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Viaggio all’interno dell’ADHD

Copertina del libro di Anna Maria Sanders "Non ci sto più dentro!"Verrà presentato nel pomeriggio di domani, 17 gennaio (ore 18.30), alla Libreria Erickson di Roma (Viale Etiopia, 20), un libro decisamente interessante, poiché ne è protagonista, in prima persona, Max, un ragazzo di 11 anni con ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), che si racconta attraverso gli occhi dei suoi genitori, dei suoi insegnanti e dei compagni di vita.

Si tratta di Non ci sto più dentro! Diario di un bambino con ADHD e dei suoi stremati compagni di viaggio (Erickson, 2019), ove il titolo riprende un concetto assai diffuso quando si parla di ADHD, pensando ad esempio al recente video realizzato da ADHD Europe, di cui ci siamo occupati anche sulle nostre pagine, ove una delle persone con ADHD intervistate ha dichiarato di sentirsi come «un universo infilato in una scatola da scarpe».

L’autrice è Anna Maria Sanders, austriaca, che dopo avere studiato Germanistica all’Università di Salisburgo e Pedagogia all’Università statunitense dello Utah, ha lavorato come insegnante di lingue, ma da dodici anni si occupa intensamente di ADHD e in questo volume ha fatto convergere sia le sue esperienze professionali che quelle personali.
«Sanders – è stato scritto – mette nero su bianco la quotidianità di suo figlio e delle persone che condividono assieme a lui questa esperienza. Uno scambio di prospettive che permette al Lettore un approccio “dall’interno”, per comprendere le dinamiche, i processi motivazionali, le particolarità cognitive e il modo di reagire agli stimoli esterni dell’ADHD, offrendo una chiave di lettura completa e trasparente anche a chi non conosce questo disturbo. Con un linguaggio fresco e ironico, il protagonista Max descrive gli episodi più veri e divertenti, ma allo stesso tempo profondi, della sua quotidianità».

A presentare l’incontro di domani a Roma – così come ha già fatto all’inizio del libro – sarà Gianluca Daffi, formatore e collaboratore del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano, oltreché impegnato anche con lo SPAEE (Servizio di Psicologia dell’Apprendimento in Età Evolutiva) dello stesso Ateneo. Daffi, tra l’altro, progetta e conduce corsi di formazione e aggiornamento professionale per insegnanti e formatori. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Algisa Gargano (Mara Vitali Comunicazione), algisa@mavico.it.

ADHD
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD: Attention Deficit Hyperactivity Disorder) viene definito da Pietro Panei e Andrea Geraci del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità come «un disordine dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da inattenzione e impulsività/iperattività» («Notiziario dell’ISS-Istituto Superiore di Sanità», vol. 22, n. 1, gennaio 2009). Tra le altre cose, esso impedisce, a chi ne soffre, di concentrarsi e focalizzarsi su un’attività, con possibili pesanti ricadute sul rendimento scolastico e sul funzionamento sociale. Non dipende da un deficit cognitivo (ritardo mentale) ed è uno dei più comuni disturbi dell’infanzia.
A Vienna, il ventitreesimo Congresso dell’EPA, l’Associazione Europea di Psichiatria, celebratosi dal 29 al 31 marzo 2015, riunendo esperti da 88 diversi Paesi, membri di 37 Enti Nazionali, in rappresentanza di oltre 78.500 psichiatri europei e mondiali, è emerso che l’ADHD ha un impatto su più del 5% dei giovani, vale a dire il tasso più alto in assoluto tra i disturbi in età infantile e adolescenziale (fonte: «ADN Kronos», 29 marzo 2015).
In Italia uno dei più recenti studi – durato quattro anni – ha rilevato una prevalenza dell’1,2% di questa patologia nella popolazione di età compresa tra i 6 e i 18 anni («Medico e Bambino», 2012). E si continua a scontare l’arretratezza culturale degli anni precedenti al 2007, quando molto spesso il disturbo era sottodiagnosticato, se non addirittura ignorato.
L’ADHD, infine, si protrae anche all’età adulta, con le seguenti caratteristiche: verso i 20 anni, il  60% dei soggetti hanno remissione sindromica, ma compromissione nel funzionamento adattivo; il 30% hanno evoluzione e/o associazione con altri quadri psicopatologici (ad esempio disturbo antisociale, disturbo dell’umore…); il 10% hanno remissione funzionale e sintomatologica (Biederman J., Mick E., Faraone S.V., Age-dependent decline of symptoms of attention deficit hyperactivity disorder: impact of remission definition and symptom type, in «American Journal of Psychiatry», maggio 2000, 157(5), pp. 816-818). Pertanto, una percentuale significativa dei giovani con ADHD e delle loro famiglie necessitano anche in età adulta di terapie e supporto continui da parte dei clinici e degli operatori sanitari. Ai bisogni, inoltre, di tali pazienti precedentemente diagnosticati prima dei 18 anni, si aggiungono in Italia anche quelli delle persone neo-diagnosticate per la prima volta in età adulta, a causa di una mancata diagnosi in età evolutiva.