di là delle apparenze non è un dono innato per ogni persona, sia essa in carrozzina o deambulante. È un duro lavoro, ci mette davanti al nostro vero io che non vorremmo incontrare perché non sempre (quasi mai) è come ci piacerebbe. L’autocritica è uno sporco lavoro per tutti, insomma.
Tu sei stato (mi correggo, sei ancora) l’amico che mi ha insegnato davvero a non avere pregiudizi, a sostituirli con la curiosità di conoscere le differenze. Sappi che ce la sto mettendo tutta per mettere in pratica gli insegnamenti che inconsapevolmente mi hai lasciato in eredità, per non perdere la fiducia in un domani che includa anche la realizzazione di qualche sogno in apparenza impossibile. Fai il tifo per me, mi raccomando.

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