Un mondo di steccati terrà fuori anche i nostri figli

«Un mondo di steccati – scrive Rosa Mauro, rivolgendosi all’attore e personaggio televisivo Fabrizio Bracconeri, padre di un ragazzo con autismo, e riferendosi ad alcune posizioni pubbliche recentemente assunte da quest’ultimo – terrà fuori rom ed emigranti, profughi e islamici. E i nostri figli insieme a loro. La vera libertà, infatti, sono le braccia aperte, non quelle armate. La vera libertà sono parole d’amore, non di odio»

Giovane a braccia aperte verso il mareCaro Fabrizio Bracconeri, ho aspettato a lungo a scriverti questa lettera [la presente riflessione di Rosa Mauro prende spunto da alcune posizioni pubbliche assunte dall’attore e personaggio televisivo Fabrizio Bracconeri, di cui si può leggere ad esempio a questo link, N.d.R.]. Poi ho deciso di farlo, anche se magari tu non la leggerai, ma chissà, la speranza è l’ultima a morire.
Ho deciso di scrivertela per raccontarti una storia, la tua storia, come l’ho vista io, senza la pretesa che sia la verità assoluta, ma per offrirti uno specchio magari diverso dai soliti.

C’era una volta un ragazzo cicciottello, comparso in televisione per una serie giovanilistica, scanzonata, intitolata I ragazzi della 3ª C.
Il suo sguardo era quello di uno che ne aveva passate, malgrado recitasse una parte leggera e simpatica, il ciccione del gruppo che deve essere simpatico per forza. Ma dietro c’era il ragazzo Fabrizio Bracconeri, quello vero, e si vedeva che, come me, non aveva poi avuto ’sti grandi amici a scuola, che aveva sofferto e pagato. Io gli volevo bene, a quel Fabrizio dietro la telecamera, e gli auguravo un gran bene.
Poi sei cresciuto: hai recitato in altri film e sei dimagrito. Il tuo sguardo – allora ci vedevo ancora bene – è cambiato: era lo sguardo duro del vincente, di quello che ora la farà pagare a tutti.
Infine sei sparito: per anni, hai diradato i tuoi impegni, ho saputo che avevi un figlio, che aveva problemi.
Non so cosa mi aspettassi quando sei tornato in televisione. Ma non quello che è successo. Il tuo sguardo era ancora più duro. Hai parlato di tuo figlio, che come il mio ha una determinata condizione [disturbo dello spettro autistico, N.d.R.], hai parlato delle tue lotte, ma sopratutto, hai parlato di odio contro gli altri.
Il tuo odio spazia dai profughi, agli emigrati, ai rom… Dichiarazioni spaventose sono uscite dalle tue interviste, gente che doveva naufragare solo perché aveva la pelle scura, volevi riempire di prosciutti le moschee e bruciare i campi rom.
Sai, Fabrizio, all’inizio ho creduto che fossi semplicemente impazzito. Succede, di impazzire dal dolore. Ma poi ho capito, ed è stato peggio.
Tu volevi ancora essere tra i vincenti. Ad ogni costo. Tuo figlio, in un modo subliminale, ti aveva ributtato nel mondo degli altri, di noi perdenti, Fabrizio, quelli che si devono rimboccare le maniche, e che la gente non invita alle feste. E tu in quel mondo non ci vuoi più stare, hai sofferto troppo, e ora faresti qualsiasi cosa per tenertene lontano. Anche buttare a mare tutti quelli che non sono tuo figlio, ignorando che lui sarà sempre uno di loro, uno di noi.
Se tuo figlio potesse parlare – ignoro se possa farlo o meno – ti direbbe: «Papà, insieme a quei bambini dalla pelle scura, a quei rom, questa gente, i vincenti, gli arrivati, quelli che stanno nei posti di potere, ci mettono anche me…».
Io non sarò mai un vincente, e tu in questo modo, non stai dalla mia parte, ma dalla loro. Un mondo che esclude gli ultimi esclude anche tuo figlio, Fabrizio, e tu sei in quel mondo, lo blandisci, lo proteggi. Ti permetti di avallarlo pubblicamente, e di parlare come genitore di un ragazzo con autismo. Ti permetti di parlare a nome nostro, ma a nome mio, mi spiace, non parli.

Un mondo di steccati terrà fuori rom ed emigranti, profughi e islamici. E i nostri figli insieme a loro. Solo un mondo aperto e solidale è il mondo adatto a tuo figlio, ma tu sei disposto a sacrificare, pur di rimanere tra quelli buoni, tra quelli ascoltati, anche e proprio quel figlio che dici di amare tanto.
Caro Fabrizio, io non ho parole di odio per te, te ne hanno dette altri, ma io per te ho solo pietà. Spero tu possa ritrovare quel ragazzino un poco cicciottello che i bulli hanno ucciso, facendone un bullo. Quello avrebbe riconosciuto negli emigranti, nei rom, in tutti i diversi della terra, suoi fratelli, il bullo che sei diventato, invece, li vuole morti.
Non fare vincere i bulli, Fabrizio, perché loro pesteranno tuo figlio e nel loro mondo perfetto, non lo vorranno mai. Stai dalla parte dell’umanità, perché un giorno ti guarderai allo specchio, e non ti riconoscerai. E le tue parole per te saranno pietre, per te e per tuo figlio. Le stesse pietre, lo stesso dolore che vuoi infliggere contro quelli che, come tuo figlio e come il mio, sono inermi contro l’arroganza, la presunzione e l’odio.
Scegli, Fabrizio Bracconeri. Ma scegli contro la paura, e contro il desiderio di appartenere ai tuoi carnefici.
La vera libertà sono le braccia aperte, non quelle armate.
La vera libertà sono parole d’amore, non di odio.
Abbraccio te, e abbraccio tuo figlio, malgrado tutto, sperando che un giorno, tu ricambi il mio abbraccio.
Rosa, madre di Giovanni, persona con disabilità, amica dei rom, dei migranti, del mondo.

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