La moda accessibile e il diritto di piacersi, tra novità e pregiudizi

«Per molti anni – esordisce Stefania Delendati, in questo approfondimento dedicato alla “moda accessibile” – la tuta da ginnastica è stata la “divisa” delle persone con disabilità. È stato così almeno fino a quando la disabilità è stata l’equivalente della malattia, argomento poco incline a sposare l’estetica e il piacere di sentirsi belli fuori, perché un disabile dev’essere “bello dentro” d’ufficio e questo gli deve bastare… Nel corso del tempo, però, nell’aria ha iniziato lentamente a soffiare una brezza nuova…»

Danielle Sheypuk

Danielle Sheypuk è stata la prima modella in carrozzina a sfilare nel 2014 alla “Ney York Fashion Week”

La tuta da ginnastica è la “divisa” delle persone con disabilità. Comoda, larga, facile da indossare da soli (per chi ce la fa) oppure aiutati da qualcuno. Se ti muovi con difficoltà, non devi andare tanto per il sottile, la praticità prima di tutto! È stato così per molti anni, almeno finché la disabilità è stata l’equivalente della malattia, argomento poco incline a sposare l’estetica e il piacere di sentirsi belli fuori, perché un disabile dev’essere “bello dentro” d’ufficio e questo gli deve bastare…
Nel corso del tempo, lentamente, nell’aria ha iniziato a soffiare una brezza nuova. Persone con disabilità, soprattutto donne, hanno abbandonato l’informe “divisa”, preferendo un look più personale, alla moda, insomma normale. Parola che mi piace poco – chi può dire cosa sia la “normalità”? -, ma che nel caso specifico significa avere la possibilità di vestirsi con lo stile che ci è più congeniale, alla pari di qualunque altro individuo.
La chiamano Adaptive Fashion, abbigliamento adattato alle esigenze cosiddette “speciali” di acquirenti che non vogliono rinunciare a sentirsi glamour. Un potenziale grande business, anche, che l’industria della moda comincia a prendere in considerazione.

Nel caso degli abiti, una barriera può essere costituita da un tessuto troppo rigido o pesante che ingombra e limita i movimenti, dai bottoni che solo dita svelte riescono ad infilare nelle asole, da cuciture troppo spesse che fanno male quando si rimane tante ore seduti sulla sedia a rotelle. E poi ci sono gli ausili e i supporti posturali (busti, tutori eccetera), che “occupano” spazio all’interno degli abiti e ne modificano la vestibilità. Si può lavorare intorno a queste necessità, ovviando agli ostacoli, coniugando eleganza e bellezza con la portabilità dei capi d’abbigliamento? Lo si può fare senza creare il nuovo “ghetto” della moda per disabili?
Il tema è abbastanza nuovo, nel senso che solo da pochi anni se ne parla con una certa frequenza. Apripista è stato il noto brand Tommy Hilfiger, il primo tra i grandi nomi che ha dimostrato di credere nell’Adaptive Fashion. Per lanciare in America la sua collezione primavera-estate 2018, dedicata a chi ha problemi di mobilità, ha scelto testimonial di grido. Nella campagna che pubblicizza i settanta capi della Tommy Adaptive, si vedono infatti il campione paralimpico Jeremy Campbell con jeans dagli orli magnetici che si adeguano alla protesi, la modella amputata e blogger Mama Cax, che indossa un trench con chiusura a velcro nascosta da una finta abbottonatura doppiopetto, mentre la ballerina paraplegica Chelsie Hill porta un abito che grazie alle chiusure magnetiche sulle spalle si può mettere e togliere con semplicità. E spazio anche alle disabilità che non si vedono, con lo chef autistico Jeremiah Josey.
In soli due anni Hilfiger ha dato a questa nicchia di mercato “diritto di cittadinanza” nella moda, partendo nel 2016 con una linea di abbigliamento per bambini, frutto della partnership con l’associazione non-profit Runway of Dreams, voluta dalla stilista Mindy Scheier, mamma di un bambino affetto da distrofia muscolare.

Mama Cox

La modella amputata e blogger Mama Cox

Non è rimasto un caso isolato. All’inizio di quest’anno, infatti, la catena americana Target ha cominciato a vendere nei suoi negozi abbigliamento Adaptive Casual, mentre la multinazionale Marks & Spencer si rivolge ai più piccoli con disabilità, accogliendo i suggerimenti dei genitori per vestiti uguali a quelli della collezione principale, con l’aggiunta di qualche accorgimento.
Il parere di chi quegli abiti li indossa (o aiuta qualcuno ad indossarli) può essere determinante. Ne è un esempio la sgargiante tuta impermeabile che un giorno è comparsa sul sito di e-commerce Asos. Realizzata sì per persone con disabilità, con l’aiuto dell’atleta paralimpica Chloe Ball-Hopkins, che ha fatto da modella, ma indossabile da chiunque, compreso chi non è seduto sulla sedia a rotelle. Un capo di vera moda inclusiva, per tutti nell’accezione più ampia, nato dalla lettera di una ragazza con una patologia neuromuscolare, appassionata di concerti, che non volendo rinunciare alla musica live quando piove e fa freddo, ha scritto al portale di shopping on-line, per domandare se fosse possibile avere un impermeabile comodo e al passo con le tendenze fashion.

È proprio dai giovanissimi che arrivano le iniziative più coraggiose e innovative. Camila Chiriboga è una ventiduenne stilista di origine ecuadoriana residente a New York. Ha esordito disegnando una collezione per persone in dialisi, per agevolarne la svestizione prima del trattamento, e ha lavorato con chi ha subìto una paralisi cerebrale.
Considera l’abbigliamento un mezzo per vivere meglio, accrescere l’autostima ed essere più indipendenti. Sua è la linea di abiti per non vedenti vincitrice di un concorso, Disrupt Aging Design Challenge, che chiedeva ai partecipanti di esplorare il mondo delle creazioni inclusive.
Camila ha interpellato tre persone con deficit della vista, si è informata sui loro bisogni e ha ritagliato un guardaroba fatto di tessuti identificabili facilmente al tatto, vestiti double face con codici a barre che una app dello smartphone legge, per garantire abbinamenti cromatici corretti. Il cellulare riconosce modelli e colori, parla e interagisce, non è necessario l’intervento di un’altra persona per uscire di casa con stile.

L’ Adaptive Fashion è un mercato tutto da esplorare, Gran Bretagna e Stati Uniti lo stanno facendo, non foss’altro perché i clienti con disabilità pagano come qualunque consumatore!
Dall’altra parte della Manica si è esteso il discorso all’accessibilità dei negozi che, tra gradini all’ingresso, mensole troppo alte e camerini in cui non entra la carrozzina, sono spesso uno scoraggiante percorso ad ostacoli.
Il movimento sorto per denunciare questa discriminazione, Help Me Spend My Money, ha calcolato che le barriere architettoniche negli esercizi commerciali comportano una perdita settimanale di 420 milioni di sterline, molte nel settore dell’abbigliamento, in quanto chi ha una difficoltà motoria rinuncia a fare shopping.

Chloe Ball-Hopkins

L’atleta paralimpica Chloe Ball-Hopkins ha fatto da modella per il sito di e-commerce Asos

In Italia siamo ancora piuttosto indietro, soprattutto a livello culturale. Alcuni anni fa un socio dell’azienda MEC Service di Olgiate Olona (Varese) si è fratturato una gamba, ha dovuto portare degli estensori, e ci si è resi conto che non esisteva abbigliamento di qualità, bello e confortevole, indossabile nella sua condizione, esclusa la classica tuta da ginnastica. Da questo “incidente” ha preso vita una collezione di abiti per persone con ridotta mobilità, adatti anche per chi ha disabilità temporanee, come può esserlo appunto una gamba rotta. I vestiti sono stati proposti in diversi grandi magazzini e negozi che vendono articoli sanitari. Ebbene, nessuno si è mostrato interessato, alcuni non hanno neanche voluto vederli.
È andata meglio alla padovana Lydda Wear, azienda di confezione dove negli Anni Settanta si realizzavano capi di abbigliamento in conto terzi per note marche. I proprietari avevano un figlio paraplegico e il fratello, Pier Giorgio Silvestrin, attuale dirigente dell’impresa, ricorda: «Mia madre voleva vestire mio fratello con dei pantaloni “perfetti” e questo il mercato tradizionale non lo offriva. Lei li voleva “alti dietro e bassi davanti” e quindi a sgridare mio padre che con metro, gesso e forbice impostava i primi modelli».
Nei primi Anni Novanta, Lydda Wear comincia a produrre su scala industriale gli abiti che mamma e papà cucivano per il figlio. È un successo: nel 2010 vince il primo premio Sodalitas Social Award di Assolombarda per la categoria Innovazione di Prodotto. Oggi il suo catalogo, disponibile anche per acquisti on-line, propone abbigliamento per adulti e bambini, compreso l’intimo, e non trascura vestiti per specifiche patologie, come la malattia di Alzheimer e di Parkinson, che comportano una notevole “fatica” per vestire la persona che ne è affetta.
Sono abiti che investono molto sulla funzionalità, come quelli della piemontese Vesto Libero, sorta nel 2017 in collaborazione con Torino Social Innovation e la CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà).

Da noi tra bellezza e comodità, vince ancora quest’ultima. Eppure vestirsi seguendo il proprio gusto è un tassello fondamentale per la costruzione dell’identità personale, un modo per sentirsi meglio con gli altri, non poterlo fare è una sorta di mortificazione. E c’è anche chi si meraviglia che una persona con disabilità voglia apparire gradevole, perché con tutti i problemi che deve affrontare, la cura del proprio aspetto è considerata un’inutile frivolezza alla quale può facilmente rinunciare.
Ha contribuito in parte a cambiare la mentalità comune il volto di Bebe Vio, ambasciatrice della Maison Dior, ma gli stereotipi da abbattere sono ancora molti.
Dall’anno scorso la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) ci sta provando con il progetto Diritto all’eleganza che ha già coinvolto due istituti scolastici dove si formano gli stilisti di domani, a Firenze e a Ottaviano (Napoli).
Partendo dal presupposto che ogni disabilità è un caso a sé, e che anche all’interno della stessa patologia ogni persona ha esigenze proprie, e quindi non potrà mai esistere un capo perfetto, si vuole comunque trasmettere il messaggio che per fare la differenza sono sufficienti piccoli dettagli ben studiati: etichette stampate a caldo per non irritare la pelle (poche cose sono fastidiose come un’etichetta ruvida che gratta la nuca e le braccia che non si muovono per spostarla!), cuciture piatte, aperture delle gambe più ampie e regolabili, velcro, zip e magneti al posto dei bottoni, così come al momento dell’ideazione considerare lo spazio per i bendaggi e tasche che nascondono i tubi per l’alimentazione.

Paola Antonini

La top model brasiliana Paola Antonini, amputata a una gamba dopo un incidente

Se c’è un àmbito dove andiamo di pari passo con gli altri Paesi, questo è il luccicante pianeta delle passerelle. L’abbiamo visto alla Milano Fashion Week Inclusive 2018 e alla Roma Inclusive Fashion Night 2018, sfilate organizzate dall’Agenzia Iulia Barton in collaborazione con la Fondazione Vertical, una ONLUS che si occupa di paralisi midollari, con il patrocinio della Camera Nazionale della Moda Italiana.
Si sono visti indossatori e indossatrici in carrozzina o amputati, vestiti da stilisti internazionali. Modelli comunque bellissimi, volti perfetti e corpi vicinissimi agli ideali richiesti dall’industria del fashion, star dei social come la top model brasiliana Paola Antonini, amputata a una gamba dopo un incidente, seguitissima su Instagram, o la collega Shaholly Ayers, che spopola su Facebook.
Usare la popolarità per cambiare la percezione della disabilità, non è una missione del tutto nuova. Prende le mosse da un’iniziativa dello stilista britannico Alexander McQueen, che vent’anni fa fece sfilare l’atleta paralimpica Aimée Mullins, intagliando egli stesso le sue protesi in legno per le gambe. Fu una cassa di risonanza che segnò uno spartiacque, la prima top model con disabilità, ma si è dovuto aspettare il 2014 per vedere alla New York Fashion Week la prima modella in carrozzina, Danielle Sheypuk.
Stiamo parlando anche in questi casi di “ragazze da copertina”: alla fine degli Anni Novanta, infatti, la Mullins è stata nominata da «People» una delle cinquanta persone più belle del mondo. Questo rimane un tabù da abbattere, continuiamo a vedere disabilità “normali”, modelli dalle movenze naturali che soltanto non muovono le gambe. Non vi sono altre tipologie di corpi, quando sappiamo benissimo che esistono patologie che modificano la struttura fisica e rendono i movimenti scoordinati. Ha avuto quindi “fegato” la Diesel, famoso marchio italiano di abbigliamento casual, che per una campagna pubblicitaria di alcuni anni fa, potremmo dire in tempi non sospetti, ha scelto Jillian Mercado, indossatrice con distrofia muscolare, molto conosciuta su Instagram e portata alla ribalta del grande pubblico dalla cantante Beyoncé. La stessa modella è apparsa sulla cover di Teen Vogue non molto tempo fa, seduta sulla sedia a rotelle, posata su un piedistallo, con un abito super colorato e i capelli biondo platino acconciati in modo stravagante.
Si è spinto oltre il brand di lingerie Aerie che dal 2014 si fa promotore di un’idea di donna senza ritocchi a colpi di photoshop. In una recente pubblicità sui social ha mostrato donne sorridenti e “imperfette”, non solo in carrozzina, con le stampelle o con la sindrome di Down, come la ginnasta Chelsea Werner, ma anche con dispositivi per l’insulina e la colostomia.

Chelsea Werner

La ginnasta Chelsea Werner, giovane con sindrome di Down, protagonista di una recente pubblicità sui social, che ha mostrato donne sorridenti e “imperfette”

Se con il passare dei decenni la moda si è evoluta e piano piano ha accolto modelle di colore, indossatrici più “in carne” e modelli dall’orientamento sessuale “diverso”, è giusto che inizi a mostrare con tutti i tipi di disabilità la bellezza della varietà umana.
Ne dovrà passare ancora di acqua sotto i ponti per avere una rappresentazione del corpo completamente inclusiva, essere magri e “fisicati”, infatti, rimane un requisito prioritario (purtroppo anche nella vita di tutti i giorni, non soltanto nel mondo della moda), ma quel che si comincia a vedere è di buon auspicio ed è bene che se ne parli.

Considerazioni conclusive, di ordine pratico e soprattutto personali, pertanto condivisibili o meno. Unire il dilettevole (ovvero vestirci seguendo il nostro gusto) all’utile (la comodità nostra e di chi fisicamente ci veste) è un traguardo raggiungibile, senza bisogno di spendere una fortuna in abbigliamento griffato e senza affidarsi a linee studiate ad hoc per la disabilità. Frequentate negozietti e mercati rionali, spesso offrono più scelta, anche le catene di vendita che si trovano nei grandi magazzini sono una buona risorsa per chi cerca capi comodi e di tendenza. Lo shopping on-line può darvi una mano, provate comprando qualcosa che somigli a un capo che avete già, che vi piace e indossate facilmente. Così prenderete confidenza con taglie e modelli, vedendo che internet diventerà un alleato fedele del vostro guardaroba.

Non tutto sta bene a tutti (e questo vale anche per i non disabili), dunque dovete prepararvi a lasciare gli occhi e il cuore su qualche abito che vi piace proprio tanto, ma che addosso a voi non calzerebbe a pennello. Se per vostra fortuna avete un familiare o un amico che se la cava con ago e filo, sfruttatelo senza misericordia! Alcuni capi che usciti dal negozio presentano qualche caratteristica che li rende “difficoltosi” da mettere addosso, con un piccolo intervento sartoriale diventano impeccabili. Altrimenti affidatevi ai laboratori di sartoria che ultimamente sono sorti come funghi pure nei paeselli di provincia, avrete abiti modificati con una spesa di pochi euro. Giocate con gli accessori, scarpe e bijoux (questi ultimi per le donne, ma anche per gli uomini, perché no?); signore e signorine possono contare su “trucco e parrucco” (per i capelli vale il discorso dei gioelli, gli uomini non sono esonerati). Il tacco dodici è probabilmente un miraggio, ma sneakers, sandali e stivaletti pratici e belli non mancano.
A proposito, se non riuscite ad allacciarvi le scarpe da soli, on-line trovate dei lacci elastici che potrebbero fare al caso vostro. E se ogni tanto vi va di infilarvi una tuta da ginnastica, bene lo stesso, basta che sappiate che le alternative sono possibili. Non è poi così difficile riappropriarsi del diritto di piacersi riflessi nello specchio!

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