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In sella alla vita: la storia di Elena Maria

Elena Maria Madama

Elena Maria Madama

Ad Elena Maria Madama è accaduto uno di quegli episodi che ascoltiamo distrattamente nelle cronache dei TG, quelli che pensiamo capitino sempre agli altri, mai a noi. Il 12 novembre 2014, infatti, nella via principale del centro di Pavia, due uomini a bordo di un’auto rubata la investono e la trascinano per quasi un chilometro sotto le ruote della vettura, abbandonandola senza prestare soccorso. Per settimane rimane in condizioni disperate, poi il risveglio e un lungo percorso, ancora in divenire, fatto di operazioni e riabilitazione.
In un attimo tutto cambia, prospettive, progetti, lo sguardo delle persone e un po’ anche il suo sguardo verso la vita. La grinta, l’energia e la volontà l’accompagnano dalla nascita, da quando si è scoperto che è affetta da una malformazione congenita, una disabilità, insomma, invisibile agli occhi altrui. È una giovane di 31 anni da sempre molto conosciuta nella sua città.
Laureata in Giurisprudenza, praticante avvocato, attiva nel sociale e in politica come Consigliere Comunale, crede nell’impegno personale per cambiare in meglio il mondo che la circonda.
In questa sua testimonianza, ci racconta il primo impatto con il volto cambiato dal trauma dell’incidente, la maniera differente di percepire l’essenza delle persone. Elena sta riprendendo in mano le redini della sua vita, sta “tornando in sella”, e vorrebbe essere di supporto a chi affronta situazioni comparabili.

Ciao Elena. Cominciamo questa chiacchierata dalla fine. Sono trascorsi quattro anni dall’incidente, a che punto sei con la riabilitazione?
«Sono passati quattro anni, a volte mi sembra tantissimo, a volte mi sembra sia stato ieri. Il mio recupero è ancora pienamente al centro della mia attività quotidiana, sono al lavoro per tornare quella che credo di poter tornare ad essere».

Hai detto che in questo tempo è cambiato il tuo sguardo verso il mondo che ti circonda. Penso sia una sensazione che ti accomuna ad altre persone che hanno vissuto esperienze simili alla tua. Cosa “vedi” che prima non notavi intorno a te?
«Vedi il mondo sotto una luce diversa, vedi l’accesso ai luoghi con un’altra ottica, vedi le persone non in base a quello che vogliono dimostrarti di essere e al sorriso stampato sul viso».

È cambiato anche il tuo sguardo verso la disabilità?
«Io sono disabile da poco dopo la nascita, per una malformazione congenita. La differenza è che adesso lo vedono tutti, mentre prima non era visibile agli estranei. Il mio sguardo, quindi, non è cambiato, ma è mutato quello degli altri su di me e la disabilità».

Per una persona che nasce con una disabilità, essere disabili, e quindi affrontare quotidianamente difficoltà più o meno grandi, è la normalità. Diverso il discorso per chi da un giorno all’altro passa da una condizione di perfetta forma fisica ad una di deficit. Come si supera questo inevitabile choc?
«Ho vissuto entrambe queste situazioni, le posso capire perfettamente entrambe. Io non godevo in realtà di una perfetta forma fisica, ma questo era quello che si vedeva. Sicuramente il deficit ulteriore non lo definirei uno choc, ma un’ulteriore batosta».

Il non riconoscersi più allo specchio immagino sia stato uno dei momenti più duri da superare…
«Rivedermi allo specchio, anzi alla webcam, quello è stato un vero choc. Ed erano passati sette mesi… quindi mi dicono fossi già in miglioramento. Confermo, accettarmi esteticamente è stato veramente duro».

Come si svolge oggi la tua giornata tipo?
«Non ho proprio una giornata tipo, la mia settimana tipo si divide tra la palestra, la fisioterapia, la logopedia, le normali attività domestiche, ad esempio fare la spesa, riuscire a vedere le mie amiche, e naturalmente la vita col mio fidanzato».

Sei attiva sui social dove racconti il tuo cammino di ritorno alla vita. La condivisione con le persone che ti seguono ti è stata di aiuto?
«La condivisione con le persone che hanno vissuto e vivono esperienze simili è stata veramente utile ed è servita a darmi la carica».

Sei tornata alla vita politica attiva?
«Sì, sicuramente. Il mio impegno per adesso è stato ridimensionato, prima era quasi totale, adesso la mia priorità è la riabilitazione».

Con il nuovo Governo è nato il Ministero per le Disabilità. “Specchietto per le allodole”, con il rischio di ghettizzare un’intera categoria oppure un’iniziativa utile?
«Il mio parere è che non serve un Ministero per le Disabilità, che serve solo come “specchietto”. Quello che occorre sono vere politiche nazionali e regionali inclusive delle persone con disabilità perché nel Paese vi è una pesante latitanza sul tema».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
«A livello personale, “tornare in sella” alla vita, recuperare una mia vera autodeterminazione e migliorare sempre di più la mia autonomia. Mi piacerebbe anche trovare modalità e forme per essere utile con la mia esperienza ai tanti che affrontano situazioni comparabili».