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Tutto cambia, ma la cultura dell’inclusione rischia di regredire

Cartelli stradali con le scritte "Past" (passato), "Present" (presente) e "Future" (futuro)Altri tempi, quando «ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una norma, un peso e una misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare il reddito annuo corrispondente… Ogni famiglia aveva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze o per gli obblighi sociali, e vi era anche sempre  una piccola riserva per gli imprevisti per le malattie… Questo senso di sicurezza era il possesso più ambìto, l’ideale comune… Solo chi poteva guardare l’avvenire  senza preoccupazioni, godeva il presente in tutta tranquillità» (Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo).
Tempi che appartengono a un passato che non potrà ritornare; e ciò detto senza alcuna nostalgia e ricerca di valori da recuperare o da mitizzare, ma con attenzione alle insicurezze di un mondo in frenetico, continuo e rapido cambiamento.
Abitiamo un mondo che cambia in continuazione e ci costringe a una vita non costruita da noi e a una quotidianità di azioni che si rinnovano in continuazione. Tutto arriva e passa senza che nulla possa trasformarsi in abitudine o in una tranquillizzante consuetudine. Le persone trascinano un fardello di apprendimenti ed esperienze che perdono rapidamente significato e utilità.
L’anziano in tutte le culture era considerato la fonte della saggezza, dell’esperienza, la memoria storica della  famiglia e della comunità. Bisognava ascoltare il suo parere prima di prendere un’iniziativa, realizzare un progetto, iniziare un nuovo percorso. Oggi, tolte alcune occasionali curiosità in merito ai tempi andati, il parlare con un anziano ci fa comprendere quanto poco appartenga al mondo in cui vive; ha vissuto valori, esperienze, appreso cose e utilizzato strumenti non più in uso, sconosciuti e inutili alle nuove generazioni. Uomini che hanno vissuto un’altra epoca, con una diversa psicologia e una differente socialità.

«Tutto brilla di novità e alla fine non si sa più se il mondo è davvero peggiorato o se noi soltanto siamo invecchiati» (Robert Musil, L’uomo senza qualità).
Potremmo concludere che è sempre stato così. La letteratura è ricca di esempi: anziani che si lamentano dei giovani d’oggi e che rimpiangono i tempi andati. Ma tutto questo avveniva quando il tempo aveva un altro valore, c’era la possibilità di riflettere e comprendere i cambiamenti. Quello che oggi invece sconcerta è la rapidità, la vastità e la radicalità con cui avvengono le trasformazioni, un fatto senza precedenti nella storia dell’uomo. Mutazioni che incidono sulla natura, sul clima, sugli animali, sulla vita quotidiana delle persone.
Purtroppo i tempi di apprendimento non riescono ad essere adeguati ai tempi di ingresso delle novità. Disponiamo di una tecnologia che rischia di essere obsoleta appena viene messa sul mercato. Spesso ci impegnamo a comprendere e a gestire strumenti e azioni che hanno vita breve e che ci spingono a non utilizzarli o a delegare ad altri il compito.

«Le condizioni diventano obsolete prima che gli attori abbiano avuto una qualche possibilità di apprendere correttamente. È incauto trarre lezioni dall’esperienza e fare affidamento sulle strategie e tattiche utilizzate con successo in passato: anche se qualcosa ha funzionato, le circostanze cambiano in fretta e in modo imprevisto e, forse, imprevedibile» (Zygmunt Bauman).
Siamo sempre più spettatori che autori di un cambiamento perenne che ci spinge  in un cammino prudente e timoroso, in  territori sconosciuti che generano insicurezze, frustrazioni e ansie, senza comprendere per quale fine, verso quale meta. Sembriamo anacronistici passeggeri di un treno che corre in un Paese straniero, che si ferma in stazioni che non ci ricordano nulla, con nuovi passeggeri che non comprendiamo e che non ci comprendono perché troppo diversi da noi, verso una meta che non sappiamo quale sia.

«Vivere un presente continuo un qui e ora senza passato e un futuro che non si riesce ad immaginare. Il desiderare di trasmettere quello che si è e quello che si ha in frustrazione» (Stefan Zweig cit.).
La crisi economica ha accelerato le trasformazioni sociali in atto, passando rapidamente dal sistema finanziario al sistema bancario e quindi all’economia virtuale, con un conseguente calo della produzione, perdita di occupazione, precarizzazione dei rapporti di lavoro e con una ovvia conseguente crescita della povertà individuale e sociale.
Alla crisi economica, che ha colpito il sistema occidentale, si sono aggiunte le trasformazioni demografiche: bassi tassi di natalità, invecchiamento della popolazione, emigrazione ed esodi di massa, che hanno trasformato la crisi in un rapido cambiamento epocale che ha reso necessario e urgente un aggiornamento delle strategie economiche, produttive, del mercato del lavoro, dei servizi ai cittadini e del welfare in generale.
Nel frattempo le singole aziende hanno cercato di reagire prontamente e in vario modo attivando forme di esternalizzazione (ricorrendo cioè a fonti esterne in grado di fornire beni e servizi), internalizzazione (ricorrendo a imprese esterne portate all’interno per occuparsi di segmenti produttivi), internazionalizzazione (spostando oltre confine la produzione), innovazione (investendo in ricerca e tecnologia e aprendosi a nuovi mercati).
Queste strategie aziendali hanno prodotto un radicale cambiamento nei rapporti di lavoro tra i vari soggetti coinvolti (imprenditori, lavoratori, sindacati ecc.) e hanno modificato i rapporti fra il lavoratore, l’azienda e la produzione.
Sembra però che solo le aziende abbiano compreso che il cambiamento è diventato una condizione ordinaria di produzione e di vita, con una conseguente imposizione di un riallineamento continuo a  volte incoerente con il passato. È per queste ragioni che è necessario e urgente trovare nuovi modi per rispondere a vecchi bisogni e alle nuove contraddizioni che si presentano.

Il mercato del lavoro dipende dall’economia, da essa prende forma e contenuto e se la stessa è drasticamente cambiata, anche il mercato del lavoro, i servizi e gli operatori devono cambiare. Abbiamo infatti un mercato del lavoro scoordinato, confuso e inefficace.
Il lavoro è la via principale per accedere alla normalità, alla vita comune, all’identità, intesi come progetto di vita, come sicurezza, come successo.
Il lavoro, nell’era moderna, ha assunto una posizione predominante nelle attività umane, è stato enfatizzato fino al punto di costruire identità e ruolo delle persone. Il lavoro è sempre più il luogo di incontro delle persone, il rapporto fra individuo e collettività, luogo di integrazione, interazione, inserimento, inclusione. Esso, infatti, ha acquisito sempre più rilievo nella vita dell’uomo contemporaneo, fino a diventarne l’essenza stessa.
L’identità personale passa attraverso il ruolo che il singolo ha rispetto al contesto sociale in cui vive. La professione e il suo curriculum lo rappresentano sempre più, dandogli un ruolo sociale e un’identità personale, in una fusione sempre più forte fra essere persona ed essere lavoratore.
Di conseguenza, non avere un lavoro vuol dire non avere uno status sociale, non avere dignità e riconoscimento da parte del gruppo di appartenenza e personale, rischiando di togliere significato  alla vita stessa.
Il disorientamento e l’ansia conseguenti all’assenza di un lavoro si acquietano solo quando si è occupati, quando si appartiene a un contesto, quando si ritrovano una propria identità, una stima di sé e una conseguente voglia di vita.

Il lavoro è occasione di scambio, di esperienze comuni, di condivisione umana, è strumento di confronto con se stessi e con gli altri, è un modo per raggiungere obiettivi e risultati. È l’accesso alla vita attiva, alla vita sociale, alla vita.
A molti manca un’occupazione non per cause contingenti e quindi passeggere, ma perché il mondo del lavoro li rifiuta a causa delle loro diversità o perché non possono avere un impegno lavorativo “regolare”, cosicché vivono isolati nel loro ristretto ambito familiare, senza alcuna prospettiva di integrazione o, peggio, in attesa di un temuto aggravarsi della propria malattia.
Il lavoro, divenuto oramai elemento fondamentale della vita dell’uomo moderno,   per la persona con disabilità l’unico strumento disponibile per uscire dall’ isolamento sociale e dall’assistenzialismo a cui troppo spesso è soggetto. L’integrazione passa attraverso il rapporto fra l’identità personale e il ruolo di reciprocità sociale. Più cresce l’integrazione e aumentano l’identità personale e il ruolo sociale, più si rafforza l’inclusione, l’autostima e la sensazione di benessere.
Il lavoro impone un’organizzazione programmata della  giornata e offre una ragione per alzarsi e affrontare il nuovo giorno, producendo una routine tranquillizzante che, in quanto tale, inibisce l’ansia e produce benessere e quindi equilibrio psicofisico. Ecco perché dobbiamo occuparci e preoccuparci del futuro lavorativo dei figli, soprattutto di quelli “socialmente deboli”.
Purtroppo, questa che dovrebbe essere una preoccupazione sociale e non solo familiare, oggi non è oggetto di un’adeguata attenzione da parte:
° della classe politica e delle istituzioni, impegnate ad affrontare altre emergenze e contraddizioni sociali;
° dei servizi per il collocamento disabili, che non sono strutturati per attivare politiche di sostegno attivo di inserimento lavorativo e procedure facilitanti;
° dei servizi sociali, costretti dalle contraddizioni sociali ad impegnarsi sul fronte delle nuove povertà;
° delle aziende, sottoposte a pressanti esigenze di mercato, che si affannano a cercare lavoratori  con disabilità “sempre più abili” o ad evadere gli obblighi di assunzione previsti dalla Legge 68/99;
° delle cooperative sociali, impegnate nella ricerca di nuovo lavoro e a rispondere ai bisogni di altre categorie di svantaggio sociale;
° delle associazioni, storicamente non impegnate sul fronte del lavoro e, fatte alcune eccezioni, ancora troppo poco attente.

Purtroppo il protrarsi di questa situazione ci porterà inevitabilmente verso una regressione della cultura dell’inclusione e verranno riproposte inevitabilmente soluzioni di tipo emarginanti. Si pensi al riemergere del dibattito sulle scuole speciali, sugli istituti, sui laboratori protetti e così via, situazioni spesso presentate come ricerca del nuovo, con strutture pubblicizzate come lodevoli iniziative da imitare, che altro non sono se non il restyling di “ruderi sociali” abbandonati dopo lunghe e drammatiche battaglie.
Non conoscere il passato o averlo dimenticato non ci aiuta nel percorso di sviluppo della cultura dell’inclusione sociale. Spetta a ognuno di noi, dalle proprie periferie geografiche e sociali, richiamare l’attenzione e farsi carico di un indispensabile cambiamento. È nostro dovere lasciare al futuro un passato migliore di quello che abbiamo  ereditato.

Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco (marino.botta@umana.it).