Quando tre centimetri possono diventare una “gabbia”

«Non esistono “disabili a norma”, ma dovrebbero esistere invece ausili adattati alla maggior parte delle disabilità. Chi ha progettato quegli elevatori non ha dimestichezza con la disabilità, un mondo variegato di necessità»: così Vito Berti, persona pugliese con disabilità motoria, racconta la disavventura vissuta alla Stazione di Roma Termini, quando ha rischiato di restare bloccato nella Capitale, a causa di un elevatore più corto di tre centimetri…

Vito Berti

Vito Berti

«Quanto mi è accaduto, e che potrebbe accadere quotidianamente anche ad altri, dimostra che ancora oggi il diritto inalienabile alla mobilità di tutti i cittadini può essere negato, a volte per motivazioni futili e tecnicamente superabili. Non esistono infatti “disabili a norma”, ma dovrebbero esistere invece ausili adattati alla maggior parte delle disabilità. Chi ha progettato quegli elevatori non ha dimestichezza con la disabilità, un mondo variegato di necessità. Ad esempio c’è chi, come me, ha una patologia che impedisce di piegare le gambe. Basterebbe realizzare elevatori un poco più lunghi, per permettere a tutti di entrare. Per permettere che tre centimetri non si trasformino in una “gabbia”».

È efficace l’immagine usata da Vito Berti – tre centimetri che rischiano di trasformarsi in una “gabbia” – nel raccontare a un quotidiano locale la disavventura vissuta alcuni giorni fa alla Stazione di Roma Termini, dove doveva tornare in treno a Lecce, la sua città di nascita e di residenza.
Berti è una persona con tetraplegia, che tra l’altro, qualche settimana fa, ha fatto parte  della delegazione pugliese di ENIL Italia (European Network on Independent Living), che ha incontrato Salvatore Ruggeri, assessore al Welfare della Regione Puglia, occasione durante la quale è stata presentata ufficialmente la proposta di una Legge Regionale per la Vita Indipendente.
Viaggia quanto più possibile e in realtà era già abbastanza abituato a vivere qualche disavventura nelle stazioni ferroviarie. «Accade spesso – racconta infatti – che la mia carrozzina, come quella di tante altre persone con disabilità, non entri tutta negli elevatori che permettono di salire dalla banchina al treno. E questo perché si tratta di un servizio esternalizzato, affidato ad alcune cooperative, cosicché, a seconda delle stazioni, gli elevatori possono cambiare. Alla Stazione di Lecce, ad esempio, non ho mai avuto problemi. A Roma Termini, sempre!».

Ed è quanto è regolarmente successo anche in quel determinato giorno, con l’elevatore del Frecciargento Roma-Lecce, così come in altre situazioni, risolte grazie a un piccolo escamotage. Quella volta invece… «Ero sulla banchina adiacente alla carrozza 3 – ricorda Berti – ed ero già entrato, quasi totalmente, nell’elevatore utilizzato dagli addetti all’assistenza, quando si sono accorti che la lunghezza della sedia a rotelle non consentiva la chiusura dell’elevatore stesso per circa tre centimetri. Sono vent’anni che utilizzo il servizio di assistenza delle Ferrovie dello Stato e tutte le volte che si era verificata questa circostanza, gli addetti avevano sempre utilizzato un piccolo escamotage tecnico per evitare che l’ausilio, non chiudendosi completamente, si bloccasse e non consentisse di manovrarlo come necessario. Un escamotage, va detto, che non comporta alcun problema di sicurezza durante le operazioni di imbarco, visto che la mia sedia, come tutte quelle elettroniche, attiva automaticamente il sistema frenante, non appena viene rilasciato il joystick di comando o comunque quando è spenta».
E invece, come detto, in quell’occasione gli addetti al servizio si sono rifiutati di utilizzare quell’accorgimento, avanzando motivazioni di carattere regolamentare. Ecco perché tre centimetri hanno rischiato di trasformarsi in una “gabbia” e di lasciare la persona bloccata a Roma.

Dopo lunghe e non certo simpatiche discussioni, a sbloccare positivamente la situazione è stato un funzionario delle Forze dell’Ordine che pur non essendo in attività, ha proposto a Berti di assumersi la responsabilità di eventuali danni causati dall’improprio utilizzo dell’elevatore, dichiarandosi a propria volta testimone del fatto, in qualità di pubblico ufficiale.
Proposta naturalmente bene accetta, ma non ancora dagli addetti all’assistenza, che solo dopo altri momenti di animate discussioni, hanno finalmente proceduto all’operazione di imbarco sul treno.

E Trenitalia come ha risposto alle lamentele inviate successivamente? Che gli elevatori utilizzati sono conformi alla normativa vigente e che la carrozzina di Vito Berti era troppo grande…
Il giudizio ai Lettori. (S.B.)

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